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mercoledì 5 dicembre 2012

Fabric 67 - Zip

Questo post è uno dei più grandi "chettelodicoaffare" della storia dell'internet.

Sul serio, è uscito un Fabric ed è selezionato e mixato da Zip, serve davvero che stiamo a parlarne?

In realtà no, ma facciamo finta di sì e va bene lo stesso.


Zip, per quei due o tre che ancora non lo sapessero, è tra le altre cose il boss di una delle mie etichette preferite di sempre e, incidentalmente, un dj coi controcoglioni.

Non è uno di quelli che "creano" le hit, tipo Sven Vath dei tempi migliori o Seth Troxler adesso, che qualunque cosa suonassero loro, anche le peggio porcate, tempo zero le sentivi dappertutto (Vinicio Capossela anyone?), non ha una residency da centordicimila persone in qualche superclub ibizenco (anche se in effetti ne ha una mensile al Berghain, che è praticamente la stessa cosa) nè un seguito di tamarri che si fanno migliaia di km dall'itaglietta per andare a sentire "lo zio Zip", anche se in patria è giustamente un'istituzione e anzi, qui in itaglietta ci viene tutto sommato relativamente poco rispetto a tanti altri superstar djs di livello nettamente inferiore.

A vederla tutta, non suona neanche niente di particolarmente trendy, visto che rimane sempre fedele al suo stile che, attualmente, non ha tanti altri rappresentanti.

Però.

Però il suo Fabric è una lezione di stile e classe di quelle devastanti, in grado di risollevare immediatamente l'annata di una serie di compilation abbastanza in calo ultimamente, a furia di seguire le starlette o le one-hit wonder di turno (Guy Gerber, dai, per favore, non sei Villalobos, lascia stare) a colpi, come suo solito, di percussioni sbilenche e di metriche sbagliate solo in apparenza, ma in realtà perfette.

Lo stile di Zip è fatto così e, per certi versi, è la cosa più vicina all'improvvisazione jazzistica che si riesca a trovare nella techno: è l'esatto opposto dell'incasellamento quadrato e granitico tipicamente teutonico, è l'antitesi della ricerca della struttura lineare e dritta come un fuso a cui tanta dub techno ci ha, purtroppo abituati.

Non che i dischi che suona Zip non siano ripetitivi, anzi: la differenza, però, è che all'inizio i suoni sembrano fuori posto, storti, sbagliati, al punto che spesso ti guardi in giro convinto che stia suonando il telefono, o che comunque quel suono non arrivi davvero da lui, poi però il buon Thomas ti prende per mano, ti dice "fidati, è giusto così" e se tu ti lasci rapire (e non è difficile) tutto torna, e non potrebbe essere in nessun altro modo, e quello che sembrava sbilenco in realtà è giustissimo e godurioso, e il WTF lascia il posto a una sensazione di completezza e di appagamento che diventa meraviglia non appena realizzi che tutto ciò è frutto di pochi suoni cesellati alla perfezione.

Forse è per questo che non è una superstar, perchè richiede un atto di fede un po' più spinto rispetto chessò, a un Jamie Jones che suona i cantati anni '80, ma una volta entrati nel suo mondo è impossibile uscirne.

E poi, quando recupera fucilate dimenticate come questa, come fai a non adorarlo?


lunedì 22 ottobre 2012

Nathan Fake - Steam Days

La vera notizia di questo post è che la Border Community è ancora viva.

Salvo l'occasionale Luke Abbott, era praticamente dal 2007 ("You are here", guarda caso proprio di Natano Fittizio) che sull'etichetta di Holden non usciva niente di rilevante: gran botti negli anni precedenti, album di Fake e del capo di casa osannati da pubblico, critica, grandi e piccini, e poi cinque anni di silenzio creativo, interrotti giusto da qualche sporadica intervista del boss che dichiarava "sì boh io e Nathan ogni tanto vorremmo anche rimetterci a far qualcosa, però ci droghiamo troppo".

Nel mezzo, una carriera da superstar dj per Holden costruita facendo sempre lo stesso set e un album dimenticabilissimo, "Hard islands", per Fake, ma soprattutto una serie bella grossa di eredi, più o meno designati, che si sono incuneati nel solco tracciato da capolavori come "A break in the clouds" e "The sky was pink" e hanno proseguito lungo quella strada: Four tet e Caribou, ma anche il primo M83, sono i più evidenti, ma il numero di produttori che hanno fatto propria la nuova via un po' ambientosa un po' noisy un po' analog è bello nutrito.

Morale, la domanda sorge spontanea: c'è ancora spazio, nel duemiladodici che non è più il duemilasette, per Nathan Fake?

E com'è il Nathan Fake del duemiladodici?



Il Natano Fasullo del duemiladodici è, per forza di cose, diverso in alcune cose da quello di "Drowning in a sea of love", principalmente perchè tra allora e ora c'è stato di mezzo il dubstep.

Tracce che allora sarebbero state solo paddoni lontani che ti avvolgono da tutte le direzioni, come l'original mix di "The sky was pink", ora hanno in omaggio la bassata possente e la cassa sbilenca caratteristica delle tracce in cui Kieran Hebden, assieme a Burial, ha provato a essere "più Nathan Fake di Nathan Fake", con la differenza che a sto giro Fake non è un fake (perdonate il gioco di parole), ma è quello vero.

"Paean", la traccia d'apertura, ha cassa e basso con la metrica clamorosamente Burial&FourTet&Thom Yorke, ma il lead è il suo, quello che riconosci immediatamente come l'originale suono della Border community, ed è come tornare a casa dopo che sei stato via per tanto tempo e nel frattempo te l'hanno imbiancata e ti hanno messo dei mobili nuovi.

Forse proprio per via dei tanti epigoni di questi anni (che beninteso in molti casi sono anche validissimi di per sè: non parliamo di meri scopiazzamenti ma di autentiche rivisitazioni e prosecuzioni molto interessanti di un genere che era stato abbandonato dai suoi creatori) il nuovo Nathan Fake non suona come quello vecchio, e lo scostamento è evidente, ma non suona neanche come qualcosa di eccessivamente nuovo: la carica rivoluzionaria dei primi Border community non c'è più, ed era tutto sommato ovvio e prevedibile, ma bisogna ammettere che Natano è stato bravo a non fossilizzarsi su ciò che nel 2003 era incredibile e mai sentito e a cui ora ci siamo abituati.

Insomma, è un album di Nathan Fake e ha tutto quello che ti aspetteresti da un album di Nathan Fake, per cui i fan di vecchia data non resteranno delusi ("Rue", la traccia più simile allo stile "classico" e l'unica senza cassa, è un viaggionissimo da colonna sonora di un pianto struggente in Islanda), ma ci sono molte idee interessanti, dal terzinato di "Iceni strings" alla cassa dritta di "Neketona", che non sfigurerebbe in mezzo alle berghainate ma che ha ovviamente il tocco magico e ipnotico di casa Fake.

Bentornato, Natano: in tanti hanno provato a non far rimpiangere la tua assenza, e ci erano quasi riusciti, ma solo ora che sei di nuovo qui ci si rende conto di quanto mancassi.

(Se poi fai uscire dal torpore anche il tuo socio te ne siamo ulteriormente grati, eh)



mercoledì 3 ottobre 2012

Moullinex - Flora

Il nome di questo portugueso che si chiama quasi come una ditta di frullatori (in realtà in origine si chiamava proprio come la ditta dei frullatori, poi ha cambiato monniker per evitare casini legali) non dovrebbe suonare nuovo all'attento lettore di queste paggine, giacchè la sua "Sunflare" è comparsa varie volte nel mio podcast oltre che nell'ultima, splendida compilation di Dimitri da Parigi.

La novità è che dopo quattro EP all'attivo i signori della Gomma Dance Tracks hanno deciso che i tempi erano maturi per stampargli un album, ed ecco qui "Flora".


Ora, se vi venissi a dire che un album di un portoghese con la faccia da hipster che fa del french touch aggiornato ai giorni nostri è bellissimo, mi credereste?

Ovviamente no, e invece.

E invece è un album coi controcoglioni, aperto grossissimamente dalla versione originale proprio di "Sunflare", molto più poppeggiante e meno rotolona del club mix già noto ma ugualmente gustosa, e che prosegue in una sorta di "Air e Modjo del 2012" riuscendo a centrare il solco tracciato da quella gente lì ormai quasi vent'anni fa e invariabilmente mancato da quasi tutti quelli che ci hanno provato dopo, dai Justice in poi.

