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lunedì 22 ottobre 2012

Nathan Fake - Steam Days

La vera notizia di questo post è che la Border Community è ancora viva.

Salvo l'occasionale Luke Abbott, era praticamente dal 2007 ("You are here", guarda caso proprio di Natano Fittizio) che sull'etichetta di Holden non usciva niente di rilevante: gran botti negli anni precedenti, album di Fake e del capo di casa osannati da pubblico, critica, grandi e piccini, e poi cinque anni di silenzio creativo, interrotti giusto da qualche sporadica intervista del boss che dichiarava "sì boh io e Nathan ogni tanto vorremmo anche rimetterci a far qualcosa, però ci droghiamo troppo".

Nel mezzo, una carriera da superstar dj per Holden costruita facendo sempre lo stesso set e un album dimenticabilissimo, "Hard islands", per Fake, ma soprattutto una serie bella grossa di eredi, più o meno designati, che si sono incuneati nel solco tracciato da capolavori come "A break in the clouds" e "The sky was pink" e hanno proseguito lungo quella strada: Four tet e Caribou, ma anche il primo M83, sono i più evidenti, ma il numero di produttori che hanno fatto propria la nuova via un po' ambientosa un po' noisy un po' analog è bello nutrito.

Morale, la domanda sorge spontanea: c'è ancora spazio, nel duemiladodici che non è più il duemilasette, per Nathan Fake?

E com'è il Nathan Fake del duemiladodici?



Il Natano Fasullo del duemiladodici è, per forza di cose, diverso in alcune cose da quello di "Drowning in a sea of love", principalmente perchè tra allora e ora c'è stato di mezzo il dubstep.

Tracce che allora sarebbero state solo paddoni lontani che ti avvolgono da tutte le direzioni, come l'original mix di "The sky was pink", ora hanno in omaggio la bassata possente e la cassa sbilenca caratteristica delle tracce in cui Kieran Hebden, assieme a Burial, ha provato a essere "più Nathan Fake di Nathan Fake", con la differenza che a sto giro Fake non è un fake (perdonate il gioco di parole), ma è quello vero.

"Paean", la traccia d'apertura, ha cassa e basso con la metrica clamorosamente Burial&FourTet&Thom Yorke, ma il lead è il suo, quello che riconosci immediatamente come l'originale suono della Border community, ed è come tornare a casa dopo che sei stato via per tanto tempo e nel frattempo te l'hanno imbiancata e ti hanno messo dei mobili nuovi.

Forse proprio per via dei tanti epigoni di questi anni (che beninteso in molti casi sono anche validissimi di per sè: non parliamo di meri scopiazzamenti ma di autentiche rivisitazioni e prosecuzioni molto interessanti di un genere che era stato abbandonato dai suoi creatori) il nuovo Nathan Fake non suona come quello vecchio, e lo scostamento è evidente, ma non suona neanche come qualcosa di eccessivamente nuovo: la carica rivoluzionaria dei primi Border community non c'è più, ed era tutto sommato ovvio e prevedibile, ma bisogna ammettere che Natano è stato bravo a non fossilizzarsi su ciò che nel 2003 era incredibile e mai sentito e a cui ora ci siamo abituati.

Insomma, è un album di Nathan Fake e ha tutto quello che ti aspetteresti da un album di Nathan Fake, per cui i fan di vecchia data non resteranno delusi ("Rue", la traccia più simile allo stile "classico" e l'unica senza cassa, è un viaggionissimo da colonna sonora di un pianto struggente in Islanda), ma ci sono molte idee interessanti, dal terzinato di "Iceni strings" alla cassa dritta di "Neketona", che non sfigurerebbe in mezzo alle berghainate ma che ha ovviamente il tocco magico e ipnotico di casa Fake.

Bentornato, Natano: in tanti hanno provato a non far rimpiangere la tua assenza, e ci erano quasi riusciti, ma solo ora che sei di nuovo qui ci si rende conto di quanto mancassi.

(Se poi fai uscire dal torpore anche il tuo socio te ne siamo ulteriormente grati, eh)



mercoledì 3 ottobre 2012

Moullinex - Flora

Il nome di questo portugueso che si chiama quasi come una ditta di frullatori (in realtà in origine si chiamava proprio come la ditta dei frullatori, poi ha cambiato monniker per evitare casini legali) non dovrebbe suonare nuovo all'attento lettore di queste paggine, giacchè la sua "Sunflare" è comparsa varie volte nel mio podcast oltre che nell'ultima, splendida compilation di Dimitri da Parigi.

La novità è che dopo quattro EP all'attivo i signori della Gomma Dance Tracks hanno deciso che i tempi erano maturi per stampargli un album, ed ecco qui "Flora".


Ora, se vi venissi a dire che un album di un portoghese con la faccia da hipster che fa del french touch aggiornato ai giorni nostri è bellissimo, mi credereste?

Ovviamente no, e invece.

E invece è un album coi controcoglioni, aperto grossissimamente dalla versione originale proprio di "Sunflare", molto più poppeggiante e meno rotolona del club mix già noto ma ugualmente gustosa, e che prosegue in una sorta di "Air e Modjo del 2012" riuscendo a centrare il solco tracciato da quella gente lì ormai quasi vent'anni fa e invariabilmente mancato da quasi tutti quelli che ci hanno provato dopo, dai Justice in poi.

Lui, a differenza degli altri, la prende molto più sul versante disco, coi vocal femminili molto frifri, il piano e la bassata slappata e col piglio movimentato ma non troppo che si confà a un album da artista consumato, di quelli che non devono sparare tutto quello che hanno sulla breve distanza di un EP ma anzi sa di avere un gran numero di frecce al proprio arco e sa quando usarle.

"Movimentato ma non troppo", ovviamente, non significa che non ci siano almeno un paio di missilate di rilievo sparse qua e là per l'album: "Let your feet (do the work)" è un gran bel rotolone, "Summerman (reprise)" è ottima disco uptempo, e la title track  un bel tool di quelli per la chiusura a luci accese, ma è nei momenti più poppeggianti che il buon portugueso dà il meglio di sè.

La già citata "Sunflare", ma anche "Take my pain away" e soprattutto "Deja vu" sono godurie più per le orecchie che per il culo, da sentire in macchina, nell'ipod o in giro, anche se l'apice della sensibilità pop è la traccia di chiusura, una spettacolare cover di "Maniac" di Michael Sembello (sì dai, quella di "Flashdance") cantata nientepopodimeno che da Peaches.


Ennesimo colpo grosso della Gomma, dopo l'album degli Esperanza e tutto il resto delle figate che sta buttando fuori a ripetizione nel 2012.

venerdì 14 settembre 2012

Ricardo Villalobos - Dependent and happy

Sono passati cinque anni dall'emanazione di Ricardo più simile a un album, quel primo caso della serie di compilation del Fabric interamente composto di tracce sue che poi è diventato "Sei es drum"; in mezzo ci sono state un sacco di cose, tipo l'epopea di "Minimoonstar" o i remix con Max Loderbauer, ma mi sembra sensato confrontare quest'uscita nuova su quintuplo (!) vinile, su Perlon, con l'album precedente e, ancora, con i due prima, "The au harèm d'Archimede" e "Alcachofa" (uno dei miei album del decennio scorso).


Acusticamente parlando, quest'album suona analogico e, per certi versi, acustico, come non mai: sono anni che Ricardo la mena con la commistione tra strumenti "veri" (o "vecchi" che dir si voglia) e musica danzabile, e finalmente sembra aver trovato la quadra, tanto che la prima grossa differenza che si percepisce col Villalobos di una volta è proprio il sound molto più caldo ed evidentemente proveniente da legno, corde e altri oggetti fisici anzichè da pezzi di software.

Anche stilisticamente si sente forte il percorso del (non più) giovine Riccardino, che partito da "Dexter" è arrivato a "Serpentin" e poi a "Primer encuentro latino americano" e ora a tracce come "I'm counting", in cui la mistura di "sembra un loop ripetuto per tutto il tempo" e "succede di tutto, non c'è un attimo uguale a un altro" raggiunge, di nuovo, il suo equilibro perfetto e sono, di fatto, vere entrambe le cose: non è nè un loop nè una canzone propriamente detta, non segue alcuna struttura logica eppure da qualche parte, nel profondo del subconscio, si percepisce che non è del freeform fine a sè stesso ma Ricardo ha perfettamente in mente dove ci vuole portare con questa traccia, e ce ne rendiamo conto solo quando ormai è troppo tardi e siamo interamente in suo pugno.



