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venerdì 5 ottobre 2012

Libertè, Egalitè, Laurent Garnier

Viene Lorenzo a Milano, una parte della città si ferma.

Lorenzo a Milano viene di giovedì, e oggi è un venerdì in cui probabilmente il prodotto interno lordo della mia ridente cittadina crollerà drasticamente, tra gente che ha preso la giornata intera o a metà di ferie e gente che è andata in ufficio diretta dal Tunnel pur di sentire l'unico motivo per cui ancora tolleriamo l'esistenza della Francia nonostante i francesi.

Vedo Lorenzo e il suo L.B.S. per la quarta volta in dodici mesi, la prima è stata l'anno scorso giusto di questi tempi all'ADE, e ciononostante quando lo vedo scendere dalla macchina fuori dal Tunnel sono ancora emozionato come una tredicenne davanti a Justin Bieber.

Vedo Lorenzo per l'ennesima volta, a Milano, e ogni volta c'è il pubblico delle grandi occasioni, con quegli amici che vedi forse giusto una volta l'anno, per eventi di questa portata o giù di lì, e che però proprio perchè ci vediamo sempre in momenti così belli sei felice di vederli come se fossero le persone più importanti del mondo, e gli abbraccioni e i sorrisi che ti scaldano il cuore si sprecano, ma ovviamente ci sono anche gli amici di clubbing "soliti", quelli che vedi quasi ogni sabato e con cui quasi settimanalmente condividi momenti di grossa soddisfazione ma che non per questo vedi meno volentieri, anzi.

Lorenzo a Milano di giovedì significa che tutta la solita gente si è mobilitata e da prima dell'apertura, quando ancora il Tunnel è chiuso, a quando Lorenzo inforcherà le cuffie non riuscirai a fare due passi senza incontrare qualcuno che conosci e che magari non vedevi da tanto, con cui scambiare due chiacchiere, ma quando poi Lorenzo mette su il primo disco non ce n'è più per nessuno, e l'unico contenuto che riuscirai a scambiare con tutti questi amici sono sorrisi estasiati, espressioni meravigliate e altre manifestazioni di gioia assortite.

Lorenzo parte come tutti i grandissimi dj incuneandosi alla perfezione nel solco tracciato da Vladi e Gero durante l'apertura, e il secondo disco, lui non può saperlo, ma è uno di quelli che più piacciono alla platea del Tunnel, da sempre affezionata al sound della Innervisions: ok, è una hittona, ma non si può certo dire che non sia un gran disco, e quando ti guardi attorno e vedi solo gente che la sa, che canta "you had me howling" assieme a te, non puoi che sentirti a casa:


In realtà però stavolta evidentemente Lorenzo ha voglia di toccarla piano, forse fomentato dalle tenebre del Tunnel o forse semplicemente perchè gli va così, e anche se l'inizio è sul melodicone andante nel giro di tre-quattro dischi si scatena l'apocalisse che ci accompagnerà fino a chiusura.

S'è già detto varie volte, su queste paggine e altrove, che la techno e il suo carico di inquietudine futuribile nel 2012 sono praticamente morte, ma Lorenzo contraddice questa tesi, teletrasportandoci in una distesa postatomica in cui snare clap e piattini ci schiaffeggiano con una violenza inaudita e la 303 è insieme grido di battaglia e lamento; non c'è paura però, non c'è sofferenza, anzi il feeling estatico che ti costringe a buttare le braccia al cielo a ogni ripartenza è accentuato dalla sensazione di comunanza e di unione che provi quando pensi che è giovedì e attorno a te c'è qualche centinaio di gente che pur di essere qui, ora, a saltare con te, a sudare e a godersela probabilmente domani sarà rincoglionita in ufficio.

Tanti di noi forse non hanno più l'età per certe missilate, forse dovremmo tranquillizzarci e ascoltare quelle cose più morbide, più nudiscoeggianti che vanno ora, e in effetti spesso e volentieri lo facciamo, io per primo, però quando un maestro come Lorenzo impartisce le sue lezioni di techno torniamo tutti bambini, non c'è niente da fare.