Lui, a differenza degli altri, la prende molto più sul versante disco, coi vocal femminili molto frifri, il piano e la bassata slappata e col piglio movimentato ma non troppo che si confà a un album da artista consumato, di quelli che non devono sparare tutto quello che hanno sulla breve distanza di un EP ma anzi sa di avere un gran numero di frecce al proprio arco e sa quando usarle.

"Movimentato ma non troppo", ovviamente, non significa che non ci siano almeno un paio di missilate di rilievo sparse qua e là per l'album: "Let your feet (do the work)" è un gran bel rotolone, "Summerman (reprise)" è ottima disco uptempo, e la title track  un bel tool di quelli per la chiusura a luci accese, ma è nei momenti più poppeggianti che il buon portugueso dà il meglio di sè.

La già citata "Sunflare", ma anche "Take my pain away" e soprattutto "Deja vu" sono godurie più per le orecchie che per il culo, da sentire in macchina, nell'ipod o in giro, anche se l'apice della sensibilità pop è la traccia di chiusura, una spettacolare cover di "Maniac" di Michael Sembello (sì dai, quella di "Flashdance") cantata nientepopodimeno che da Peaches.


Ennesimo colpo grosso della Gomma, dopo l'album degli Esperanza e tutto il resto delle figate che sta buttando fuori a ripetizione nel 2012.

venerdì 14 settembre 2012

Ricardo Villalobos - Dependent and happy

Sono passati cinque anni dall'emanazione di Ricardo più simile a un album, quel primo caso della serie di compilation del Fabric interamente composto di tracce sue che poi è diventato "Sei es drum"; in mezzo ci sono state un sacco di cose, tipo l'epopea di "Minimoonstar" o i remix con Max Loderbauer, ma mi sembra sensato confrontare quest'uscita nuova su quintuplo (!) vinile, su Perlon, con l'album precedente e, ancora, con i due prima, "The au harèm d'Archimede" e "Alcachofa" (uno dei miei album del decennio scorso).


Acusticamente parlando, quest'album suona analogico e, per certi versi, acustico, come non mai: sono anni che Ricardo la mena con la commistione tra strumenti "veri" (o "vecchi" che dir si voglia) e musica danzabile, e finalmente sembra aver trovato la quadra, tanto che la prima grossa differenza che si percepisce col Villalobos di una volta è proprio il sound molto più caldo ed evidentemente proveniente da legno, corde e altri oggetti fisici anzichè da pezzi di software.

Anche stilisticamente si sente forte il percorso del (non più) giovine Riccardino, che partito da "Dexter" è arrivato a "Serpentin" e poi a "Primer encuentro latino americano" e ora a tracce come "I'm counting", in cui la mistura di "sembra un loop ripetuto per tutto il tempo" e "succede di tutto, non c'è un attimo uguale a un altro" raggiunge, di nuovo, il suo equilibro perfetto e sono, di fatto, vere entrambe le cose: non è nè un loop nè una canzone propriamente detta, non segue alcuna struttura logica eppure da qualche parte, nel profondo del subconscio, si percepisce che non è del freeform fine a sè stesso ma Ricardo ha perfettamente in mente dove ci vuole portare con questa traccia, e ce ne rendiamo conto solo quando ormai è troppo tardi e siamo interamente in suo pugno.



E' qui che sta la grandezza di Villalobos, sia come dj che come produttore: è uno che a guardarlo sembra l'ultimo degli squagliati che mette dischi a caso senza neanche capire come si chiama, e i suoi dischi sembrano la solita, ennesima, minimalina piccheppacche con tre suoni in croce, eppure ha un magnetismo e una capacità di rapirti e di portarti in un universo parallelo che pochi altri al mondo hanno e che lo rende capace di fare set maratona senza mai essere noioso, tracce da più di mezz'ora che volano via senza che tu te ne accorga e album interi, come questo "Dependent and happy", che richiedono del tempo (merce rara in questo periodo in cui la musica da club sembra essere tornata alle canzonette pop da tre minuti emmezzo e soprattutto merce rara per chi come me ha una cartella "musica nuova da scremare" di decine di GB) e della volontà di cedere per un po' il controllo delle proprie orecchie e della propria mente, ma che rendono l'investimento con degli interessi altissimi.

Non è per tutti, non è per tutti i momenti, non riesco a spiegarmi l'utilità di comprarlo in vinile se non per la goduria della collezione perchè le tracce sono tutte insuonabili se non sei lui, ma se ti ci tuffi dentro interamente è un album dal quale esci rigenerato e ricolmo di meraviglia.

Chapeau, per l'ennesima volta.


giovedì 6 settembre 2012

Sony RDP-XA100IP il dock per iPhone e iPad degli aggressivi

(Disclaimer: ho ricevuto quest'oggettone in prova gratuita per un mese dai ragazzi di Ambito5)

Non sono un fan sfegatato dei dock per iCosi, ma più che altro perchè non ne sono il target: bene o male ho sempre con me qualcosa che suona della musica a un livello più che decente, o almeno delle cuffie valide per ascoltare musica a un livello più che accettabile (ovviamente non parliamo dell'utilizzo casalingo, visto che a casa ho delle casse vere).

Altri utenti più in target di me invece usano con profitto questi aggeggi: mio padre, ad esempio, è un fan sfegatato di questo che mi hanno regalato tempo fa e che fosse stato per me sarebbe coperto di polvere.

Rispetto a quell'altro, devo ammetterlo, questo di Sony è sensibilmente migliore (e vorrei ben vedere, visto che è uscito due anni dopo e costa più del doppio): se non altro ha il dock fisico, purtroppo solo per gli iCosi e supporta AirPlay (il protocollo proprietario di Apple per lo streaming audiovideo in rete locale) oltre a bluetooth, per cui almeno per i possessori di iCosi è estremamente comodo da usare.



Ad onor del vero, funziona anche molto bene via bluetooth tipo dal mio vetusto HTC Desire, ma il bluetooth è una tecnologia che diamo per assodata già da un po' per cui mi sarei stupito del contrario.



Lo streaming via AirPlay funziona sì e no sia dal mio iPad che dal mio Macbook, nel senso che quando va va perfettamente, i controlli del volume sono reattivi e di fatto sia l'iPad che il Macbook lo riconoscono come altoparlante alternativo senza alcuno sbattimento di configurazione; il problema però è che spesso e volentieri la connessione cade, con l'estremamente spiacevole effetto che la musica si interrompe e bisogna manualmente riconnettere i due devices via AirPlay.

C'è anche il pratico telecomandino, del quale mi sfugge l'utilità

Ora, molto probabilmente questo accade per via del fatto che sulla wifi di casa mia c'è sempre un bel po' di traffico in giro e su reti "normali" magari funziona nella maniera più liscia del mondo, sta di fatto che alla terza volta che ho provato a usarlo mi sono alzato, ho acceso le casse vere che ho in camera da letto e ho sentito la musica da quelle.

Morale, io non ho alcuna pazienza con questi devices e ho praticamente sempre sottomano alternative molto migliori, ma questo non significa affatto che l'RDP-XA100IP sia un pessimo dock, anzi: per utenti a cui un dock del genere serve è assolutamente spettacolare e suona davvero bene, per cui direi che probabilmente vale tutti i (tanti) soldi che costa, a patto che siate quel tipo di utenti.

giovedì 30 agosto 2012

Dimitri from Paris - Back in the house

Via va, mi bullo un po'.

Insomma che è uscita una compilation nuova mixata dal sempre eccellente Dimitri da Parigi, su Defected, ed è, prevedibilmente, molto bella.


Fin qui niente di nuovo, eccezionale o inaspettato: il buon Dimitri è sempre stato uno coi controcoglioni e ora che certi suoni discoeggianti sono tornati prepotentemente in auge è più che normale che gente che suonava queste cose da tempi non sospetti come lui, Todd Terje o Tensnake se la spadroneggi ampiamente; quello che fa veramente notizia di questa compilation è la tracklist.