E' qui che sta la grandezza di Villalobos, sia come dj che come produttore: è uno che a guardarlo sembra l'ultimo degli squagliati che mette dischi a caso senza neanche capire come si chiama, e i suoi dischi sembrano la solita, ennesima, minimalina piccheppacche con tre suoni in croce, eppure ha un magnetismo e una capacità di rapirti e di portarti in un universo parallelo che pochi altri al mondo hanno e che lo rende capace di fare set maratona senza mai essere noioso, tracce da più di mezz'ora che volano via senza che tu te ne accorga e album interi, come questo "Dependent and happy", che richiedono del tempo (merce rara in questo periodo in cui la musica da club sembra essere tornata alle canzonette pop da tre minuti emmezzo e soprattutto merce rara per chi come me ha una cartella "musica nuova da scremare" di decine di GB) e della volontà di cedere per un po' il controllo delle proprie orecchie e della propria mente, ma che rendono l'investimento con degli interessi altissimi.

Non è per tutti, non è per tutti i momenti, non riesco a spiegarmi l'utilità di comprarlo in vinile se non per la goduria della collezione perchè le tracce sono tutte insuonabili se non sei lui, ma se ti ci tuffi dentro interamente è un album dal quale esci rigenerato e ricolmo di meraviglia.

Chapeau, per l'ennesima volta.


martedì 28 agosto 2012

Lauer - Phillips

Una delle conseguenze quella storia della virata verso il pop di tutti quelli che fanno techno o simili è la riscoperta del formato album, che par strano in questi tempi di Beatport, Itunes e di acquisto di tracce singole, ma tant'è: solo nel duemiladodici sono già usciti due album coi controcoglioni come quello di John Talabot e quello di TEED, e ora questo di Lauer si aggiunge al novero.

Baffo da hipster: check. Sopracciglione da tedescone: check.

Il buon Phillip Lauer è già noto ai più (o almeno, al sottoscritto) per un bel po' di cose carine su etichette della cricca del Robert Johnson e per essere metà degli Arto Mwambe e dei Tuff City Kids, tutti nomi che su queste paggine hanno ricevuto apprezzamenti spesso e volentieri, e quest'album non fa eccezione: come ci si aspetterebbe da una roba RobertJohnsoneggiante l'atmosfera è di quelle molto da after, da sole alto nel cielo ma senza il fomento di un party openair, è un mood molto più rilassato, tanto che la recensione di RA la definisce "yacht rock house" perchè è quella roba che avrebbe senso ascoltare svaccati su uno yacht, al sole.

In realtà la definizione calza piuttosto stretta, nel senso che alcune tracce, tipo "Trainmann" sono veri e propri dancefloor killers di quelli che se suonati al momento giusto ti fanno scoppiare in lacrime e abbracciare il tuo vicino, chiunque sia, sudato e squagliato, come se fosse un tuo fratello che non vedi da vent'anni e credevi disperso, mentre alcune altre sono ottimi strumenti da apertura per trascinare in pista i primi coraggiosi, tipo "Hafflinger" col suo giro simile a quello di "Big fun" degli Inner city, alcune altre ancora sono ottime per rilasciare la tensione (ma non troppo) a fine set, come "Coppers" già comparsa in una recente puntata della mia orchestrina, e alcune, è vero, sarebbero goduriosissime da sentire su uno yacht, sia che si tratti di un boat party o che si stia semplicemente svaccati.

Promosso a pieni voti e dritto dritto nella ristretta cerchia dei meglio album dell'anno.


venerdì 8 giugno 2012

Totally enormous extinct dinosaurs - Trouble

La mia passione per TEED non è cosa nuova, per cui non potevo assolutamente esimermi dallo scrivere qualcosa sul suo album, in uscita proprio oggi.


Iniziamo subito col dire che "Trouble", così si intitola l'album del buon Orlando Higginbottom, segue la strada del "metto insieme un po' di tracce fighe" piuttosto che quella di "produco un album che abbia un senso nella sua interezza": il progetto TEED dà il suo meglio sulla distanza breve dell'EP o della singola traccia, per cui qualcosa come un concept album sarebbe stato probabilmente chiedere troppo.

Invece, "Trouble" raccoglie i singoli già usciti, a partire da "Household goods" con cui ho scoperto le meraviglie di quest'uomo dai buffi copricapi per arrivare ai singoli più recenti tipo "Tapes & money" (uscito con dei remix spettacolari di Maya Jane Coles ed Eats Everything, giusto per non farmi contento) e a qualche traccia ancora inedita ma che molto probabilmente uscirà anche come singolo, tipo "American dream pt. II", e la cosa non è affatto un male: la forza colossale di TEED sono le singole canzoni, e anche solo averle raccolte tutte assieme è già tanta ma tanta roba.

Orlando, infatti, è nettamente il miglior esponente del filone di pop "danzabile" (o di dance "orecchiabile", dipende dal punto da cui la si guarda) a cui si potrebbero assimilare, tra gli altri, Benoit & Sergio, i Pillow talk e i Footprintz, ma anche tipo Katy B; con "Garden" e lo spot del Nokia Lumia ha fatto il botto pure qui da noi in itaglia, tipo che il mio post in cui rivelo al mondo chi sia il fantomatico autore della colonna sonora dello spot è tuttora quello che ha avuto più accessi di questo blò da quando esiste, ma indipendentemente da questo i saputi già lo osannavano al SXSW dell'anno scorso e ovviamente il tenutario qui suonava i suoi dischi già da prima ancora.

La vera figata di questo "Trouble" è che ha almeno una traccia in grado di piacere a chiunque, dal fan della nudisco à la Hot Creations che apprezzerà "Stronger" (prossimo singolo, mi pare), al fintoindie hipstereggiante che si lascerà rapire dalle metriche spezzate e dal testo un po' folle di "You need me on my own", ma anche all'infoiato del revival anni '90 che verrà spettinato dai chord e dal coro di "Your love" e al technohead che headbanga sentendo "Solo": TEED ne ha per tutti, grandi e piccini, e ovviamente ne ha per me, che amo alla follia praticamente tutto quello che butta fuori e che quindi accolgo quest'album come uno dei migliori dell'anno.

Per quanto mi riguarda, a meno di miracoli, se la giocano lui e John Talabot per l'album del duemiladodici, ma indipendentemente dal gusto personale di un singolo itagliano che gestisce un blò letto da tre/quattro persone, con questo disco qui Orlando ha dimostrato di essere assolutamente in grado di fare il grande salto verso il mainstream e di poter diventare uno di quelli che riempiono gli stadi (la presenza scenica non gli manca, tra l'altro), e io glielo auguro di tutto cuore, chè è bravo bravo e se lo meriterebbe.



venerdì 25 maggio 2012

Garbage - Not your kind of people

Sono tornati, ma per davvero.

Si erano sciolti, dopo due album uno più brutto dell'altro e un greatest hits piuttosto insignificante, perchè evidentemente avevano perso tutta la verve dell'inizio e perchè, comprensibilmente, quando sei gente tipo Butch Vig o Shirley Manson sei semplicemente troppo eclettico per restare tutta la vita nella stessa band, ma ora sono tornati.


Niente più muraglioni di ghitarre come in "Bleed like me" e niente più "Shirley pensaci tu che noi non abbiamo voglia" come in "Beautifulgarbage", Steve, Duke, Butch e Shirley sono tornati quelli veri, quelli di "Version 2.0",  quelli di cui mi ero innamorato perdutamente in età adolescenziale e che anche oggi sono in grado di spaccare culi come se non ci fosse un domani.