"Prenditi cura di me, Garnier"

Rispetto alle altre volte, Lorenzo inizia con un dj set piuttosto lungo, che dura quasi un'oretta, prima di svegliare Scan X dal torpore (Benjamin Rippert ha lasciato il gruppo già prima dell'estate, ora dell'L.B.S. sono rimasti solo L. e S.) e iniziare il live con la solita traccia di cui ignoro bellamente il nome ma che è uno dei pochi punti fermi del live/djset; di solito non mi fa impazzire, ma oggi ha sensibilmente più groove del solito, i clap e i piattini ci accerchiano da ogni dove e non ci lasciano un attimo di respiro; siamo solo a un terzo dello show ed è già ampiamente chiaro che non si faranno prigionieri.

Dopo questa tocca a "Back to my roots", relativamente insolita (di solito a questo punto fanno "Acid Eiffel") ma non per questo meno valida: i due accordi del pad che fa da sfondo a tutta la traccia sono aspettativa e inquietudine allo stato puro, accompagnati da synth graffianti e 303 ora taglienti ora rotolone, c'è di tutto e di più ma non c'è spazio per la pausa spezzata, oggi il mood è drittone e spietato e i fronzoli sono rimasti a casa.

Poi ancora un po' di dj set, in cui Lorenzo come al solito maneggia cassa e bassate potenti come il martello di Thor con la grazia di un fiorettista e con la solita linea impeccabile che riesce a tenere più di chiunque altro al mondo: l'effetto "è sempre lo stesso disco" è potente, però ciononostante i cambi di passo sono tantissimi, repentini e quasi mai banali e la selezione è assolutamente oscura.

Si sa da sempre che Lorenzo è uno che ascolta e che suona tutto, che è l'unico a rispondere sempre a qualunque promo gli arrivi, ma la stragrande maggioranza dei dischi che suona è roba che sembra avere solo lui e che ti fa passare tutto il tempo a chiederti dove cazzo è che va a prendere delle missilate del genere, e quando anche riconosci un disco che avevi già sentito e che è relativamente famoso, come l'Ovum nuovo di Tom Middleton, l'effetto è comunque magico: nella fattispecie sentito da solo il disco in questione è una porcata allucinante, una sorta di "Mouth to mouth maranza rmx", ma contestualizzato a dovere da un mago come Lorenzo diventa una fucilata in grado di spettinare anche me che sono pelato.

Ancora live poi, e sarà una sezione bella corposa visto anche che lo show di stasera sarà leggermente più corto del solito e che comunque finora Scan X ha fatto pochino: c'è "Sambou", ma poi, come sempre verso metà set, c'è l'accoppiata "Gnanmankoudji"-"The man with the red face", e l'emotività sale a livelli stellari.

L'atmosfera che crea l'intro lunghissima di "Gnanmankoudji" è sempre la stessa, un'attesa enorme che poi viene sfogata tuttassieme quando finalmente esplode il sax e noi, come sempre, ci abbracciamo forte, saltiamo, sorridiamo e sudiamo tutti assieme, ma a sto giro Lorenzo la combina grossa: gli basta un accordo, una sola nota di synth aggiunta lìpperlì, ma è un accordo che ti entra dentro e dalle orecchie arriva sottopelle, ti serra tutti i pori e ti fa venire tre dita di pelle d'oca, poi si fionda verso i dotti lacrimali e senza che tu lo voglia la gioia estatica di un live così meraviglioso sgorga copiosa, annebbiandoti la vista ma lasciando l'udito libero di godersela come non mai.

Poi, come sempre, "The man with the red face", e verrebbe da dire "chettelodicoaffare", ma Lorenzo è sempre Lorenzo, e anzichè sedersi comodo come farebbero le persone normali e lasciar andare il suo capolavoro, ma lui oggi ha deciso di schiaffeggiarci e ci mette sopra un ensemble di piattini che trasformano tutto il jazzeggiamento sassofonistico che ben conosciamo in un treno lanciato a velocità folle verso il futuro.

E' già il miglior L.B.S. di quelli che ho sentito, ma manca ancora la chiusura, che arriva dopo un altro po' di castagne, di 303 come lame sonore che ci tagliano da un orecchio all'altro e di viaggioni da mani al cielo e abbraccioni (come se tutto ciò fosse poca roba): la chiusura, lo sappiamo, è sempre la stessa, a base di pancetta croccante.


Il synth oggi è un po' più grattone del solito, ma comunque sentire "Crispy bacon", alla fine di uno show così, a luci accese, nel club dove hai sentito le meglio cose, assieme ad amici di vecchissima data, tutti a saltare assieme, è una di quelle cose per cui puoi dire che valga la pena aver vissuto.