CD1: A Night at the Horse & Groom, London (Live Recording)
01. Soul Clap feat. Franceska - Take It Slow
02. Poolside - Do You Believe
03. Kaine feat. Kathy Diamond - Love Saves The Day (Mario Basanov’s Vocal Remake)
04. Pitchben - Stand Up (Tiger & Woods Remix)
05. Miguel Campbell - Kiss & Tell
06. Wagon Cookin feat. Odille Lima - Feels So Good (Longer Edit)
07. Storm Queen - Look Right Through (Dimitri From Paris Erodiscomix)
08. Dimitri From Paris & DJ Rocca - Pretty Baby (Original Full Length)
09. The Magician feat. Jeppe -I Don’t Know What To Do (Original Club Mix)
10. DJ T. feat. Cari Golden - City Life (Maceo Plex Remix)
11. Faze Action - I Wanna Dancer (Old School House Mix)
12. Storm Queen - It Goes On (Vox)
13. Fury - Pain
14. Maceo Plex - Can't Leave You
15. Playgroup feat. KC Flightt - Front 2 Back (Kenny Dope Old Skool Remix)
16. Deux - Party People (Original Mix)
17. Jonas Rathsman - Tobago
18. Volta Bureau - Alley Cat (Original Mix)
19. Elz & Elise - Soul Power (MKTL Master Kev & Tony Loreto Club Mix)

CD2: A Night at Dim's Mansion, Paris
01. The KDMS - Tonight (Morgan Geist Remix)
02. WebQueawry - Searching (Mam Remix)
03. Mercury - Rio
04. Mercury - Sweetness
05. Dimitri From Paris & DJ Rocca feat. Tim Benton - Domino Dancing (DJ Rocca Club Remix)
06. Holy Ghost! - It's Not Over (Dimitri From Paris Erodiscomix)
07. Mauvais Cliché - Stop Watching Me (Extended Mix)
08. Loaded Dice - Warm
09. Marshall Jefferson feat. Curtis McClain - The House Music Anthem (Move Your Body) (Terry Hunter Lower Wacker House Mix)
10. Kikumoto Allstars - House Music (Original)
11. KC Flightt - Let’s Get Jazzy (Dope Dub Mix)
12. Mr. V featuring Carlos Mena & Pablo Fierro - Fire La Loca
13. Moullinex - Sunflare (Moullinex Club Mix)
14. Dimitri From Paris & DJ Rocca - Ero Disco Theme
15. El Freakadell - I Got You (Original Disco Version)
16. Tyson - After You’re Gone (Dimitri From Paris Remix)
17. Sébastien Tellier - Cochon Ville (Dimitri From Paris Erodiscomix)
18. Tommie Sunshine & Midnight Magic - I Found Love (Dimitri From Paris & DJ Rocca Erodiscodub)
19. Dan Hartman - Relight My Fire (Dimitri From Paris Remix)

Suona familiare?

Sarà mica che i dischi in grassetto sono già comparsi varie volte nel mio podcast?

Sto forse dicendo che suono i dischi che suona Dimitri da Parigi prima di Dimitri da Parigi?

L'avevo detto, che mi sarei bullato :)

Bullamento a parte, compratevi sto doppio cd, che è davvero bello, non solo perchè metà dei dischi mi piacciono molto e li suono pur'io, ma perchè comunque Dimitri ha un'abilità nel costruire i set e nel comunicare un mood festosissimo ma assolutamente mai caciarone che in pochissimi altri hanno, e  questa compilation, come ogni sua emanazione del resto, trasuda una classe e una raffinatezza senza eguali.

martedì 28 agosto 2012

Lauer - Phillips

Una delle conseguenze quella storia della virata verso il pop di tutti quelli che fanno techno o simili è la riscoperta del formato album, che par strano in questi tempi di Beatport, Itunes e di acquisto di tracce singole, ma tant'è: solo nel duemiladodici sono già usciti due album coi controcoglioni come quello di John Talabot e quello di TEED, e ora questo di Lauer si aggiunge al novero.

Baffo da hipster: check. Sopracciglione da tedescone: check.

Il buon Phillip Lauer è già noto ai più (o almeno, al sottoscritto) per un bel po' di cose carine su etichette della cricca del Robert Johnson e per essere metà degli Arto Mwambe e dei Tuff City Kids, tutti nomi che su queste paggine hanno ricevuto apprezzamenti spesso e volentieri, e quest'album non fa eccezione: come ci si aspetterebbe da una roba RobertJohnsoneggiante l'atmosfera è di quelle molto da after, da sole alto nel cielo ma senza il fomento di un party openair, è un mood molto più rilassato, tanto che la recensione di RA la definisce "yacht rock house" perchè è quella roba che avrebbe senso ascoltare svaccati su uno yacht, al sole.

In realtà la definizione calza piuttosto stretta, nel senso che alcune tracce, tipo "Trainmann" sono veri e propri dancefloor killers di quelli che se suonati al momento giusto ti fanno scoppiare in lacrime e abbracciare il tuo vicino, chiunque sia, sudato e squagliato, come se fosse un tuo fratello che non vedi da vent'anni e credevi disperso, mentre alcune altre sono ottimi strumenti da apertura per trascinare in pista i primi coraggiosi, tipo "Hafflinger" col suo giro simile a quello di "Big fun" degli Inner city, alcune altre ancora sono ottime per rilasciare la tensione (ma non troppo) a fine set, come "Coppers" già comparsa in una recente puntata della mia orchestrina, e alcune, è vero, sarebbero goduriosissime da sentire su uno yacht, sia che si tratti di un boat party o che si stia semplicemente svaccati.

Promosso a pieni voti e dritto dritto nella ristretta cerchia dei meglio album dell'anno.


martedì 24 luglio 2012

Solomun - Watergate 11

Quando un artista o una scena ha superato il momento di picco creativo e di successo ed è in fase calante, non è affatto detto che non abbia più nulla da dire, a patto di non aspettarsi grosse rivoluzioni: Berlino ormai, diciamocelo, ha ampiamente rottolcà e di nuovo ha da dire ben poco, se pensiamo che i suoi maggiori esponenti ormai suonano della roba che è praticamente la minestra del vecchio Tresor riscaldata in un microonde guasto, ma non per questo bisogna lasciarsi accecare dal pregiudizio e schifare tutto ciò che arriva dalle rive della Sprea.

Nonostante il movimento "let's all be cool and move to Berlin" sia ormai morto e sepolto e si sia in attesa di una next big thing ancora di là da venire (il ritorno di Bristol? naaah, l'est Europa? forse) c'è ancora della vita nella terra dei crauti, vita che arriva da posti inaspettati come il Watergate.


Un po' eclissato dal boom del Berghain e dal costante fiorire di nuove situazioni, in realtà il Watergate ormai non è più uno dei fari dell'avanguardia della club culture mondiale, ma rimane comunque più che rispettabilissimo, soprattutto quando butta fuori delle compilation belle come questa.

Solomun è bbuòno, lo si sa, ma a sto giro si merita un bell'inchino, per il gusto con cui mette assieme cose tutto sommato note; alcune sono anche già sentite spesso, tipo "Typerope" di Mathew Jonson, o riciclano suoni noti, tipo la traccia di Vindahl, ma forse è addirittura una scelta intenzionale, visto che il mood del cd è proprio quello del comfort listening, del non cercare di stupire con effetti speciali ma anzi di dare all'ascoltatore esattamente quello che si aspetta leggendo la tracklist e accompagnarlo per un'oretta o poco meno in un ascolto tranquillo, che viaggia via liscio liscio senza impegnare e senza affaticare, movimentato ma non troppo, da sculetto morbido.

Promosso a pieni voti, foss'anche solo per l'apertura con una perla come questa:

martedì 26 giugno 2012

Fabriclive 63: Digital soundboy soundsystem

Ovvero, dell'importanza dei cambi di passo.

Non ho mai negato di non essere esattamente un fan di quello che una volta, nella sua forma più pura e originaria, si chiamava dubstep e che ora ha una definizione di genere così lasca che c'è chi lo chiama "bass music": la realtà dei fatti, però, è che questa forma pura e originaria ormai non esiste più ma, come tutte le tendenze importanti, ha lasciato strascichi anche negli altri generi.

Se è vero che graziaddìo ormai più nessuno fa quelle cose orripilanti con un colpo di cassa ogni quarto d'ora e il feeling piovoso da fintointellettuale (à la "Midnight request line", per intenderci), è anche vero che gente che arriva dai background più disparati ha fatto sua, in modi diversi, la lezione di Benga, Skream, Burial e compagnia cantante, iniziando ad esplorare metriche diverse dal solito "four to the floor" e a mischiare più metriche e sottogeneri all'interno dello stesso set, portando una ventata di varietà assolutamente gradita e beneaccetta.