Sono quelli con le sghitarrate da headbanging che si accoppiano ai beat sequenzati chirurgicamente e straeffettati di un superproduttore come Butch Vig (per i due o tre che non lo sanno, quello che ha prodotto "Nevermind" dei Nirvana e "Gish" degli Smashing Pumkpins), quelli che a prescindere dalla cantante in grado di farti venire la pelle d'oca anche recitando l'elenco del telefono riescono a esplorare uno spettro emozionale gigantesco, dalla mestizia amara della title track al fomento sconsiderato di "The one" (che è fondamentalmente una via di mezzo tra "Hammering in my head" e "Special" dell'album vecchio, per capirci), al pop melodicone ed ecumenico di "Big bright world".

C'è spazio però, nel 2012, per un album che è fondamentalmente il ritorno allo stile che i quattro avevano nel l'ormai preistorico 1998?

Il timore del revival insensato c'è ed è forte, tant'è che la dice giusta CSNF, loro stessi nella title track dichiarano apertamente di non rivolgersi al mercato del pop di oggi infestato dai merdai dei vari Giastin Biber, Lady Gaga e porcate del genere, ma non sono così convinto che questo sia "solo" un disco per nostalgici degli anni '90: secondo me la vera verità è che nel 1998 "Version 2.0" era un disco così avanti che a riproporre lo stesso sound ora sembra attuale, o addirittura ancora innovativo.

Accattatevillo a ogni costo, che questo piace veramente a grandi e piccini, agli amanti delle ghitarre e allaggente della techno.

In piena tradizione Gabage, poi, le b-side e le bonus tracks sono le vere chicche: "The one", per esempio, non c'è nell'edizione "standard" del cd ma è a mani basse la migliore di tutto il paccottone, foss'anche solo per la frase "there must be someone, a robot, a Terminator" che detta da Shirley che ha recitato in "Terminator: the Sarah Connor Chronicles" fa sogghignare noi nerd :)



martedì 28 febbraio 2012

Soul Clap - Efunk

C'è poco da fare: Charlie ed Eli nell'ultimo annemmezzo sono tra i dj più importanti in circolazione, fanno parte di quella ristretta schiera di dj in grado di trasformare in hit qualunque cosa suonino, dal promo in uscita tra sei mesi su qualche etichetta trendy all'edit assurdo di qualche chicca anni '70 dimenticata da tutti, una volta che un disco compare in un loro set tempo qualche giorno lo si sente dappertutto.

Questa loro caratteristica però l'hanno acquisita a buon diritto, visto che i loro set sono sia goduriosissimi (e non è che non se ne sia mai parlato) che ricchi di chicche completamente sconosciute o di versioni un po' esoteriche di cose note, che costituiscono un po' la cifra stilistica dei due scoppiati di Boston: durante un party con loro si ha sempre la sensazione di ascoltare qualcosa di familiare, anche solo un vocal, una linea di basso o un sample che conosci e ti fanno sentire "a casa", ma con qualcosa di diverso che rende i loro set sempre freschi e interessanti.

Come molti grandissimi dj, sul fronte produttivo non hanno mai brillato particolarmente: i loro edit sono stratosferici, è vero, ma molte delle loro produzioni originali probabilmente non avrebbero avuto il successo che hanno avuto se fossero uscite con un altro nome, per cui l'approccio al loro primo album lungo è entusiasta ma con molta calma.

I Village People non sono nessuno
L'idea dell'album, che loro sostengono essere intitolato "Everybody's freaky under nature's kingdom" ma che è ovviamente del funk con dell'E, è declinare il loro motto, "slow and sexy wins the race", non più in versione dancefloor-oriented ma in modalità pomeriggiosa, rilassata e cazzeggiona come solo Charlie ed Eli sanno fare, unendo il tutto con la solita pletora di partecipazioni di amici e parenti, tipo il padre di Charlie che suona il basso in "When the soul claps" o Mel Blatt delle All saints che aggiunge del suo al vocal di "Everybody's gotta learn sometime" dei Korgis.

E cazzo, lo sanno fare proprio bene: l'album è bello bello bello, ovviamente in alcuni punti più che in altri, ma in generale è quanto di meglio ci si possa aspettare in termini di retroattualità e di scuotimento morbidoso del culo e della testa; non si headbanga forte, non si salta a quattro metri dal suolo ma, come è caratteristico dello stile Soul Clap, si ballicchia, si cazzeggia, si fanno quattro chiacchiere con gli amici, si beve una birra, si passa del tempo molto piacevolmente.

Ovvio, non è un album innovativo, o almeno non lo è nel senso stretto del termine: non ci sono momenti "oooooh" in cui si rimane esterrefatti di fronte al genio dirompente, ma è perchè lo stile Soul Clap non è questo; lo stile Soul Clap è sedurre l'ascoltatore con suoni "noti" e richiami a un passato che, bene o male, ci caratterizza un po' tutti e usarli per metterti in un mood positivo, per poi scatenare definitivamente la goduria con la loro sexiness caratteristica.

E' questo che li rende grandi e che rende "Efunk" un album dellamadonna: a stupire gli ascoltatori e a soddisfarli con qualcosa di nuovo son capaci tutti (si fa per dire, ovviamente), per farlo con ciò che consciamente o inconsciamente conoscono già ci vuole un sacco di talento.


giovedì 23 febbraio 2012

Friendly fires - Pala

C'è qualcosa di sottilmente perverso nel sapere di essere vittima di un'operazione commerciale: vedi un film o una pubblicità, o senti un disco, e istintivamente lo adori al primo impatto, anche se poi, in cuor tuo, lo sai che ti piace solo perchè è fatto apposta per piacerti, che non è niente di eccezionalmente strafigo ma è solo una cosa attentamente confezionata per colpire i tuoi recettori del piacere.



Ammetto, senza alcuna pudicizia, di non aver mai saputo nulla dei Friendly fires fino all'uscita del meraviglioso remix di Tensnake: da Wikipedia apprendo che sono in tre e arrivano dall'Hertfordshire, in mezzo al nulla che costituisce tutto ciò che in Inghilterra non è Londra, Manchester, Bristol o Liverpool, che sono sotto contratto con la XL, forse la più grossa delle etichette indipendenti (tipo che hanno anche Adele, tra gli altri) e che considerano tra le loro più grandi influenze la Kompakt, Carl Craig e Prince.

L'album, in realtà uscito a maggio 2011, è un gran bel dischino di per sè: pare un po' i The Rapture ma più virati verso il revival del post-punk di Madchester, si inserisce insomma in quel filone di pop elettronicheggiante (o di elettronica poppeggiante, dipende da come la guardi) e un po' oldschooleggiante e ricco di richiami agli albori della house e della techno che di recente fa faville, ha tre o quattro tracce veramente notevoli e fin qui tutto ok, ma la cosa interessante è che pone un sacco di interrogativi.

Il primo interrogativo è quello della premessa del post, ossia: è davvero un album figo, oppure mi piace così tanto solo perchè è certosinamente cesellato da produttori d'esperienza in modo da risultare appealing per la mia generazione, quella che per capacità di spesa e facilità di fomento è la più appetita dal mercato discografico in perenne crisi?

Non so rispondere, o forse non voglio: in un angolino della mia coscienza so che "Pala" non è affatto un capolavoro, anzi, non è altro che un bieco scimmiottamento di qualcosa di più di vent'anni fa, una manifestazione di quella Retromania che Simon Reynolds detesta al punto da essersi pubblicamente lamentato, in un post sul suo blog, di questo stesso video: 


(Già il titolo, "Live those days tonight", non è esattamente un proclama di innovazione e dirompenza col passato, ma il testo della canzone e il video sono pure peggio)

Morale, i fuochi amici qui guardano più indietro che avanti, non propongono nulla che ti faccia restare "oooooh" per quanto è nuovo e maisentito, ma anzi puntano dritti ai recettori del comfort, del cullarsi nell'ascolto di cose simili a quello che si sa che ci piace: è forse questo un male?

Sì, in linea di massima lo è, ma una volta tanto si può indulgere, suvvia.

C'è un altra domanda non da poco che sorge spontanea sentendo "Pala", però, ed è "si può apprezzare il revival di un periodo che non si è vissuto?": io nell'89 avevo sei anni, di Madchester e della preistoria della house ho letto solo sui libri e visto nei documentari, che cazzo c'entro con questi che rifanno cose che tutto sommato non mi appartengono?