Grazie Lorenzo, grazie Classic.

domenica 30 settembre 2012

Marshall Jefferson @ Classic, 29-09-12

Ennesimo appuntamento imperdibile della banda di Classic che evita astutamente di mettersi in competizione con l'altro eventone del sabato sera milanese, il Time warp, anche perchè uno dei classicisti, Lele Sacchi, suona proprio lì, e punta su un target completamente diverso, richiamando a sè tutti gli affezionati dell'oldschool.

Ci sta tutto, in effetti: spesso e volentieri la programmazione di Classic offre l'ultima frontiera dell'avanguardia clubbistica, ma una volta ogni tanto guardare indietro e ripassare le lezioni che solo i grandi maestri del passato sanno impartire può solo far bene, e siccome stiamo comunque parlando di gente con un gran gusto nella scelta degli ospiti la lezione di storia non è a cura dei "soliti" (si fa per dire) Theo Parrish, Moodymann (che pure è già passato dal Tunnel recentemente) o simili che si vedono in Italia almeno un paio di volte l'anno, ma di un molto più inusuale, e per questo ancor più imperdibile, Marshall Jefferson.

Inusuale, ma non per questo l'ultimo degli stronzi, visto che ha buttato fuori uno dei primissimi dischi propriamente house della storia, se non forse il primissimo - la diatriba se il primo disco house sia il suo o "Can you feel it?" di Larry Heard è irrisolvibile:


Già un set del signor "Move your body (The house music anthem)" sarebbe un'occasione speciale, ma il maresciallo ha dalla sua anche l'esser stato uno dei pochi della sua generazione, assieme forse giusto al solo Larry Heard, ad aver saputo rinnovarsi nell'arco di più di trent'anni di carriera: i già citati Moodymann e Theo Parrish, ma anche altri pionieri dell'house music come Frankie Knuckles, giusto per dirne uno, hanno un innegabile valore storico colossale ma hanno sempre fatto, bene o male, la stessa roba, mentre Marshall è uno che quando poteva tranquillamente adagiarsi sugli allori e farsi una data al mese in Italia facendo sempre lo stesso set guadagnandosi una pensione dorata ha stampato "Mushrooms", dettando la via per un certo tipo di deep house:


Ma andiamo con ordine, partendo dall'apertura del sempre valido Sandiego che come al solito si dimostra cintura nera di progressione, partendo a mezzanotte e poco più lentissimo e aperturoso e crescendo, lentamente ma inesorabilmente, fino ad arrivare a menare con gusto (forse addirittura quasi troppo), passando come gli piace fare sempre per almeno un paio di classiconi house: questa settimana è toccato al sempre valido "The bounce" dei MAW sotto falso nome, datato 1995 ma sempre clamoroso, in qualunque set.


Il set del maresciallo, invece, è per certi versi quello che ti aspetteresti da un nero americano oldschool, coi passaggi rapidi e belli sporchi, senza grandi artifici tecnici ma con una selezione stratosferica, ma si differenzia da quelli che mi è già capitato di sentire nella quantità di groove sculettone e festoso, assolutamente fuori scala: già dal secondo disco, "Bar a thym" di Kerri Chandler, si capisce che mentre spesso e volentieri lo stereotipo del set del nero americano oldschool prevede selezioni da intenditori al limite del masturbatorio Marshall invece suona gayeggiantissimo e platealmente per la parte femminile del pubblico, che infatti apprezza molto.

Morale, le due ore o giu di lì di set scivolano via belle leggiadre, tra un classicone che ci fa cantare a squarciagola tutti assieme (e nella sera del Time warp, l'incipit "We don't really need a crowd to have a party" di "Big fun" degli Inner city acquista tutto un altro valore) e qualche perla un po' più ricercata a dimostrare che stiamo comunque parlando di un mostro sacro, la gioia e i sorrisoni si sprecano come se piovesse, fino a quando arriva, inevitabilmente troppo presto, l'orario dell'ultimo disco a luci accese, quello in cui al Tunnel sono rimasti solo quelli che ci credono veramente.