Va da sè che tra tutti quelli che hanno abbracciato quest'idea di suonare assieme cose a velocità e spezzatura completamente diverse, coloro a cui riesce meglio siano quelli da sempre abituati ai metri irregolari, quelli quindi che arrivano dalla d'n'b, genere che risentiva di un po' di stagnanza e che ora invece sta tornando in auge prepotentissimamente proprio grazie a questa ventata di metriche diverse.

Non è un caso, quindi, che le cose più interessanti del panorama di quella che ora si chiama "bass music" e che è un genere quanto mai lasco e ampio arrivino da gente cresciuta a pane e amen break, tipo i tre figuri che si nascondono dietro il nome della loro etichetta, la Digital soundboy per l'appunto, e che rispondono ai nomi di Shy FX, Breakage e B. Traits: il loro Fabriclive, infatti, è un tripudio di miscuglioni in cui compaiono, con una coerenza impeccabile, "Body language" dei Mandy coi Booka Shade, delle missilate su 50 Weapons (che qui sembra quasi un'etichetta seria anzichè il prodotto di quei macellai dei Modeselektor), Dizzee Rascal e delle cose reggaeggianti, e la cosa più incredibile è che il tutto è non solo molto valido ma anche molto meglio della somma delle parti.



All'interno della tracklist, infatti, c'è più di un disco obiettivamente e incontrovertibilmente brutto, ma che contestualizzato nel flusso molto ben studiato dai tre acquista magicamente un senso o al massimo, quando proprio un senso non ce l'ha, comunque dura poco, visto il turbinio frenetico con cui si cambia disco-passo-atmosfera-mood nei settanta minuti abbondanti di mixato.

Di certo alcune frenate o accelerate molto brusche sono messe lì solo per farti fare "oooooh" alla prima volta che le senti e poi esaurito l'effetto sorpresa perdono un po' di mordente, ma è vero anche che alcuni altri accostamenti escono alla lunga, dopo qualche ascolto, rendendo il mixcd davvero godurioso nonostante un paio di momenti di flessione, in particolare con una sequenza devastante, poco dopo metà - provare per credere.

Morale, acquisto consigliatissimo, sia per quelli che credono che il dubstep sia solo Skrillex, sia per quelli che (come me fino a poco tempo fa) credono non esistano punti di contatto tra la cassa in quattro e la d'n'b, che saranno invece lieti di scoprire che in mezzo esiste un intero continuum.

venerdì 8 giugno 2012

Totally enormous extinct dinosaurs - Trouble

La mia passione per TEED non è cosa nuova, per cui non potevo assolutamente esimermi dallo scrivere qualcosa sul suo album, in uscita proprio oggi.


Iniziamo subito col dire che "Trouble", così si intitola l'album del buon Orlando Higginbottom, segue la strada del "metto insieme un po' di tracce fighe" piuttosto che quella di "produco un album che abbia un senso nella sua interezza": il progetto TEED dà il suo meglio sulla distanza breve dell'EP o della singola traccia, per cui qualcosa come un concept album sarebbe stato probabilmente chiedere troppo.

Invece, "Trouble" raccoglie i singoli già usciti, a partire da "Household goods" con cui ho scoperto le meraviglie di quest'uomo dai buffi copricapi per arrivare ai singoli più recenti tipo "Tapes & money" (uscito con dei remix spettacolari di Maya Jane Coles ed Eats Everything, giusto per non farmi contento) e a qualche traccia ancora inedita ma che molto probabilmente uscirà anche come singolo, tipo "American dream pt. II", e la cosa non è affatto un male: la forza colossale di TEED sono le singole canzoni, e anche solo averle raccolte tutte assieme è già tanta ma tanta roba.

Orlando, infatti, è nettamente il miglior esponente del filone di pop "danzabile" (o di dance "orecchiabile", dipende dal punto da cui la si guarda) a cui si potrebbero assimilare, tra gli altri, Benoit & Sergio, i Pillow talk e i Footprintz, ma anche tipo Katy B; con "Garden" e lo spot del Nokia Lumia ha fatto il botto pure qui da noi in itaglia, tipo che il mio post in cui rivelo al mondo chi sia il fantomatico autore della colonna sonora dello spot è tuttora quello che ha avuto più accessi di questo blò da quando esiste, ma indipendentemente da questo i saputi già lo osannavano al SXSW dell'anno scorso e ovviamente il tenutario qui suonava i suoi dischi già da prima ancora.

La vera figata di questo "Trouble" è che ha almeno una traccia in grado di piacere a chiunque, dal fan della nudisco à la Hot Creations che apprezzerà "Stronger" (prossimo singolo, mi pare), al fintoindie hipstereggiante che si lascerà rapire dalle metriche spezzate e dal testo un po' folle di "You need me on my own", ma anche all'infoiato del revival anni '90 che verrà spettinato dai chord e dal coro di "Your love" e al technohead che headbanga sentendo "Solo": TEED ne ha per tutti, grandi e piccini, e ovviamente ne ha per me, che amo alla follia praticamente tutto quello che butta fuori e che quindi accolgo quest'album come uno dei migliori dell'anno.

Per quanto mi riguarda, a meno di miracoli, se la giocano lui e John Talabot per l'album del duemiladodici, ma indipendentemente dal gusto personale di un singolo itagliano che gestisce un blò letto da tre/quattro persone, con questo disco qui Orlando ha dimostrato di essere assolutamente in grado di fare il grande salto verso il mainstream e di poter diventare uno di quelli che riempiono gli stadi (la presenza scenica non gli manca, tra l'altro), e io glielo auguro di tutto cuore, chè è bravo bravo e se lo meriterebbe.



venerdì 25 maggio 2012

Garbage - Not your kind of people

Sono tornati, ma per davvero.

Si erano sciolti, dopo due album uno più brutto dell'altro e un greatest hits piuttosto insignificante, perchè evidentemente avevano perso tutta la verve dell'inizio e perchè, comprensibilmente, quando sei gente tipo Butch Vig o Shirley Manson sei semplicemente troppo eclettico per restare tutta la vita nella stessa band, ma ora sono tornati.


Niente più muraglioni di ghitarre come in "Bleed like me" e niente più "Shirley pensaci tu che noi non abbiamo voglia" come in "Beautifulgarbage", Steve, Duke, Butch e Shirley sono tornati quelli veri, quelli di "Version 2.0",  quelli di cui mi ero innamorato perdutamente in età adolescenziale e che anche oggi sono in grado di spaccare culi come se non ci fosse un domani.

Sono quelli con le sghitarrate da headbanging che si accoppiano ai beat sequenzati chirurgicamente e straeffettati di un superproduttore come Butch Vig (per i due o tre che non lo sanno, quello che ha prodotto "Nevermind" dei Nirvana e "Gish" degli Smashing Pumkpins), quelli che a prescindere dalla cantante in grado di farti venire la pelle d'oca anche recitando l'elenco del telefono riescono a esplorare uno spettro emozionale gigantesco, dalla mestizia amara della title track al fomento sconsiderato di "The one" (che è fondamentalmente una via di mezzo tra "Hammering in my head" e "Special" dell'album vecchio, per capirci), al pop melodicone ed ecumenico di "Big bright world".

C'è spazio però, nel 2012, per un album che è fondamentalmente il ritorno allo stile che i quattro avevano nel l'ormai preistorico 1998?

Il timore del revival insensato c'è ed è forte, tant'è che la dice giusta CSNF, loro stessi nella title track dichiarano apertamente di non rivolgersi al mercato del pop di oggi infestato dai merdai dei vari Giastin Biber, Lady Gaga e porcate del genere, ma non sono così convinto che questo sia "solo" un disco per nostalgici degli anni '90: secondo me la vera verità è che nel 1998 "Version 2.0" era un disco così avanti che a riproporre lo stesso sound ora sembra attuale, o addirittura ancora innovativo.

Accattatevillo a ogni costo, che questo piace veramente a grandi e piccini, agli amanti delle ghitarre e allaggente della techno.