Di nuovo, non so rispondere, ma se esistono fan degli Oasis sotto i 50 anni allora anche io posso apprezzare gente che copia cose di prima che  io nascessi.

martedì 14 febbraio 2012

Forteba - Stereoform

Forteba è un mio vecchio pallino risalente a un passato che sembra lontanissimo.

Non ricordo di quanti anni fa stiamo parlando, mi trovo a Parigi a fare il turista, e come per ogni viaggio turistico vado in cerca di souvenir, ovviamente in un negozio di dischi: cazzeggio per un po' in giro per gli scaffali, pesco quattro-cinque cose che mi paiono interessanti e mi metto a una postazione d'ascolto.

Il validissimo negoziante, figura ormai praticamente defunta, mi si appropinqua con altri sei-sette dischi e mi dice "guarda, se ti piacciono quelli magari ti piacciono anche questi" (almeno, così ho inteso dall'alto della mia conoscenza pressochè nulla del francofono), e tra le proposte dell'eccellente negoziante c'è proprio questo Forteba, prontamente portato a casa e immediatamente diventato uno degli highlights dei miei primi set con Beatbank:



Passano gli anni (sei, per la precisione, dall'uscita di quell'ep lì), del buon ungherese si perdono un po' le tracce e l'etichetta su cui usciva, la Plastic city, perde gran parte del proprio smalto e della propria identità, incerta tra il mantenimento dell'impronta deep house che l'ha sempre contraddistinta nonostante il genere non abbia più molto da dire e tentativi di innovazione non sempre riusciti.

Ma veniamo a oggi, alla pubblicazione del nuovo album del caro Krisztián Dobrocsi, sempre sull'etichetta dei vari Terry Lee Brown Jr., The Timewriter e simili.


"Stereoform", che di Forteba è addirittura il terzo album, rappresenta in pieno l'attuale anima della Plastic City, un po' ancorata alla deep house "classica" e un po' no: una buona parte delle tracce dell'album infatti mantiene le caratteristiche tipiche delle release dell'etichetta di Mannheim (la stessa Mannheim che ci ha regalato maranzate come il Time warp e la Cecille), tipo i pad viaggioni  stesi sull'intera durata della traccia dando quella sensazione di tranquillità anche quando il groove è bello movimentato o i chord "classici" della deep house, e la cosa non è che dispiaccia quando il livello è così alto, anzi, ma ci sono anche momenti in cui si esce bellamente dal seminato.

Senza tracce come "Fallin" o "It's easy" che esplorano andamenti sensibilmente più lenti, o "Levitatt" che invece vira decisamente verso la techno, o ancora "Looking for the one" che se la ambienteggia, saremmo di fronte "solo" a un album di deep house abbastanza canonica ma comunque coi controcazzi, così invece ci sono anche un po' di risvolti inaspettati e piuttosto interessanti.

Intendiamoci, se vi aspettate qualcosa di radicale e devastantemente innovativo state pure alla larga da quest'album, che a conti fatti non che proprio brilli per coraggio: qui c'è solo un po' di "more of the same" ma molto ben fatto, in grado di riempire di goduria le orecchie e i cuòri degli affezionati del genere.

Tremmezzo su cinque, via.



mercoledì 8 febbraio 2012

John Talabot - ƒin

Il lettore attento e l'ascoltatore affezionato del podcast conoscerà già certamente John Talabot, uno dei miei artisti preferiti di questo ultimo periodo di poppizzazione (ormai il termine è questo, facciamocene una ragione) dell'EDM: i suoi remix sono comparsi spesso e volentieri nei miei set e in generale presto molta attenzione alle sue produzioni, visto che ritengo che il ragazzo abbia del talento.

Va da sè, quindi, che l'uscita del primo full length album del giovine di Barcelona mi abbia riempito di entusiasmo, di aspettative, di speranze e di domande: sarà come la maggior parte degli album d'esordio di produttori emergenti, un'accozzaglia senza senso di cose troppo scarse per finire in un ep? Sarà come la media delle sue produzioni originali, carine ma mezza spanna sotto i remix? Sarà forse il caso di ascoltarlo e poi decidere?


Iniziamo da elementi di contorno di scarso interesse, tipo il titolo, da cui si evince che il giovane ha un coefficiente di nerdità bello alto: nessuna persona normale, in effetti, credo chiamerebbe un album ƒin, che suppongo si legga eff-in, bisogna stare decisamente male.

Per quanto riguarda l'aspetto musicale, il lato positivo è che, in effetti, l'album non è un'accozzaglia di scarti degli ep pubblicati finora ma anzi si vede che c'è del lavoro fattapposta dietro: purtroppo, però, il Giovanni Talabotti qui cade nell'altro errore comune dei giovini produttori EDM alla prima esperienza sulla lunga distanza, quello di voler fare il passo più lungo della gamba e di infilare quindi nell'album un sacco di roba troppo intellettualoide per far vedere che non è il primo stronzo ad aver indovinato due tracce.

E' un vero peccato, in effetti, che loffate inutilmente atmosferiche come "El oeste" intervengano a spezzare l'atmosfera altrimenti molto ben costruita di tracce come "Destiny" (assieme al degno compare Pional) o "Last land", che è forse la traccia più Talabottesca del lotto, coi colpi di cassa messi in ordine interessante e il mood malinconicone da lagrime al tramonto: per via delle - poche, comunque - tracce scarse, infatti, non me la sentirei di consigliare l'album a chi non avesse mai sentito nulla di John Talabot per iniziare ad apprezzarlo, operazione che viene molto meglio ascoltando i suoi remix tipo quello per Shit robot o quello per Teengirl fantasy, questo qui per capirci:


Certo, nell'album c'è una traccia un po' più accessibile, anche perchè in effetti assomiglia molto di più alle altre cose più famose, ed è questa "When the past was present"




Però rispetto al resto dell'album suona abbastanza diversa, questa sì come se fosse una cosa fatta precedentemente e infilata nell'album a forza: è molto carina e probabilmente è l'unica che riuscirò a incastrare in qualche puntata prossima dell'orchestra, ma la sensazione di scollamento col mood del resto dell'album è piuttosto netta.

Morale: io non nego di essere un fan di John Talabot e per questo ho apprezzato non poco quest'album, che rappresenta un approccio leggermente diverso, più ragionato e da ascolto al suo stile classico, ma non so quanto me la sentirei di consigliarlo a chiunque, visto che in alcuni momenti posso capire risulti piuttosto noioso e stucchevole, con questo desiderio di voler dimostrare di essere un buon artista sotteso in un po' tutto l'album.

Un sei emmezzo d'incoraggiamento, via, che comunque il ragazzo è ben capace e non vedo l'ora di vedere cosa fa live sabato prossimo al Tunnel, grazie ai sempre validi amici di Classic, dove non penso potrà indugiare in loffate eccessive.

giovedì 10 febbraio 2011

Aril Brikha - Deeparture in time revisited

Aril Brikha è uno dei miei artisti preferiti di sempre, quindi questa recensione sarà tutto tranne che imparziale.

"Deeparture in time" è il titolo del suo primo album, pubblicato sulla Transmat di Derrick May (mica la Gino Salamella records) nel 2000 e già all'epoca molto valido, con la sua deep techno raffinata e la sua megahit, "Groove la chord", che a detta di molti ha contribuito a riportare la linea di confine tra techno e house nel suo stato di assoluta indefinizione dopo anni in cui la divisione era diventata sempre più netta.



Sono passati più di 10 anni dalla prima pubblicazione dell'album, divenuto ormai introvabile e venduto a più di 50 dollari sui vari Discogs, Ebay e simili, e forte anche del ritorno prepotentissimo di moda del termine "deep", al punto che ormai chiunque faccia qualcosa la deve fare "deep" (mi aspetto un'ondata di "deep commerciale" l'anno prossimo), il produttore iranianosvedese decide di ripubblicarlo, aggiungendoci come bonus un secondo cd di materiale prodotto negli anni '90 e precedentemente unreleased.


"Wow, un album di roba vecchia di più di 10 anni uscita adesso, chissà chemmerda".

E invece no, perchè come tutta la grande Techno con la T maiuscola le tracce di Aril Brikha non hanno età e anche dopo dieci-quindici anni dalla loro prima pubblicazione suonano meglio di tantissima roba "mordi-e-fuggi" prodotta più di recente per avere successo immediato e finire nel dimenticatoio subito dopo.