Ho visto un sacco di dj sfoderare perle in questo momento, ma dopo due ore e passa in cui il feeling "abbrasciamosci forte e lagrimiamo tutti insieme" era potente nelle mani del maresciallo era ovvio che avrebbe regalato una delle chiusure migliori che mi ricordi di aver mai visto al Tunnel, e così è stato, con questo capolavoro qua:


Forse però sentendo solo la traccia non è chiara la meraviglia di qualche centinaio di appassionati che cantano all'unisono i C&C Music factory, forse è il caso che agevoliamo una diapositiva:


Per l'ennesima volta, grazie Classic.

lunedì 24 settembre 2012

DISCOverITALY, i meglio dj italiani per il LOL

Dopo aver visto l'hangout di presentazione, settimana scorsa, ero già bello carico per il party di ieri sera, ma non pensavo che mi sarei divertito così tanto.

L'idea del party era in effetti una garanzia di successo assoluta: prendi quattro dei dj più "storici" e importanti del panorama italiano, alcuni dei quali sono famosi proprio per il gusto della ricerca musicale moooolto approfondita, e li "costringi" a suonare musica italiana anni '60-'70-'80, rieditata e riaggiustata all'uopo.

Poteva andare male?

Ovviamente no.

La formula, almeno inizialmente, prevede che i quattro suonino una quarantacinquina di minuti ciascuno, e a iniziare è quello con la voce suadente che la sera insegna musica contemporanea su Radio2, che ovviamente parte col microfono dicendo "diamo inizio alle danze" e parte subito gustoso con un Tullio De Piscopo bello rotolone e percussivo che darà l'impronta un po' a tutto il suo miniset, bello dritto e senza troppe frivolezze (pure troppo, come quando partono le staffilate di "Doomsnight" di Azzido da Bass) e che si lascia danzare piacevolmente, anche grazie a un classico della cassa italica come "Prisencolinensinaiciusol" di Celentano, già portato alla gloria recentemente dai Soulwax:


Dopo di lui tocca a Stylophonic, che alla fine dei quattro sarà quello che osa di meno perchè suona dischi tutto sommato famosi e in versione non troppo dissimile dall'originale, ma infila comunque un missile dietro l'altro, da "Self control" di Raf a Renato Zero, che fa letteralmente venire giu lo stadio, passando per "Splendido splendente", "Ti sento" dei Matia Bazar e "Gloria" di Umberto Tozzi, che aveva mezzo dichiarato già nell'hangout che avrebbe suonato ma pensavo scherzasse fino a quando non l'ho sentita davvero:


Terzo nella scaletta è Boosta, che è quello in cui avevo meno fiducia in partenza e fin da subito sembra confermare le pessime aspettative, infilando un cassone technone bigroom che di disco ha ben poco, ma poi si rivela essere uno di quelli che hanno svolto meglio il tema assegnato, effettivamente prendendo dischi vecchi italiani e riadattandoli sul suo stile personale: lo stile personale, in questione, non mi piace affatto, ma bisogna dire che "Un'estate al mare" di Giuni Russo in versione technissimo su-le-mani DavidGuetta fa la sua porca figura e sul finale "Polvere" di Enrico Ruggeri rivista in chiave dubstep/brostep dimostra una ricerca e un gusto per la sperimentazione e le soluzioni non scontate che, lo ammetto, mai avrei attribuito al tastierista della boyband per regazzini fintoalternativi, e invece.


Last but not least, il papà dei dj italiani (lo so che ce ne sono che hanno iniziato prima di lui, ma nel corso degli anni col suo atteggiamento sempre saggio e con la voglia di metterci la faccia sempre e comunque a difendere la categoria si è affermato definitivamente come figura paterna per tutti noi), quello da cui ti puoi sempre aspettare le sorprese più assurde, quello che se lo tiri in mezzo a cercare le cose più bislacche è come invitarlo a nozze: Claudio Coccoluto.

Il suo miniset è una lezione di classe e stile per grandi (molti presenti ieri sera avevano anche una certa età) e piccini: il groove scorre possente in lui, stare fermi è impossibile e anche senza bisogno di ricorrere a cantati conosciuti è perfettamente in grado di catturare l'attenzione di tutti tra vocal napoletani che sembrano inni tribali e un edit irresistibile di "I wanna be your lover" dei Daft Punk italiani, i fratelli La bionda (che invero aveva suonato anche Fontana prima, anche se in versione originale):


Fin qui tutto all'incirca secondo i piani, con quattro bei set e qualche scelta curiosa e interessante, ma la svolta che trasforma una bella serata nel party dell'anno deve ancora arrivare: Bertallot riprende in mano il microfono e dichiara che per la conclusione i quattro faranno un disco a testa.