In piena tradizione Gabage, poi, le b-side e le bonus tracks sono le vere chicche: "The one", per esempio, non c'è nell'edizione "standard" del cd ma è a mani basse la migliore di tutto il paccottone, foss'anche solo per la frase "there must be someone, a robot, a Terminator" che detta da Shirley che ha recitato in "Terminator: the Sarah Connor Chronicles" fa sogghignare noi nerd :)



venerdì 4 maggio 2012

Incognito - Surreal

Non sono più un regazzino, o come sostiene la mia signora quando vuole redarguire dei miei atteggiamenti che non ritiene consoni, "non ho più sedici anni": l'anno prossimo ne faccio trenta, ed è forse naturale che il mio istinto di ribellione adolescenziale, quello che per me sono stati "Music for the jilted generation" e gli Atari teenage riot (ma anche gli Stunned guys, suvvia) prima e l'hardgroove e la techno napoletana poi vada un po' scemando.

Diciamo subito le cose come stanno: il Raibaz di quindici anni fa, ma anche di dieci e probabilmente di cinque, quest'album degli Incognito l'avrebbe schifato perchè troppo fri fri, troppo cantato, troppo melodico, troppe trombe, troppo lento.

Il Raibaz di oggi, invece, lo adora alla follia, si fomenta sentendo i richiami disco di "Ain't it time", pregusta ascolti goduriosissimi di "Capricorn sun" e "The less you know" in spiaggia al tramonto e canticchia soddisfatto "Don't break me down": perchè?



Non so spiegarmi davvero quale sia il processo che mi ha portato ad apprezzare così tanto un disco che piacerà sicuramente anche ai miei genitori - orrore! Finora l'unico punto di contatto, e nemmeno sempre, era Laurent Garnier (e graziarcà, lui metterebbe d'accordo pure i puffi e Gargamella, o Moratti e il gioco del calcio), non capisco davvero se sia una cosa che sarebbe successa comunque, prima o poi, o se sia frutto di quello che ho ascoltato lungo il mio percorso di formazione musicale.

Non so se riuscirei ad apprezzare "Surreal" in un momento diverso dello zeitgeist musicale, in un universo parallelo in cui a un certo punto del mio percorso non sono arrivati, in ordine temporale, i Visionquest, i Soul clap, Greg Wilson e un'edizione del più importante festival musicale della mia città in cui gli ospiti migliori non erano dj ma gruppi con basso-chitarra-batteria (mi riferisco ovviamente agli Esperanza); non sono in grado di dire se sono arrivato ad apprezzare i cantati, le trombe e il feeling gayeggiantissimo degli Incognito in virtù di questi miei ascolti recenti o se invece è qualcosa che mi sono sempre portato dentro, molte volte anche senza saperlo, anche quando in mezzo alle missilate dei tempi d'oro della techno sceglievo sempre i dischi più funkettoni e, in fondo un pò souljazzeggianti.


Non so se "Surreal" sia un disco della madonna o semplicemente un buon disco uscito nel momento perfetto per me, ma so che mi piace un bel po' e a mio umilissimo parere potrebbe piacere anche a molti di voi miei affezionatissssssimi lettori, vista la quantità di influenze ricevute e poi restituite dal genere di cui gli Incognito sono campioni, quello che quando andava di moda si chiamava 'acid jazz': c'è dentro del jazz (ma va?), ma anche molta dell'house di quella più soulful, del funk, forse del trip hop degli inizi (quello di "Blue lines" dei Massive attack, per capirci).

Ecco, a voler fare i puntigliosi quello che gli manca è la ventata di novità, quella che ti lascia spiazzato e  magari ti allontana all'inizio per poi aprirti un intero mondo nuovo più avanti, quando dopo N ascolti finalmente hai 'fatto tuo' il disco: "Surreal" è assolutamente un disco 'easy', non cerca nulla di tutto ciò, cerca 'solo' (e dici niente) di partire da una base solida e per certi versi comoda, 'facile' per l'appunto, per costruire musica di ottima qualità.


Forse una volta avrei detestato tutta questa accessibilità in nome di un qualche elitarismo tipicamente adolescenziale (tipo quello dei pischelli che si scannano oggi per decidere se Skrillex sia o meno dubstep, tanto per dirne uno), ora invece, non so se per via di quello che ho ascoltato negli ultimi anni o se solo perchè sono invecchiato, apprezzo le figate anche quando sono più immediate, e "Surreal" è una gran figata.

lunedì 26 marzo 2012

Nick Harkaway - Angelmaker

Ho sempre una coda di libri da leggere piuttosto lunga e, devo ammetterlo, non faccio niente per ridurla, visto che compro molte più cose di quello che il tempo materiale mi consente di leggere, ma ci sono libri che proprio non posso in nessun modo evitare di comprare al volo, appena escono: non c'è "aspetto che esca l'edizione economica", non c'è "aspetto di smaltire un po' la pila di fianco al letto", non c'è nulla che tenga.

Il romanzo d'esordio di Nick Harkaway mi aveva fomentato come pochissimi altri, due anni fa, e ancora lo consiglio a chiunque mi chieda suggerimenti e tutti tornano da me rigonfi di soddisfazione, per cui, complice anche Amazon prime, la vera rovina per laggente come me, tempo giusto un paio di giorni dall'uscita del suo nuovo romanzo ce l'avevo già a casa, e questa volta neanche "aspetto che lo traducano" ha funzionato, l'ho comprato originale al volo, pimpumpam.


A testimonianza del talento non indifferente che anima il figlio d'arte (il padre di Harkaway è John Le Carrè, ex agente dell'MI6 e uno dei più importanti scrittori di romanzi di spionaggio in circolazione), c'è una sola cosa che accomuna la sua seconda fatica e la prima, ed è la quantità spropositata di roba che c'è nel libro.

Se in "Il mondo dopo la fine del mondo" c'era di tutto, in "Angelmaker" c'è almeno altrettanto: c'è la fine del mondo imminente, ci sono i criminali gentiluomini, c'è Bletchley park, ci sono citazioni evidenti e meno evidenti di "V per vendetta", ci sono orologiai, scienziati, becchini e supervillains, e con ogni probabilità sto dimenticando molte delle migliaia di idee e delle decine di personaggi che il buon Nick spara una dietro l'altra non tanto giusto per far numero, ma perchè ne vale la pena.

Nessuno spunto e nessuno personaggio dà mai l'impressione di essere un filler buttato dentro a caso giusto per gonfiare il volume, anzi, è tutto caratterizzato, descritto e approfondito a sufficienza da fare in modo che abbia un senso e una vita propri; l'enorme quantità di personaggi, in particolare, ha sempre un'identità molto ben definita e una personalità affascinante, al punto che quasi ognuno meriterebbe un libro a sè per raccontare le vicende che si intravedono nel loro interagire col protagonista, che per forza di cose è quello di cui ci vengono dette più cose e di cui seguiamo per intero tutto il processo di crescita che lo accompagna  per tutto il libro.

Letto in inglese, poi, si apprezzano ancora di più lo stile e l'umorismo di Harkaway, entrambi assolutamente british e quindi magari a volte non immediatissimi ma poi, una volta arrivato il momento "aha!", irresistibili e goduriosissimi.

Morale, abbiate tutti immediatamente questo libro, leggetelo e godetene, che belli così ne escon pochi.

martedì 28 febbraio 2012

Soul Clap - Efunk

C'è poco da fare: Charlie ed Eli nell'ultimo annemmezzo sono tra i dj più importanti in circolazione, fanno parte di quella ristretta schiera di dj in grado di trasformare in hit qualunque cosa suonino, dal promo in uscita tra sei mesi su qualche etichetta trendy all'edit assurdo di qualche chicca anni '70 dimenticata da tutti, una volta che un disco compare in un loro set tempo qualche giorno lo si sente dappertutto.

Questa loro caratteristica però l'hanno acquisita a buon diritto, visto che i loro set sono sia goduriosissimi (e non è che non se ne sia mai parlato) che ricchi di chicche completamente sconosciute o di versioni un po' esoteriche di cose note, che costituiscono un po' la cifra stilistica dei due scoppiati di Boston: durante un party con loro si ha sempre la sensazione di ascoltare qualcosa di familiare, anche solo un vocal, una linea di basso o un sample che conosci e ti fanno sentire "a casa", ma con qualcosa di diverso che rende i loro set sempre freschi e interessanti.