Insomma, sentire (o risentire) le prime tracce di Aril Brikha oggi vale sia come lezione di storia della techno che, soprattutto, come una grandissima esperienza d'ascolto in sè per sè: tracce come "Setting sun", "Embrace" o "Artoo", se venissero pubblicate oggi da un produttore emergente, farebbero gridare al fenomeno o al capolavoro, per non parlare della stessa "Groove la chord", copiata spudoratamente da un produttore comunque validissimo come Shlomi Aber non più di un paio d'anni fa.

La Techno di Aril Brikha è quel genere di suono che adoro da sempre, in cui ogni pad, ogni accordo, ogni linea di basso e ogni pattern di percussioni è studiato accuratamente per incastrarsi alla perfezione con tutto il resto e dare alla stesura delle tracce un'evoluzione graduale ma inarrestabile, che riesce a dare all'ascoltatore la sensazione incredibile che la traccia non cambi mai ma che invece stia sempre cambiando incessantemente.

Questa, per me, è IDM vera, in cui la I sta per "intelligent" e non per "intellectualoid".

lunedì 20 dicembre 2010

Del meglio della musica del 2010 - Album version

L'anno volge al termine, e come ogni blogghero che si rispetti è tempo di tirare un po' di somme e riassumere i fatti salienti di questo 2010, concentrandoci ovviamente sull'argomento principe di questo blò, i prodotti per capelli la musica per ggiòvani.

Iniziamo dall'album dell'anno, che è ovviamente e a mani basse......



Pendulum - Immersion


Ne ho già parlato in lungo e in largo a tempo debito, qui e qui ma anche qui, ma vale la pena spenderci ancora due parole, perchè in un anno di pesantissima crisi d'identità per la musica "da club", indecisa se riscoprire le proprie origini funkettone sul versante house, virare verso le cose spezzettate di derivazione dubsteppeggiante o fare entrambe le cose, i ragazzi australiani ci hanno ricordato che spesso e volentieri farsi troppe seghe mentali è male e in fondo quello che conta è fare della gran caciara, cosa che a loro riesce daddìo.


Se a questo si aggiunge che l'album non ha praticamente momenti bassi, visto che la traccia peggiore, "The island part 2", è una maranzata allucinante ma nel contesto del disco fitta perfettamente, e che il live è qualcosa di devastante, il titolo di album dell'anno appare meritatissimo.


Altri album validi usciti nel corso dell'anno, rigorosamente in ordine sparsissimo:

Four tet - There is love in you




E' piaciuto a tutti: indiesnob, clubber, credo anche ai nu-raver con le orecchie ormai ottenebrate dai peti, ed è già qualcosa.

E' piaciuto molto anche a me, ed è quello che conta per finire in questo ambitissimo e ristrettissimo novero.

Il buon Kieran Hebden qui lo si conosceva già da un po' per le cose che ha fatto su Border Community, ma quest'anno si è preso di gran carriera lo scettro di portabandiera del sound dell'etichetta di Holden e Nathan Fake, stampando su un'altra etichetta, la Domino.

Proprio quando noi fan dei due ragazzi della BC avevamo perso ogni speranza, convinti che James e Nathan passassero ormai troppo tempo a drogarsi per riuscire a tornare ai fasti di "The idiots are winning" e "Drowning in a sea of love", ecco che Kieran Hebden ne raccoglie l'eredità e la porta ai giorni nostri con una maestria e una classe insperate, mettendo d'accordo tutti.

Chemical Brothers - Further






Ed e Tom sono tornati, dopo le alterne vicende degli album precedenti che oscillavano tra il "meh" e il "bleargh", finalmente tornano a fare quello che sanno fare e noi fans ne siamo più che lieti.

Peraltro, da quest'album è uscito uno dei migliori remix dell'anno, quello di Lindstrom e Prins Thomas per "Swoon", come se già non fosse abbastanza.

Kaito - Trust less




Cambiamo completamente genere e ci spostiamo sulle cose buone per le pennichelle e il rilassamento generico: Kaito in quest'ambito è una garanzia, non ci piove.

Questo suo album, purtroppo digital only, su Kompakt, raccoglie una serie di "beatless version" delle sue tracce, che private anche di quel poco di cassa diventano perle chillout da non ascoltare con attenzione ma solo da sentire col subconscio, che ne viene piacevolissimevolmente coccolato.

Daft Punk - Tron legacy soundtrack




Premessa doverosa: NON è un album dei Daft punk.

Ascoltato in quest'ottica, senza le pretese che sarebbero anche normali di fronte a un nuovo album di Bangalter e Guy-man, si rivela per quello che è veramente: una colonna sonora coi controcoglioni, che vale il prezzo del film al cinema pur sapendo che sarà una cagata allucinante, ma chi se ne frega quando puoi vedere delle scene d'azione maranzissime con "Derezzed" in sottofondo?



Underworld - Barking



Gli album di artisti di musica "da club" sono spesso e volentieri delle cagate pazzesche, raccolte di fondi di magazzino e tracce troppo fuffa per meritarsi un ep da sole mascherate da progetto organico; quando va di superlusso c'è una traccia appena decente sulla decina che compongono l'lp.

Nell'ultimo album degli Underworld ci sono due tracce dellamadonna ("Always loved a film" e "Scribble", prodotta assieme a quel geniaccio di High Contrast), che è già un ottimo risultato di per sè, ma in confronto a quellammerda fumante dell'album precedente ha del miracoloso.



Tensnake - In the house




Questo è il capo della prossima grossa tendenza sia del club che, dopo, del mainstream.

Non mi stupirebbe sentire la sua "Coma cat" suonata in tutte le radio e i locali commerciali nel corso del 2011, ma a parte questo il suo doppio cd su Defected è molto molto carino, a cavallo tra il suo sound nudisco gayissimo e cose un po' più "standard" e semplificate.

Credo di non essermi dimenticato niente, anche se probabilmente l'ho fatto lo stesso, ma già così credo di aver raccolto molto di quello che di meritevole è uscito in questo 2010: mi avanza ancora qualcosa da sentire a dovere, tipo l'album di Dj Fresh che giace abbandonato sul mio hd da tempo immemore, ma di sicuro c'è della roba che ho lasciato intenzionalmente fuori dal novero dei buoni e alla quale accennerò giusto brevemente:

  • Shed: dai su, hai fatto vedere che sei bravo, sei intellettuale, sei simpatico come un calcio nelle palle così piaci ai clubber impegnati, adesso piantala con ste cacate spezzate e rimettiti a suonar techno, che sei capace
  • Caribou: cacca per fintoindie, mi fa un effetto giusto poco meno fastidioso di quello che mi fanno i Justice
  • Matthew Dear: anche te, hai fatto vedere che sai fare l'artista eclettico con un album completamente anonimo e dimenticabilissimo pur di fare qualcosa di diverso, adesso torna a fare le cose che sai fare
  • Reboot: torna nel dimenticatoio, grazie e arrivederci, peccato, per un po' pensavo fossi bravino
  • Mr. G.: bleah.
  • Jamiroquai: bastava dirlo che avevi finito i soldi, non c'era bisogno di raschiare il fondo del barile a sta maniera
C'è qualcosa che mi sono dimenticato, affezionati lettori?

mercoledì 1 settembre 2010

Matthew Dear - Black City

Il caro Matteo Caro qui lo si apprezza di molto, anche se più che altro di rendita per la roba vecchia: "Leave luck to heaven" è uno dei meglio album techno di tutti i tempi, la roba uscita come Jabberjaw è l'ibridazione di quell'album lì con lo stile Perlon, cioè roba da bava alla bocca e adorazione infinita, quella come False è top class e pure quella come Audion prima di "Mouth to mouth" è di altissimo spessore.

A un certo punto, però, il caro Matteo Caro deve essersi montato la testa.

Sarà stato il successo esagerato di un disco di merda come "Mouth to mouth", sarà stata la troppa vicinanza alla cricca M_nus nel suo periodo di massimo splendore economico e minimo valore artistico, sarà checazzoneso, ma a un certo punto Matteo è uscito con un album discretamente loffo ma con un paio di momenti interessanti come "Asa breed" e ora se ne esce con sto "Black city" che, a volergli essere riconoscenti, è un grosso WTF.