Ora, chi ha un po' di esperienza da un lato o dall'altro della console sa che il novantanove per cento delle volte le chiusure un disco a testa si trasformano in una gara a chi la spara più grossa, e una gara a chi la spara più grossa con questo tema e questi quattro non può che risolversi in un tripudio di risate e di follia collettiva.

Il primo a scatenare la possenza del LOL è Boosta, vincitore morale della serata (Coccoluto è ovviamente fuori scala) che infila un cassone dritto e brutale davanti al quale sei già lì a pensare "anvedi sto tamarro del cazzo, è convinto di essere in qualche postaccio sui murazzi" epperò poi "Disco disco dove io, sono veramente io, è fantastico, superfantastico", e giu a ridere con le mani al cielo:


Ma ridere forte, soprattutto quando Coccoluto al microfono dice "adesso gli facciamo dire una cosa che non gli sentirete dire mai più", lo passa a Bertallot e lui abbandona l'aplomb suadente a cui ci ha abituati in radio e grida "SULEMANIIIIII" su una ripartenza maranzissima: scene oltre il concetto di esilarante.

Ma non è finita, perchè quando tocca a Coccoluto lui infila una cosa piuttosto cupa nel suo essere italodisco, e dici "cazzofigata, è veramente stylish", ma poi il LOL ti colpisce a tradimento nella forma di una voce filtrata che dice "siamoiragazzidioggi":


Da lì in poi vale tutto, da Boosta che spara una dubsteppata grattona e volgarissima chepperò "e guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po'" a Bertallot che suona "Yes i know my way" di Pino Daniele e Coccoluto non resiste, prende il microfono e canta di gran carriera, fino al finale letteralmente epico, in cui Bertallot al microfono col tono del peggior animatore dei villaggi dice "abbiamo finito, ma ne volete ancora uno?" "Seeeeeeeeeee" "non vi sento, ne volete ancora uno?" "Seeeeeeeeeeeeeeee" "ma uno che spacchi veramente?" "Seeeeeeeeeeeeeeeeee" e Boosta ci manda tutti a casa col maldipancia dal ridere con una mazurka specialissima:


Lo ripeto: party dell'anno.

sabato 22 settembre 2012

Dimitri from Paris @ Club haus 80's, 21/09/2012

C'è DFP a Milano, posso forse perdermelo?

Ovviamente no, ed è anche un valido pretesto per tornare ai magazzini dopo una vita e vedere una situazione nuova, anche se sono sempre un po' diffidente nei confronti dei party italici.

Le premesse non sono delle migliori: arriviamo a mezzanotte e c'è già una quantità di gente spropositata, per cui parcheggiamo lontanissimo (e si rivelerà una pessima cosa, ma ne parliamo dopo) e iniziamo a metterci in fondo alla lunghissima coda: tre quarti d'ora dopo abbiamo fatto pochi passi, ma con un po' di culo e un po' di esperienza riusciamo comunque a entrare verso l'una.

Ora, parliamo del party in questione, il Club haus 80's: è una situazione che esiste già da qualche anno e dietro non ci sono esattamente gli ultimi sprovveduti, visto che tra gli altri a organizzare ci sono Marco Rigamonti, già resident del mercoledì dei magazzini quando ero giovane e Lorenzo Fassi, altro dj d'esperienza delle nottate milanesi, e insieme a una serie di altre facce note della clublife della grande metropoli hanno messo su una serie di party a tema anni '80, fluo e simili, come va di moda adesso tra i giovani.

A giudicare dalla coda già a mezzanotte sembra proprio che gli giri bene, e dopo ieri direi che se lo meritano: il party è molto ben organizzato, con un sacco di gadget e senza troppi sbatti di liste, selezioni, cazzi e mazzi (a parte le dimensioni della coda di ieri, che non erano comunque imputabili all'organizzazione) e il mood sia dello staff che della gente è molto piacevole, per cui si vede che c'è dietro un'organizzazione esperta che ha creato un'ottima situazione.

La musica però, è per forza di cose il grosso punto debole del party: l'idea di un party a tema è sicuramente interessante, ma esiste davvero al mondo qualcuno che tutti i venerdì andrebbe a sentire le solite "Footloose", "Knock on wood" e altre ottantate banalotte e ignoranti? Una volta ogni tanto e come necessario sacrificio per sentire DFP ci può stare, ma il revival di un periodo prima che io nascessi stufa in fretta, soprattutto se gestito superficialmente e suonando i soliti venti-venticinque dischi telefonatissimi che tutti si aspettano in un party di questo tipo.