Come molti grandissimi dj, sul fronte produttivo non hanno mai brillato particolarmente: i loro edit sono stratosferici, è vero, ma molte delle loro produzioni originali probabilmente non avrebbero avuto il successo che hanno avuto se fossero uscite con un altro nome, per cui l'approccio al loro primo album lungo è entusiasta ma con molta calma.

I Village People non sono nessuno
L'idea dell'album, che loro sostengono essere intitolato "Everybody's freaky under nature's kingdom" ma che è ovviamente del funk con dell'E, è declinare il loro motto, "slow and sexy wins the race", non più in versione dancefloor-oriented ma in modalità pomeriggiosa, rilassata e cazzeggiona come solo Charlie ed Eli sanno fare, unendo il tutto con la solita pletora di partecipazioni di amici e parenti, tipo il padre di Charlie che suona il basso in "When the soul claps" o Mel Blatt delle All saints che aggiunge del suo al vocal di "Everybody's gotta learn sometime" dei Korgis.

E cazzo, lo sanno fare proprio bene: l'album è bello bello bello, ovviamente in alcuni punti più che in altri, ma in generale è quanto di meglio ci si possa aspettare in termini di retroattualità e di scuotimento morbidoso del culo e della testa; non si headbanga forte, non si salta a quattro metri dal suolo ma, come è caratteristico dello stile Soul Clap, si ballicchia, si cazzeggia, si fanno quattro chiacchiere con gli amici, si beve una birra, si passa del tempo molto piacevolmente.

Ovvio, non è un album innovativo, o almeno non lo è nel senso stretto del termine: non ci sono momenti "oooooh" in cui si rimane esterrefatti di fronte al genio dirompente, ma è perchè lo stile Soul Clap non è questo; lo stile Soul Clap è sedurre l'ascoltatore con suoni "noti" e richiami a un passato che, bene o male, ci caratterizza un po' tutti e usarli per metterti in un mood positivo, per poi scatenare definitivamente la goduria con la loro sexiness caratteristica.

E' questo che li rende grandi e che rende "Efunk" un album dellamadonna: a stupire gli ascoltatori e a soddisfarli con qualcosa di nuovo son capaci tutti (si fa per dire, ovviamente), per farlo con ciò che consciamente o inconsciamente conoscono già ci vuole un sacco di talento.


giovedì 23 febbraio 2012

Friendly fires - Pala

C'è qualcosa di sottilmente perverso nel sapere di essere vittima di un'operazione commerciale: vedi un film o una pubblicità, o senti un disco, e istintivamente lo adori al primo impatto, anche se poi, in cuor tuo, lo sai che ti piace solo perchè è fatto apposta per piacerti, che non è niente di eccezionalmente strafigo ma è solo una cosa attentamente confezionata per colpire i tuoi recettori del piacere.



Ammetto, senza alcuna pudicizia, di non aver mai saputo nulla dei Friendly fires fino all'uscita del meraviglioso remix di Tensnake: da Wikipedia apprendo che sono in tre e arrivano dall'Hertfordshire, in mezzo al nulla che costituisce tutto ciò che in Inghilterra non è Londra, Manchester, Bristol o Liverpool, che sono sotto contratto con la XL, forse la più grossa delle etichette indipendenti (tipo che hanno anche Adele, tra gli altri) e che considerano tra le loro più grandi influenze la Kompakt, Carl Craig e Prince.

L'album, in realtà uscito a maggio 2011, è un gran bel dischino di per sè: pare un po' i The Rapture ma più virati verso il revival del post-punk di Madchester, si inserisce insomma in quel filone di pop elettronicheggiante (o di elettronica poppeggiante, dipende da come la guardi) e un po' oldschooleggiante e ricco di richiami agli albori della house e della techno che di recente fa faville, ha tre o quattro tracce veramente notevoli e fin qui tutto ok, ma la cosa interessante è che pone un sacco di interrogativi.

Il primo interrogativo è quello della premessa del post, ossia: è davvero un album figo, oppure mi piace così tanto solo perchè è certosinamente cesellato da produttori d'esperienza in modo da risultare appealing per la mia generazione, quella che per capacità di spesa e facilità di fomento è la più appetita dal mercato discografico in perenne crisi?

Non so rispondere, o forse non voglio: in un angolino della mia coscienza so che "Pala" non è affatto un capolavoro, anzi, non è altro che un bieco scimmiottamento di qualcosa di più di vent'anni fa, una manifestazione di quella Retromania che Simon Reynolds detesta al punto da essersi pubblicamente lamentato, in un post sul suo blog, di questo stesso video: 


(Già il titolo, "Live those days tonight", non è esattamente un proclama di innovazione e dirompenza col passato, ma il testo della canzone e il video sono pure peggio)

Morale, i fuochi amici qui guardano più indietro che avanti, non propongono nulla che ti faccia restare "oooooh" per quanto è nuovo e maisentito, ma anzi puntano dritti ai recettori del comfort, del cullarsi nell'ascolto di cose simili a quello che si sa che ci piace: è forse questo un male?

Sì, in linea di massima lo è, ma una volta tanto si può indulgere, suvvia.

C'è un altra domanda non da poco che sorge spontanea sentendo "Pala", però, ed è "si può apprezzare il revival di un periodo che non si è vissuto?": io nell'89 avevo sei anni, di Madchester e della preistoria della house ho letto solo sui libri e visto nei documentari, che cazzo c'entro con questi che rifanno cose che tutto sommato non mi appartengono?

Di nuovo, non so rispondere, ma se esistono fan degli Oasis sotto i 50 anni allora anche io posso apprezzare gente che copia cose di prima che  io nascessi.

martedì 14 febbraio 2012

Forteba - Stereoform

Forteba è un mio vecchio pallino risalente a un passato che sembra lontanissimo.

Non ricordo di quanti anni fa stiamo parlando, mi trovo a Parigi a fare il turista, e come per ogni viaggio turistico vado in cerca di souvenir, ovviamente in un negozio di dischi: cazzeggio per un po' in giro per gli scaffali, pesco quattro-cinque cose che mi paiono interessanti e mi metto a una postazione d'ascolto.

Il validissimo negoziante, figura ormai praticamente defunta, mi si appropinqua con altri sei-sette dischi e mi dice "guarda, se ti piacciono quelli magari ti piacciono anche questi" (almeno, così ho inteso dall'alto della mia conoscenza pressochè nulla del francofono), e tra le proposte dell'eccellente negoziante c'è proprio questo Forteba, prontamente portato a casa e immediatamente diventato uno degli highlights dei miei primi set con Beatbank:



Passano gli anni (sei, per la precisione, dall'uscita di quell'ep lì), del buon ungherese si perdono un po' le tracce e l'etichetta su cui usciva, la Plastic city, perde gran parte del proprio smalto e della propria identità, incerta tra il mantenimento dell'impronta deep house che l'ha sempre contraddistinta nonostante il genere non abbia più molto da dire e tentativi di innovazione non sempre riusciti.

Ma veniamo a oggi, alla pubblicazione del nuovo album del caro Krisztián Dobrocsi, sempre sull'etichetta dei vari Terry Lee Brown Jr., The Timewriter e simili.


"Stereoform", che di Forteba è addirittura il terzo album, rappresenta in pieno l'attuale anima della Plastic City, un po' ancorata alla deep house "classica" e un po' no: una buona parte delle tracce dell'album infatti mantiene le caratteristiche tipiche delle release dell'etichetta di Mannheim (la stessa Mannheim che ci ha regalato maranzate come il Time warp e la Cecille), tipo i pad viaggioni  stesi sull'intera durata della traccia dando quella sensazione di tranquillità anche quando il groove è bello movimentato o i chord "classici" della deep house, e la cosa non è che dispiaccia quando il livello è così alto, anzi, ma ci sono anche momenti in cui si esce bellamente dal seminato.

Senza tracce come "Fallin" o "It's easy" che esplorano andamenti sensibilmente più lenti, o "Levitatt" che invece vira decisamente verso la techno, o ancora "Looking for the one" che se la ambienteggia, saremmo di fronte "solo" a un album di deep house abbastanza canonica ma comunque coi controcazzi, così invece ci sono anche un po' di risvolti inaspettati e piuttosto interessanti.

Intendiamoci, se vi aspettate qualcosa di radicale e devastantemente innovativo state pure alla larga da quest'album, che a conti fatti non che proprio brilli per coraggio: qui c'è solo un po' di "more of the same" ma molto ben fatto, in grado di riempire di goduria le orecchie e i cuòri degli affezionati del genere.