Ok, per la techno tout court non è assolutamente un bel periodo ma anzi sono tempi di rinnovamento e di esplorazione di strade nuove che vanno da Four Tet, al dub/tech/bohstep al recupero di roba vecchia e invecchiata maluccio, ci sta che gli artisti di punta cerchino di cambiare le carte in tavola andando là dove nessun altro è mai andato prima, e in quest'ottica ci sta anche che toppino clamorosamente.

Il caro Matteo a sto giro cerca di puntare al pubblico indieggiante che vuole roba da ascolto, ma purtroppo gli manca il talento per le armonie che ha Kieran Hebden e l'album risulta simile negli intenti ma molto più scarso nella realizzazione: non basta abbattere i bpm e aggiungere qualche chitarrina loffa se sei Matthew Dear e hai più volte dimostrato di riuscire a creare dei groove che spettinano le pareti.

O forse questo "Black city" vuole mettere in mostra l'altro lato di Matteo Caro, quello depresso, povero di verve e felice di esserlo?

Se è così, l'operazione gli riesce perfettamente, peccato che sia un lato di cui si poteva fare a meno.

mercoledì 23 giugno 2010

Chemical Brothers - Further

Io Ed e Tom li aspettavo un po' al varco, mi pare scontato: l'ultimo album di inediti doveva essere una roba che "ao ci siamo rimessi a fare la techno quella vera, spacchiamo di cristo" e poi invece era lapeggiommerda degli ultimi 150 anni, poi è uscito "Brotherhood" e l'unico inedito era molto molto bellino (anche se graziarcazzo, era una battle weapon e le battle weapon sono sempre valide), per cui dici "vabbè forse non si sono completamente squagliati il cervello"; adesso escono con un album intero di roba nuova e il sentimento è quel misto di speranza e terrore cieco che ti assale quando sai che degli eroi della tua infanzia sono in bilico tra il crollo totale e l'ennesima riconferma del proprio eroismo.



E riconferma sia.

I due ragazzi sono cresciuti, sono maturati, forse sono addirittura un po' invecchiati e il loro ormai quasi ventennale percorso di carriera si sente tutto: sono passati quasi indenni dal big beat, dai technoni, dalle cose "manialcieloeabbracciamocitutti" alle contaminazioni (fallite) con altri generi, sono sopravvissuti a mille mode e ondate una dopo l'altra e, dopo quasi vent'anni, sono ancora lì, a fare ste tracce che ti lasciano con gli occhioni illuminati e il groppo in gola.

Il mood di quest'album, tra l'altro prodigioso per coerenza interna e continuità, è per capirci molto "à la Star guitar", proprio quel "manialcieloeabbracciamocitutti" che poi a voler fare i precisi ha pure un suo termine tecnico legato a questioni di sostanze stupefacenti, quello "shoom" reso famoso da Danny Rampling e soci e che non riesco a fare a meno di pensare che sia almeno riecheggiato dal titolo di "Swoon", una delle tracce migliori del pacchetto oltre che una di quelle più shoom-inducing.

Morale, per l'oretta o poco meno non si suda più di tanto, non ci si gratta il pizzetto con fare intellettuale, fortunatamente non si prova neanche l'impulso di scagliare il cd contro il muro come succedeva con "We are the night"; semplicemente, si fa quella faccia con gli occhioni lucidi che solo i Chems e pochi altri, al mondo, sono in grado di farti fare.

Quella faccia che avevi quando dopo aver passato due ore e passa schiacciato contro il muro durante il loro dj set ai Magazzini imballati come non mai il locale iniziava a svuotarsi e loro suonano "Out of control" per te e quei pochi fan hardcore che sono riusciti a resistere fino alla fine, quella faccia di quando hanno fatto l'allucinante versione live di "Star guitar" che mi ha riappacificato col mondo dopo che il pogo su "Hey boy hey girl" mi aveva quasi ucciso; quella faccia che probabilmente avrei avuto, all'ennesima potenza, se fossi riuscito ad andare a vederli al Sonar che invece ho dovuto paccare per cause di forza maggiore.

In definitiva, quindi, album promosso a pieni voti pur non avendo ancora visto il dvd dell'edizione limitata nè avendo sentito le tracce che, si dice, verranno rilasciate solo in rete perchè non erano coerenti col concept dell'album ma che comunque a Ed e Tom piacevano lo stesso.

martedì 1 giugno 2010

Pendulum - Immersion

Per certi versi, la d'n'b è un po' il metal della musica elettronica: ha la sua nicchia di appassionati hardcore e "true", ha il filone intellettualista e segaiolomentale (rispettivamente la roba tipo i Tool o i Dream Theater e tutta quella roba idm-eggiante da Dillinja in là), ma soprattutto ha quel mood di superiorità rispetto al resto che in fondo la caratterizza: se il metallaro ha l'assolo da 50 minuti in sette ottavi suonato coi denti della nonna al posto del plettro, il dienbista (non credo esista un altro termine per definirlo) ha nel cuore la ferma convinzione che la cassa in quattro sia merdaccia commerciale e ha come unico verbo l'amen break e tutte le sue possibili derivazioni.

La cosa bislacca è che quando i Pendulum si sono accorti di questa somiglianza e hanno stampato un album, il precedente "In silico" con un sacco di riferimenti al mondo delle chitarre, a partire dal titolo evidente rivisitazione in epoca digggitale di "In utero", hanno preso una selva allucinante di insulti dai dienbisti più true che "che cazzo è sta merda, non è dnb, bleah" e, paradossalmente, hanno avuto un successo commerciale esaggerato che li ha portati, tra le altre cose, a mettere a segno remix di altissimo pregio tipo quello, famosissimo, di "Voodoo people" dei Prodigy.

A questo punto però, al momento di stampare l'album successivo, i ggiovani australiani sono davanti a un bivio: cercare di recuperare i fan più "true" risvoltando verso la d'n'b più pura o cavalcare il successo ottenuto in precedenza snaturando ulteriormente la propria anima e mischiandola ancora di più con della roba "altra"?

Come era prevedibile, la risposta è un ambiziosissimo "entrambe le cose", ma era meno prevedibile che il risultato fosse così sconvolgentemente figo.


"Immersion", infatti, oltre a essere un albumdellamadonna è anche un esempio di eclettismo come se ne vedon pochi, visto che non è da tutti infilare nello stesso album una traccia con gli In flames di vero "true metal" col doppio pedale, la chitarra inferocita e tutte quelle cose lì che fanno felici quelli vestiti di nero coi mutandoni di peluche, l'ascia bipenne e la barba lunga da eroe medievale assieme a un paio di momenti di hittoni commerciali eurodance vecchia scuola col cantatone da mani al cielo ("The island pt. 1"), una traccia assieme a Liam Howlett, evidentemente soddisftto del lavoro fatto in precedenza con "Voodoo people", che manco a dirlo spettina persino me che sono pelato, della fidget house ("The island pt. 2") e, ovviamente tanta tanta d'n'b di altissimo livello, anche questa molto variegata e in grado di spaziare dall'epico di "Under the waves" alle catenate senza compromessi di "Salt in the wounds" e "Comprachicos"; per la serie "non ci facciamo mancare niente", a chiudere il cerchio c'è anche qualche momento di techno, dritta e semplice ma incastrata a dovere in mezzo alle metriche sbilenche.

Morale, dentro "Immersion" c'è veramente un sacco di roba ed è tutta di ottima fattura, per cui se non vi piace o siete degli ottusi dienbisti "true" che se una traccia non ha l'amen break allora è fuffa, o vi piacciono gli Aventura, e in tal caso non c'è nulla che possa salvarvi.

In tutti gli altri casi, l'acquisto è fortemente consigliato, sia perchè è un album che schiude nuovi orizzonti su scene musicali che uno magari ignora (per dire, io la fidget house la schifo dal profondo del cuore ma i Pendulum riescono a farmela piacere quasi al punto di documentarmici su un po' meglio), ma anche, soprattutto, perchè è un albumdellamadonna che fomenta come non succedeva da anni.