Ovvio, riuscire a essere originali in un party con un tema così inflazionato è tutt'altro che banale, anzi, richiede un talento e un'abilità rari come quelli che ha monsieur Dimitri da Parigi: il sosia elegante di Johnny Depp infatti si rende conto subito (o forse addirittura lo sapeva già per merito dell'organizzazione, non è dato saperlo) che non può suonare cose di nicchia, anche se splendide, tipo i suoi ultimi dischi con Dj Rocca su Gomma o gli altri dischi della sua compilation nuova su Defected, ma deve affidarsi al suo vasto repertorio di edit di classici disco, e tutto sommato non è un male.

(Qual è il capo dei pirati e quale il famoso dj disco?)

Mille anni fa ricordo di aver visto un'intervista a un famoso dj house che diceva che il succo del mestiere di un buon dj è essere in grado di bilanciare "entertainment and education", e DFP in questo è un grande maestro jedi: dà fondo al suo arsenale di edit di dischi famosi accontentando la maggioranza della platea che vuole il comfort della musica conosciuta, del solito Michael Jackson o Madonna di turno, ma aggiunge un contributo importantissimo e originale sotto forma di edit e di effettistica, oltre a infilare ogni tanto qualcosa di un po' meno famoso ma comunque perfetto per il contesto.

Morale, ci sono cose tipo il suo remix nuovo di "Headphones" di Little boots, che però - non ci vuole un genio ad accorgersene - ha lo stesso giro di "Into the groove" di Madonna, e infatti - guardacaso - ieri aveva proprio il vocal di madame Ciccone, c'è "Dolce vita" dei Gazebo e "Don't you want me" degli Human league, ma c'è anche questo qui, inaspettato e insospettabile, epperò clamoroso in mezzo agli altri:


C'è "Easy lover" di Phil Collins, "The power of love" di Huey Lewis & The news (dàài, quella di Ritorno al futuro), c'è George Michael e gli Snap!, tutti o quasi editati ed effettati in modo da renderli ancora più dancefloor-friendly e da facilitare un mixaggio che definire "perfetto" non è un'esagerazione: DFP ha una tecnica e un'esperienza fuori dal comune e sa sempre perfettamente quello che fa, mai un effetto o un filtro sono fuori posto, mai un passaggio suona sbagliato e fa fermare lo sculettamento della pista, mai un disco interrompe il flusso di goduria innescato dai precedenti.

Raramente due ore o poco più di set mi sono volate così in fretta, per cui il finale con l'edit devastante di "Relight my fire" di Dan Hartman e "I want you back" dei Jackson 5 arriva prestissimo, troppo presto.

Torno a casa sudato marcio e con un finestrino della macchina spaccato (in 10 anni di magazzini non mi era mai successo), ma estremamente soddisfatto per un set dellamadonna di uno dei miei dj preferiti del momento, completamente diverso da quello che mi sarei aspettato e forse anche per questo così gustoso.


domenica 16 settembre 2012

Trevor Jackson @ Classic, 15/9/2012

C'è un duplice "finalmente!" in questo post, ma andiamo con ordine.

Il primo è ovviamente per la riapertura del miglior club di Milano (e probabilmente d'Italia), quello in cui puoi tranquillamente andare da solo e trovare un sacco di amici, quello che ormai è diventato casa per il sottoscritto e per un gran numero di altri affezionati del clubbing nella grande metropoli.

Le prime date annunciate per la riapertura fanno sperare davvero benissimo per il resto della stagione: non solo Trevor Jackson all'apertura, ma Floating points e Marshall Jefferson nelle due date successive, per cui il messaggio pare essere, molto chiaramente, "ormai sono quattro anni che facciamo questa cosa (ok, un po' della gente che c'è dietro Classic ben più di quattro, ma ci siamo capiti), potete fidarvi di noi, possiamo osare di più anzichè fare le solite berlinate".

Rifare Floating points dopo il set della primavera scorsa, bellissimo ma non immediato, mi pare un'affermazione piuttosto netta di una volontà di educare il pubblico all'ascolto di qualcosa di un po' diverso e non banale, volontà che ovviamente mi entusiasma e mi riempie di gioia e gratitudine verso chi si prende un impegno così difficile in una città come Milano; ma veniamo alla serata di ieri, in cui la prima nota positiva è l'impianto nuovo che va a migliorare ulteriormente un soundsystem già valido rendendolo eccellente.