Tremmezzo su cinque, via.



mercoledì 8 febbraio 2012

John Talabot - ƒin

Il lettore attento e l'ascoltatore affezionato del podcast conoscerà già certamente John Talabot, uno dei miei artisti preferiti di questo ultimo periodo di poppizzazione (ormai il termine è questo, facciamocene una ragione) dell'EDM: i suoi remix sono comparsi spesso e volentieri nei miei set e in generale presto molta attenzione alle sue produzioni, visto che ritengo che il ragazzo abbia del talento.

Va da sè, quindi, che l'uscita del primo full length album del giovine di Barcelona mi abbia riempito di entusiasmo, di aspettative, di speranze e di domande: sarà come la maggior parte degli album d'esordio di produttori emergenti, un'accozzaglia senza senso di cose troppo scarse per finire in un ep? Sarà come la media delle sue produzioni originali, carine ma mezza spanna sotto i remix? Sarà forse il caso di ascoltarlo e poi decidere?


Iniziamo da elementi di contorno di scarso interesse, tipo il titolo, da cui si evince che il giovane ha un coefficiente di nerdità bello alto: nessuna persona normale, in effetti, credo chiamerebbe un album ƒin, che suppongo si legga eff-in, bisogna stare decisamente male.

Per quanto riguarda l'aspetto musicale, il lato positivo è che, in effetti, l'album non è un'accozzaglia di scarti degli ep pubblicati finora ma anzi si vede che c'è del lavoro fattapposta dietro: purtroppo, però, il Giovanni Talabotti qui cade nell'altro errore comune dei giovini produttori EDM alla prima esperienza sulla lunga distanza, quello di voler fare il passo più lungo della gamba e di infilare quindi nell'album un sacco di roba troppo intellettualoide per far vedere che non è il primo stronzo ad aver indovinato due tracce.

E' un vero peccato, in effetti, che loffate inutilmente atmosferiche come "El oeste" intervengano a spezzare l'atmosfera altrimenti molto ben costruita di tracce come "Destiny" (assieme al degno compare Pional) o "Last land", che è forse la traccia più Talabottesca del lotto, coi colpi di cassa messi in ordine interessante e il mood malinconicone da lagrime al tramonto: per via delle - poche, comunque - tracce scarse, infatti, non me la sentirei di consigliare l'album a chi non avesse mai sentito nulla di John Talabot per iniziare ad apprezzarlo, operazione che viene molto meglio ascoltando i suoi remix tipo quello per Shit robot o quello per Teengirl fantasy, questo qui per capirci:


Certo, nell'album c'è una traccia un po' più accessibile, anche perchè in effetti assomiglia molto di più alle altre cose più famose, ed è questa "When the past was present"




Però rispetto al resto dell'album suona abbastanza diversa, questa sì come se fosse una cosa fatta precedentemente e infilata nell'album a forza: è molto carina e probabilmente è l'unica che riuscirò a incastrare in qualche puntata prossima dell'orchestra, ma la sensazione di scollamento col mood del resto dell'album è piuttosto netta.

Morale: io non nego di essere un fan di John Talabot e per questo ho apprezzato non poco quest'album, che rappresenta un approccio leggermente diverso, più ragionato e da ascolto al suo stile classico, ma non so quanto me la sentirei di consigliarlo a chiunque, visto che in alcuni momenti posso capire risulti piuttosto noioso e stucchevole, con questo desiderio di voler dimostrare di essere un buon artista sotteso in un po' tutto l'album.

Un sei emmezzo d'incoraggiamento, via, che comunque il ragazzo è ben capace e non vedo l'ora di vedere cosa fa live sabato prossimo al Tunnel, grazie ai sempre validi amici di Classic, dove non penso potrà indugiare in loffate eccessive.

martedì 7 febbraio 2012

Chemical Brothers - Don't think, la recensione tardiva

Insomma che, ovviamente, venerdì scorso non mi sono lasciato scappare l'eventone del film dei Chems, e solo ora, dopo un weekend in preda a una mezza influenza, ho tempo di scrivere le mie impressioni, mediate da qualche giorno di meditazione.


Premessa: io Ed e Tom li ho visti tre altre volte, in tempi ormai remoti, tipo che la prima volta che li ho visti era il tour di "Come with us", l'Heineken Jammin' Festival era ancora all'autodromo Imola ed era ancora un festival anzichè una calamita per le calamità naturali, e non li vedo live da un bel po', vuoi perchè gli ultimi album ("Push the button" ma soprattutto "We are the night"), per usare un eufemismo, facevano cagare ratti imbizzarriti, vuoi perchè in alcuni casi le loro date sono ormai di profilo troppo alto (se non ricordo male, quando son venuti qui a Milano per il tour di "Further" il concerto al Forum costava tipo poco meno di quaranta euro, cose così, poi uno dice la grisi).

Insomma morale che i miei ricordi di un live dei Chems sono ancora molto molto vivi nella memoria ma un pochino datati, pur avendo comprato rigorosamente nell'edizione più prestigiosa possibile ogni roba che han buttato fuori negli ultimi anni: per questo motivo, e per una serie di altri, avevo molto scetticismo nei confronti della roba di venerdì sera.

Avevo molto scetticismo perchè, come detto, gli ultimi album non erano niente di che (ok, "Further" è 10 spanne sopra quella merda di "We are the night", ma non vale comunque neanche l'unghia del mignolo dei primi tre album), ma soprattutto perchè sta roba dei concerti al cinema non è che mi convinca troppo: cioè ok va bene per i concerti di Ligabue, che tanto il pubblico di musica non capisce un cazzo e anche sentirlo a un volume da cameretta non fa troppa differenza - anzi - al massimo va bene per Robbie Williams, che è un gran performer e compensa la mancanza acustica del cinema con un comparto visivo all'altezza, ma un concerto dei Chems senza la bassata che ti rimbomba al centro del petto....boh, tanto più che per questioni di comodità sono stato a vederlo al cinema di Melzo, che oltretutto non lo programmava neanche nella sala con l'impiantone ma in una sala piccina qualsivoglia (non so in che sala fosse all'Odeon, ma ho idea che la situazione fosse simile...qualcuno che ci è stato conferma o smentisce?).

Tra lo scetticismo iniziale e il pre che non è esattamente dei migliori, visto che al cinema di Melzo si sono radunati praticamente tutti i tamarri della brianza con annesse bottiglie di montenegro e vodka alla pesca, fischi, cori e maranzerie assortite, quindi, le premesse ci sono tutte per una serata dimmerda, ma.

Ma Ed e Tom sono sempre Ed e Tom, e dopo neanche 10 minuti, tempo di vedere sullo schermo il cavallo gigante e un po' leonardeggiante dei visual di "Horse power", l'imperativo del titolo del film l'ho già preso alla lettera, ho già smesso di pensare in maniera lucida e sono completamente rapito da quello che attualmente è il miglior live in circolazione per combinazione dell'impatto visivo e sonoro, l'unico in grado di investirti con una cascata di emozioni così grossa e così variopinta, fatta di suoni luci colori immagini e un sacco di altre cose in una simbiosi così ben studiata da poter essere considerata una vera e propria sinestesia.

E fin qui tutto ok, cioè, tutto normale per un live dei Chems, ma poi, a un certo punto, un'infilata di colpi veramente pesanti: "Swoon", forse la traccia migliore dell'ultimo album, mette per la prima volta in mostra gli effetti aggiunti al film in fase di postproduzione e le figure che nei visual fluttuano nel vuoto ora fluttuano sopra l'enorme platea di giapponesi presenti al Fujirock dov'è stato registrato l'evento, e poi, sul finire della traccia, su un arpeggione romanticone da lacrime agli occhi, entra la sezione di percussioni della canzone romanticona da lacrime agli occhi per antonomasia del repertorio dei Chems, "Star guitar", e basta, da lì in poi è tutta discesa, i tamarri brianzoli, la settimana di fatica, gli sbatti di salute che mi sono portato dietro negli ultimi tempi sono tutti praticamente spariti e c'è solo tanto ammòre e tanta goduria di quella che non si può spiegare davvero a parole ma "you should feel what i feel".