Per me si piazza in alto nei meglio album dell'anno, lo dico già da ora.

lunedì 15 febbraio 2010

Josh Wink - When a banana was just a banana - Remixed and peeled

Qui non s'è mai fatto mistero di essere fan sfegatati di Josh Wink e della sua Ovum, che zitto zitto è in giro da qualcosa come 20 anni e non sbaglia (quasi) mai un colpo, dove il quasi della frase precedente è rappresentato proprio dal suo ultimo album, "When a banana was just a banana", che pur avendo al suo interno una hittona come "Stay out all night" strasuonata da cani e porci all'uscita non mi ha per niente impressionato ma anzi secondo me è stato un enorme passo indietro rispetto all'album precedente, quel capolavoro di "20 to 20".



Il buon Josh, però, non è uomo da ripetere gli errori, per cui constatato il periodo di forma non proprio eccellente della propria spinta creativa, testimoniato anche dalla povertà delle ultime uscite su Ovum - si salva solo lo splendido "It's jazzy" di Luca Bacchetti - che hanno di recente cambiato copertina e perso un sacco di qualità, decide di circondarsi di molti dei nomi più pesanti che ci sono in giro al momento per l'album di remix di "When a banana blablabla".

E in effetti basta leggere i nomi dei remixer per fare un bel po' di bava: tra Radio Slave, Slam, Mathias Tanzmann, Martin Buttrich ma anche Agoria, Sneak e D'julz la tracklist è praticamente un parterre de roi della techno di stampo housettone degli ultimi tempi; significativo, tra l'altro, il fatto che Wink nella scelta dei remixer abbia completamente ignorato tutta la cricca berlinese del Bergaine che attualmetne va per la maggiore e spacca-di-brutto-zio-hanno-pure-rimbalzato-Hawtin, quasi a dire "dovete ancora farne di strada, pischelli, prima di poter uscire su Ovum".

Morale, nell'album di remix ce n'è davvero per tutti i gusti (tranne che per i tedesconi quadrati e cupi): Tanzmann ci mette i bonghetti, dimostrando in effetti un po' poca originalità e poco mordente ma comunque una discreta classe, Radio Slave rivisita il lead di "Stay up all night" trasformandola in un vero e proprio open air anthem che di sicuro sentiremo in lungo e in largo con l'avvicinarsi della primavera, gli Slam ci mettono l'accetta e il white noise che farà la gioia di tanti dancefloor non troppo raffinati, ma soprattutto tutti quanti ci mettono il proprio talento e il risultato è una compilation di quindici tracce tutte suonabilissime, ognuna col suo perchè e ognuna in grado di fare danni se contestualizzata a dovere ma comunque ognuna in grado di fare la sua porca figura ovunque la si piazzi.

Dovessi scegliere, è evidente che il remix di Radio Slave è una spanna sopra gli altri e per questo probabilmente stuferà nel giro di poco tempo perchè lo suoneranno davvero tutti, ci metto la mano sul fuoco, per cui in seconda battuta credo opterei per l'atmosfera vecchissima scuola del remix di Sneak, anche se trovare una sola traccia che spicchi in cotanto ben di dio è davvero ostico.

giovedì 7 gennaio 2010

I miei migliori dischi del 2009

Dato che ho avuto una fine d'anno un po' travagliata e che nei rari momenti liberi ho preferito inabissarmi nella Playstation, il mio post riepilogativo della musica dell'anno appena finito è slittato a ora, per cui andiamo senz'altro a incominciare, che è già tardi:

Su quale sia il miglior album dell'anno non c'è neanche storia, era un titolo già assegnato a marzo senza che nessuno potesse neanche avvicinarsi a scalfire il primato:



Come ogni volta che Liam decide di divulgare i suoi prodotti anzichè buttarli e rifarli da capo (cosa che prima di questo "Invaders must die" ha fatto quattro volte di fila ad album già concluso), il risultato è qualcosa che non si può inquadrare in nessuno dei generi conosciuti all'umanità ma che eppure ha qualcosa di tutti: sample di dischi oldschool techno e housettoni primissima maniera, mood a cavallo tra punk, dnb, dubstep, rave e qualsiasi altra cosa, tecnica spa-ven-to-sa che manda immediatamente a nascondersi intere schiere di Ableton-kids, singoli catchy per la radio e sassate che neanche nei peggiori rave di Caracas; non ci sono davvero parole, se non chapeau.

Ah, e se proprio uno volesse essere noioso e non gli bastasse tutto sto popò di album, in aggiunta c'è anche una limited edition bellabella con i vinili, il posterone e gli adesivi e un album tour con uno dei live show più fomento che la storia della musica elettronica ricordi, e la superiorità da manifesta diventa insormontabile.

In mezzo al "best of the rest", non bisogna dimenticarsi che nel 2009 ha buttato fuori un album coi controcoglioni anche Laurent Garnier: anche se - come tutti - è stato un po' messo in ombra dalla meraviglia per il disco di Liam Howlett, il suo "Tales of a kleptomaniac" è un gran bell'album, a dimostrazione che quando sei Laurent Garnier nulla ti è precluso e saresti in grado di rendere musicalmente splendido anche Califano, o i muggiti delle mucche.



La magia di Lorenzo è questa: fa cose che non ti aspetteresti mai, che a noi comuni mortali mai verrebbero in mente, ibridando quasi tutte le forme musicali mai concepite e riuscendo comunque a trovare un filo logico che le riunisca, come se fosse l'unico depositario di una teoria del tutto musicale che gli consente di accostare il diavolo e l'acqua santa, i cavoli e la merenda.

Continuando nel best of the rest, sul fronte della cassa in quattro non è stata un'annatona per gli album, anche se è vero che è un genere che non ha mai avuto negli lp il suo cavallo di battaglia: ad ogni modo l'hittone dell'anno è stato senza dubbio l'inflazionatissimo album di 2000 and one col suo noioso pacco di remix, molto carino ma invecchiato malissimo già nei pochi mesi di vita che ha accumulato.

Sensibilmente migliori gli album di Marek Hemman e Mathias Kaden eccezionalmente disaccoppiati, ma soprattutto l'album più hyped dell'anno prima dell'uscita e passato più sotto silenzio dopo:



Ok, "Los ninos de fuera" è comparsa in qualcuna delle chart "che contano", ma non ho sentito dire da nessuna parte la verità su quest'album, ossia che finalmente lo svizzerocileno ha messo a tacere le voci che lo davano come artista bollito (voci peraltro non immotivate, su uno che ha passato l'estate a suonare i bootleg di Rihanna) trovando finalmente il suo equilibrio perfetto tra minimale, housettone funkettone e influenze latine che sono ormai il suo marchio di fabbrica e riassumendoli in quello che secondo me è l'album che segna il passaggio da artista al picco dell'hype ad artista maturo con alle spalle una carriera pluriennale e in grado di farsi ricordare per gli anni a venire, per capirci che lo fa passare dal livello "Loco dice" al livello "Villalobos".

Cambiando completamente genere, nel 2009 sono tornati i Placebo e sono tornati molto più simili ai primi Placebo, più chitarrosi ed analogici e meno elettronici; dopo averli anche visti due volti nel corso dell'anno, mi sento di affermare che "Battle for the sun" è il passo in avanti perfetto del percorso che Brian Molko e soci hanno fatto nel corso di ormai quasi vent'anni di carriera, e direi che posso anche non aggiungere altro visto che dell'album ho già parlato diffusamente.

Last but not least, tra i mejo dell'anno passato merita una citazione il meraviglioso album di Lusine, che non si è cagato di striscio nessuno ma che fosse uscito a nome Royksopp avrebbe preso osanna a destra e a manca, invece nel mondo reale i Royksopp hanno buttato fuori un album loffissimo, sovraprodotto e privo di ogni ispirazione e probabilmente hanno venduto 10 volte le copie di "A certain distance" che gli mangia in testa bendato e con le mani dietro la schiena.