Partiamo dall'apertura dei due Electricalz, Vladi e Gero, a cui è legato il secondo "finalmente" del post: finalmente infatti ho l'occasione di fargli una critica costruttiva, così non sembra che visto che li conosco da tanto e siamo amici ne scriva sempre bene a priori.

Il set di apertura è stato bello, eh, chiariamoci, stiamo comunque parlando di due ottimi dj abituati ad aprire i sabati del Tunnel e non solo, ma se volessi fare giusto un appunto di quelli veramente pignoli e scassacazzo e quindi di nessuna rilevanza direi che "Battle for middle you" di Julio Bashmore, "ARP3" di Floating Points e "Found a place" di Tony Lionni (tutti e tre suonati da Vladi, tra l'altro, che non ho mai nascosto essere uno dei miei dj preferiti al di fuori dei grandissimi nomi) sono tre dischi della madonna, e non ci piove, ma forse non proprio originalissimi nè freschi, mi sanno più di "ho finito le idee e butto una hit a caso": non esattamente in linea col messaggio di cui parlavo prima anche se comunque, lo ripeto, sto facendo intenzionalmente il rompiballe perchè parlar bene di Vladi e Gero è troppo facile :)



Alle due, poi, con un'ottima puntualità, prende le redini della situazione Trevor Jackson, o almeno credo, visto che il signore che è salito in console era assolutamente identico a un personaggio storico della clubscene milanese: Stefano Fontana aka Stylophonic.


(La decisione su quale dei due sia Trevor Jackson e quale Stefano Fontana è lasciata al lettore per esercizio)

Al Sonar, l'estate scorsa, ricordo di aver avuto la netta impressione che Trevor fosse un gran dj d'esperienza, di quelli che hanno sempre chiaro in mente dove vogliono portare la pista, e per la prima ora il ricordo è confermatissimo: non dà assolutamente alla pista quello che si aspetterebbe ma anzi non ha paura di far storcere un paio di nasi, buttandola su un'electro piuttosto scura, mentale e ipnoticissima, che richiede una decina di minuti anche a me per entrare nel mood giusto ma poi mi dà grosse soddisfazioni, trasformandosi da "beh dai è qualcosa di diverso, è interessante" a "cazzo figata gran bel set".

Lussuoso nel suo essere ripetitivo e malato, parla alla mente più che al cuore ma dice le parole giuste per rapirti e portarti in un mondo parallelo fatto di macchine, tecnologia, futuro e sudore, in cui il clap della 909 ti schiaffeggia piacevolmente, la 303 è insieme un lamento e un coro angelico e l'insieme è una cosa che non capita spesso di sentire.

Purtroppo però l'idillio dura solo la prima ora, perchè nella seconda metà di set il buon Trevor pare aver un po' perso l'ispirazione e la linea e si mette a mischiare un po' di tutto senza soluzione di continuità e soprattutto senza un gran filo logico, tra acidate, dischi bigroom da mani al cielo, italodisco, missilate e electro spezzata senza cassa, per arrivare a una chiusura assolutamente folle (e non in senso buono) in cui il WTF inizia da questo


(che è quello che Todd Terry ha praticamente coverizzato in "Sunday morning"), per poi passare dal reggae a un viaggione da rave inglese primi anni '90 e chiudere col remix di "Psychokiller" dei Talking heads che suonano cani, porci, conigli e cavalli, e il "meh" arriva a livelli stellari.

Insomma, in generale non posso dire che il set di Trevor Jackson sia stato il migliore dell'anno: almeno per la prima ora è stato piacevole e ricco di idee interessanti, poi meno, ma ho comunque apprezzato molto la volontà sia sua che, soprattutto, dello staff di Classic (molto elegante tra l'altro quasi tutto vestito da matrimonio: auguri Lele!) di azzardare qualcosa di diverso e prendersi dei rischi anzichè fare sempre la solita roba.

mercoledì 20 giugno 2012

Sonar 2012, parte III: conclusione

Terzo ed ultimo giorno in terra catalana: il tema portante dell'intero festival ormai inizia a delinearsi, e oggi verrà solo ribadito.