Che poi, la versione che fanno live di "Star guitar" è ancora meglio di quella in studio, se possibile, giusto per capirci, un video di youtube in cui la si sente bene è questo di Glastonbury 2007:


E insomma da lì in poi tutto scorre come un "normale" live dei Chems, con qualche chicca in più regalata da Adam Smith, tipo il momento in cui l'inquadratura si sofferma su un dito che schiaccia un tasto di una tastiera, ma su quel tasto c'è un'etichetta con scritto "HBHG", parte il lead di "Hey boy, hey girl" e la platea giappa è scossa da un boato che neanche un terremoto, o le inquadrature della tipa che gira per il boschetto circostante al festival ed è inseguita dal faccione inquietantissimo del pagliaccio di "Acid children" e dal suo "You are all my children now", o la chiusura con un'esageratissima "Leave home" con il vocal di "Galvanize" (forse l'unico modo possibile per rendere accettabile una porcata come "Galvanize", accoppiarla con un capolavoro) e "Block rockin' beats", a ricordare che i veri Chems non sono quelli di "Believe" e "Do it again".

Morale, ovviamente non è neanche lontanamente un'esperienza paragonabile a un live di Ed e Tom visto dal vivo, ma è stato un surrogato più che adeguato, anche grazie al lavoro di Adam Smith e del resto dello staff del film che è stato davvero eccellente e ha reso l'esperienza in maniera tutto sommato più che valida, aggiungendo pure qualcosina che al concerto live manca e che valeva comunque i 13 euro del biglietto.

Dovesse uscire in dvd, io lo comprerei sicuro, e fareste bene a comprarlo pure voi.

mercoledì 25 gennaio 2012

Gary Shteyngart - Storia d'amore vera e supertriste

Insomma che a cavallo tra l'anno scorso e questo qui ho letto Emmebi che parlava dei meglio libri del duemilaundici, e in mezzo a un po' di roba che ho letto anch'io e che mi è piaciuta ha infilato questo libro sconosciuto di un tizio mai sentito e col nome buffo, per cui me lo sono comprato.

Lui dice "è uno dei libri più interessanti che ho letto negli ultimi anni", e in effetti è roba di altissimo livello: temi molto profondi e molto interessanti, trama niente male, stile di scrittura da dieci e lode, abbraccio accademico, stretta di mano e pacca sulla spalla.



Il titolo è piuttosto brutto e della quantità enorme di roba che c'è nel libro copre solo quella meno interessante, ma almeno ha il bonus non indifferente di essere coerente col titolo originale, che è "Super sad true love story" (ogni riferimento al titolo dell'ultimo Coupland, "Player one", qui da noi pubblicato come "Le ultime 5 ore" solo perchè la stessa casa editrice italiana ha già pubblicato un altro "Player one", che in originale si chiama in un altro modo, è puramente voluto).

Ad ogni modo, si diceva, c'è un sacco di roba nel libro, e la storia d'amore del titolo è la meno interessante, visto che è giusto il pretesto per una satira sociale graffiante e che, a mio umile parere, non è esilarante proprio per nulla, visto che è estremamente verosimile: la vicenda è ambientata in un futuro relativamente vicino, in cui l'America è stata definitivamente messa in ginocchio dalla crisi del debito, gli unici ad avere soldi sono i cinesi e gli americani rimasti si barcamenano in esistenze completamente vacue, tra occupazioni demenziali e social network pervasivi ed invasivi.

Il riferimento alle distopie futuristiche della letteratura classica come 1984 e Farenheit 451 è evidentissimo e in alcuni casi diretto, come quando viene ripetuto più volte che il protagonista è l'unico uomo rimasto sulla faccia della terra a leggere i libri veri quando ormai tutti si limitano a rapide scansioni dei testi sui propri devices mobili, o come quando si parla del partito unico al potere in America, il partito Bipartisan che nessuno apprezza davvero ma col quale tutti si manifestano estremamente solidali per non essere arrestati dall'Autorità per la restaurazione americana.

Se c'è qualcosa del titolo che davvero calza col contenuto nella sua interezza, in fondo, è proprio l'aggettivo "supertriste", perchè molte delle caratteristiche della società tragica (e di nuovo, per niente esilarante) in cui è ambientata la vicenda ci sono già, in nuce, nella nostra, a partire dal tracollo della civiltà occidentale per arrivare al definitivo abbandono di ogni forma di cultura più articolata di quello che ora si chiama "citizen journalism" e che nel futuro distopico di Shteyngart diventa il live streaming di individui comunissimi che raccontano la propria insulsa quotidianità.

Morale: nonostante quello che la copertina e la sovraccoperta giurano e spergiurano, questo non è un libro che fa ridere, anzi, mi ha riempito di inquietudine e di malanimo nei confronti del futuro della nostra civiltà, ma immagino sia successa la stessa cosa a quelli che avevano letto Orwell appena pubblicato, anche se il grande fratello di Shteyngart pare molto più subdolo di quello originale perchè nasce come moda e prodotto del marketing anzichè come una dittatura nel senso canonico del termine: c'è da sperare soltanto che vada a finire con 1984, la cui profezia si è incarnata (forse) solo in una cagata televisiva e non è diventata realtà.

lunedì 23 gennaio 2012

Dillon - This silence kills

Bisogna trovare un nome migliore di "poppizzazione" per sta roba che sta succedendo all'EDM, chè ormai è un fenomeno ufficialmente acclarato.

La BPitch control in realtà è un'etichetta che con la poppizzazione dell'EDM ha sempre flirtato, anche in tempi non sospetti, dando luogo a contaminazioni spesso di dubbio gusto: non ho mai nascosto che l'etichetta di Elena Alieno mi faccia venire le pustole quando va bene, col suo generale look & feel di cruccaggine esasperata e "let's all be cool and move to Berlin" già fastidioso prima che diventasse una moda trita e ritrita, prima che Kalkbrenner diventasse il Toto Cutugno della techno.

Ebbene, ora che i tempi sono maturi, che anni di minimale asettica ci hanno sfrangiato le palle e vogliamo cose che suonino più "umane", che il Kalkbrenner di cui sopra ha fatto scoprire le gioie dell'EDM a folle oceaniche, che sono passati fior di produttori a restituire dignità ai cantati e che quindi la scena è pronta ad accogliere fenomeni pop come i vari Nico Jaar, i Tale of Us o Ben Westbeech, perfettamente a loro agio sia di fronte a un dancefloor che di fronte a un pubblico "da concerto", è ora che le etichette che sono sempre state aperte a soluzioni più "poppose" noi le si aspetta al varco, per capire, ora che queste cose qui le fanno in tanti, se hanno davvero del sugo o facevano i poppeggianti così giusto per maniera e per farci degli euro in più.

Elena Alieno, che al di là del gusto personale è comunque oggettivamente una che un pochino ci capisce, decide di alzare ulteriormente l'asticella del pop e butta fuori il primo album di una interessante regazzina di Colonia, tal Dillon, intitolato "This silence kills".

In alcune foto sembra una figa ALLUSCINANTE, in altre un cesso a pedali, senza mezze misure
La mossa è azzardata: visto che tutti si mettono a fare cose danzabili ma col cantato e l'hook facili da memorizzare e canticchiare, stampo un album di cose coi cantati e gli hook facili da memorizzare e canticchiare MA senza la danzabilità, col rischio di prendere pomodori da quelli che si aspettano la cassa e farmi ridere in faccia da quelli abituati ai cantati che non aspettano altro che poter storcere il naso di fronte a un'etichetta di tamarri che l'ha fatta fuori dal vaso.

Ciò che veramente stupisce forte, però, è che l'album di Dillon è....mi viene quasi ostico dirlo di un'uscita su BPitch....bellissimo.

Pare un album di quelle cantanti scandinave tipo Lykke li o Karin Dreijer prodotto da Dj Koze, a cavallo tra quel pop d'atmosfera che tanto piace agli indie con il mac e gli occhiali grossi e quell'EDM tranguillona e un po' da ascolto che fa contenti noi anziani, ma con ancora meno cassa: non credo farà il botto, è ancora roba troppo raffinata per catturare i fan di Adele, ma secondo me ha delle potenzialità, val la pena di dargli più di un'ascoltata.


Poi ci sarebbe da fare il discorso che questa roba qui è studiata daddìo per piacere alla mia generazione post-Royksopp e blablabla, ma questa è un'altra storia.