Delusioni dell'anno, oltre al già citato Royksopp, direi anche l'insignificante ep dei Massive Attack che fosse uscito con un altro nome avrebbe totalizzato -5 copie vendute perchè pure chi se lo comprava masterizzato lo riportava al negozio schifato per farsi ridare i soldi.

martedì 10 novembre 2009

Lusine - A certain distance (Ghostly)

Ho conosciuto Lusine per un album di remix, "Podgelism", che aveva catturato la mia attenzione per via dei nomi altisonanti che comparivano tra i remixer, da Matthew Dear padrone dell'etichetta, a Dimbiman&Cabanne, Lawrence, Apparat, Tejada fino a uno splendido Robag Wruhme che suono tuttora ogni tanto, passando per qualche altro sconosciuto: non sapevo che in realtà il buon Jeff McIlwain ha alle spalle una lunga carriera di produttore IDM/Leftfield/Pop elettronico/comecazzolovuoichiamare.

Poi mi è capitato in mano il suo nuovo album, "A certain distance", a cui ho deciso di dare fiducia proprio in virtù dell'ottimo ricordo di "Podgelism"...e bam! sono diventato un fan.



Vediamo di capire di cosa si sta parlando, innanzitutto: tanto per inquadrare un po' il genere, i nomi che gli si avvicinano sono probabilmente i Royksopp e i Frost dal lato più poppeggiante e easy-listening, ma prende molto anche da Nathan Fake e la Border Community tutta (almeno, dal loro lato meno danzereccio e più sperimentale) e da Kieran Hebden.

In maniera molto simile ai Frost, gruppo purtroppo poco conosciuto e con all'attivo solo due album (il primo dei quali, "Melodica", è un piccolo capolavoro), le tracce di questo "A certain distance" che rimangono in mente per prime giocano su vocal femminili leggeri e melodici chiaramente influenzati da Roisin Murphy e il suo ommo Matthew sempresialodato Herbert che si appoggiano gentilmente su synth tappetosi e ninnananneggianti: il primo singolo estratto dall'album, "Two dots", ha pure il ritornello con l'hook che rimane in mente facile facile senza che tu te ne accorga.

E proprio come i Frost, ma anche come i Royksopp e volendo anche come i Border Community, la chiave di volta è proprio quel "senza che tu te ne accorga": Lusine rende al 101% se ascoltato facendo altro, se "sentito" come sottofondo anzichè "ascoltato", perchè le tracce non hanno nulla di protagonista, nessun colpo di scena drammatico, ma anzi evolvono lentamente e inesorabilmente in modo che lo svolgimento delle singole tracce e dell'intero album passi liscio come l'olio, mantenendo una sua organicità quasi perfetta che fa in modo che ti accorgi che avevi gli auricolari nelle orecchie solo quando l'album è finito e rimani da solo col silenzio.

Morale, l'album rende al meglio se ascoltato tutto in una volta, anche perchè è fatto in modo da non avere particolari highlights: forse le uniche tracce che si scostano un po' dalle altre e che meritano l'ascolto separato sono "Every disguise", la più danzabile per via della cassa in quattro più accentuata e che è un po' "Windowlicker goes Border Community", col lead evidentemente citazione dell'unica traccia che apprezzo di Aphex Twin e i synth attorno sottocampionati e la traccia di apertura, "Operation costs", che ricorda molto gli Air di "Talkie walkie", anche se in realtà secondo me l'ascolto delle tracce separate o anche solo con lo shuffle acceso non rende giustizia all'ottima coerenza impressa da Lusine all'intero album, che di fatto si ascolta come se fosse un unico traccione.

Morale, non è niente di devastantemente innovativo, anzi è facile da ricondurre ad altri artisti più rivoluzionari, ma si ascolta con un sacco di soddisfazione e anzi è il sottofondo ideale per un pomeriggio lavorativo autunnale.

Promosso a pieni voti.

giovedì 20 agosto 2009

Il feticcio del collezionista

Che è il disco dell'anno l'ho già detto in lungo e in largo, ma finalmente, in pesantissimo ritardo grazie alle poste italiane ma alla fine per merito di san Play.com che rispedisce i pacchi quando te li perdono (anche quando ti perdono consecutivamente due pacchi uguali), ho anche la copia fisica, ovviamente in edizione powermetalsinfonico-verynerdy-supercollector-seituchecimantieninonostantelacrisidelmercatodiscografico:


Il contenuto del prestigioso scatolotto consta di:
Cd + dvd + libretto, non fotografato perchè attualmente si trova nella Raibazmobile (tanto sul dvd c'è poca roba, i video di un paio di tracce e poco più)
Bonus cd coi lost beats, che sono tracce strumentali non esattamente meravigliose ma comunque ascoltabili
Foglio di adesivi che non ho ancora attaccato aspettando l'uscita ufficiale di Windows 7 per cambiare portatile:


(il titolo di 'adesivo più fico' se la giocano quello 'let no one take it', quello col logo dell'album e quello col ragnone a sei zampe)

Due stencil, uno col logo dell'album e uno col logo dei Prodigy (di cui mi sfugge l'utilità):


Poster:

Ma soprattutto, il vero motivo per cui spendere una sessantina di euro nell'edizione strafiga anzichè comprarsi quella 2cd + dvd, i sei 7'' con tutte le tracce dell'album e con le copertine che fanno lo stesso disegno del poster a mosaico:


Utilità del tutto?

Poco meno di zero.

Figaggine del tutto?

Prossima all'infinito.

giovedì 2 luglio 2009

Placebo - Battle for the sun

Si ok belle cose la cassa, l'orchestra e tutto il resto, ma siccome qui si è persone eclettiche e dalle mille sfaccettature spesso e volentieri si ascolta anche dell'altro e anche dell'altro serio, non per forza fuffa.

Su queste pagine si è fan sfegatati di Brian Molko e soci fin da tempi non sospetti, per cui ho preso i biglietti del concerto al castello di Villafranca prima ancora di sentire questo nuovo "Battle for the sun", di cui con tanta umiltè Brian stesso, forse distratto dalla posizione del microfono, ha detto che "rivoluzionerà la storia del rock":



Come era lecito aspettarsi, il proclama è giusto un tantinello esagerato, ma sto "Battle for the sun" è *solo* un ottimo album dei Placebo, e hai detto niente.

Cosa dice, quest'album? Di fatto, è un grosso back to my roots: Brian e soci abbandonano quasi del tutto la sovrapproduzione, l'effettistica e gli ammiccamenti elettronici di "Meds" per tornare ai fondamentali, alle chitarre che suonano come chitarre, al basso che suona come un basso, alla batteria che suona assolutamente analogica e caldissima e alla voce di Brian, pulita e limpida come mamma gliel'ha fatta.

E' una scelta coraggiosa: senza i suoni cesellati e a volte quasi patinati di "Meds", infatti, il risultato è che non c'è praticamente nessuna canzone adatta all'airplay radiofonico, non c'è niente di abbastanza cheesy per trovare spazio tra Giùsiferreri e Ledigagàs assortite, ma le tracce dell'album sono in maggioranza canzoni da pogo, "For what it's worth", ma soprattutto "Breathe underwater" e "The never-ending why", con qualche canzone più lenta&strappalacrime a spezzare il ritmo, tipo "Devil in the details", "Speak in tongues" e "Happy you're gone".

Non c'è più la sovrastruttura produttiva che faceva sembrare "English summer rain" una canzone dei Depeche Mode nè l'artifizio popstarreggiante di cantare in un'altra lingua "Protect me from what i want" come dei Backstreet boys qualunque, c'è solo del gran rock, duro&puro: niente di rivoluzionario nè di rivoluzionato, ma tanta robbabbuòna di altissima qualità.

Anche i testi, ovviamente, non sono per nulla radiofonici (anche perchè per non essere radiofonici basta avere del contenuto): è la solita roba squagliato/triste/intellettualoide alla Placebo, un po' quello che piacerebbe fare a gente come i Baustelle se ne avesse la capacità; non c'è nulla che arrivi ai livelli assoluti di eccellenza di versi come i'm unclean, a libertine/and everytime you vent your spleen/i seem to lose the power of speech/you're slipping slowly from my reach/you've grown me like an evergreen/you've never seen the lonely me at all, che alla fine forse non era tutta farina del loro sacco ma aveva dietro anche lo zampino fatato di Bowie, ma il testo di "Kings of medicine" fa comunque la sua porca figura.

Morale, un altro album splendido per Brian e soci, che non perdono un colpo neanche a piangere...e tra 2 settimane vado a vederli sperando di non avere 38 di febbre come l'altra volta :)