Anche oggi la giornata parte molto lentamente, con un po' di cazzeggio e di passeggiamento in giro per Barcelona, chè anche se ormai siamo al quarto viaggio nella città blaugrana e tutte le cose dei turisti le abbiamo già fatte comunque c'è sempre qualcosa di interessante da scoprire e un girettino di shopping da vero metrosexual ci sta tutto per evitare di fare quelli che arrivano, vedono solo il posto del festival e se ne vanno.

Morale, arriviamo al MACBA verso le 17 e qualcosa; ci sarebbe il live di Nicolas Jaar col ghitarrista, ma un po' perchè lui non mi fa impazzire e un po' perchè i miei amici vogliono a tutti i costi sentire un a me sconosciuto Jesse Boykins III ci dirigiamo verso il tendone del SonarDome, e devo dire che fidarsi degli amici è stata un'ottima idea: Jesse è praticamente una sorta di Marvin Gaye in salsa Rush Hour, e il suo live, purtroppo molto corto, trasuda una quantità di amore e di sudore sconfinata.


Quarantacinque minuti scarsi di soul e rnb cantati su basi a cavallo tra la house oldschool alla Theo Parrish e il post-dubstep più deeposo, quarantacinque minuti in cui limonare durissimo e amarsi come se non ci fosse un domani: promosso a pieni voti.

Dopo di lui, è la volta di XXXY, che mi sono perso alla chiusura del Tunnel e a cui decido di dare una chance, anche perchè in quel preciso momento non ci sono moltissime alternative, ma tempo due-tre dischi e mi ha già rapito: altri lo hanno definito paraculo, e in effetti forse un po' lo è, a suonare "Arp3" di Floating points e soprattutto "Promised land" di Joe Smooth, ma secondo me la verità è che è un gran trascinatore e ha perfettamente chiaro che per fomentare un dancefloor basta tutto sommato poco.


E' vero, siamo a un festival di musica avançada in cui suonano anche personaggi di grosso spessore intellettuale come Amon Tobin o Alva Noto, ma riuscire a tenere perfettamente in mano la pista per un'ora e mezza come ha fatto lui, e come credo avrebbe fatto anche senza quel paio di dischi un po' nazionalpopolari, è tutt'altro che semplice: il buon inglesotto ha dimostrato di essere un dj coi controcazzi, spaziando adeguatamente tra la house un po' più movimentata e techneggiante e la parte più dancefloor-oriented della bass music, dimostrando, se ce ne fosse del bisogno, che anche avere la sensibilità necessaria a fare un set così danzabile è segno di musica avanzata.

Finito XXXY in teoria dovremmo iniziare a raccattare armi e bagagli e trasferirci alla fiera in tempo per i 2 bears alle 22, ma un po' la pigrizia un po' gli LA vampires ci fanno desistere e rallentare pesantemente il ritmo: il live degli americani è infatti moooolto lento, ma di quel lento piacevole e sexy, che sentito seduti sulla moquette mangiando un bocadillo di plastica e sorseggiando una cerveza mentre il tramonto si appropinqua diventa un'esperienza di rara goduria.


Assolutamente da risentire e da approfondire, tanto ormai la quantità di gente che devo approfondire dopo questo Sonar è tale che finirò tipo nel 2080.

Dopo di loro il loro socio di etichetta Ital, che si presenta cantando a cappella la prima strofa di "The rhythm of the night" di Corona guadagnandosi così il titolo di momento più WTF dell'intero weekend e che prosegue accumulando samples su samples ed effetti su effetti senza troppa logica: probabilmente su disco è molto piacevole, visto che i suoni tutto sommato mi parevano esserci, ma live è abbastanza deludente, per cui casa, doccia e ormai, visto che tanto per vedere i New Order alle 23 dovremmo fare delle corse esagerate, cena tranquilla, in modo da arrivare alla fiera per l'una e mezza.

All'unemmezza, infatti, c'è il live degli Azari & III, uno dei miei personali most wanted del weekend: purtroppo l'affollamento non ci ha consentito di vederlo da abbastanza vicino, per cui più che altro l'abbiamo sentito, ma chi l'ha visto lo descrive come una delle cose più gay degli ultimi 150 anni, e non stento a crederci.

I quattro canadesi, infatti, sanno di strusciamenti tra barbe sudate già su disco, e live trasportano pari pari quello che fanno su plastica nera (o su mp3, ormai, digiamogelo): chord di fronte ai quali è impossibile restare fermi e vocal che ti entrano immediatamente in testa, di quelli che al secondo ritornello sei già in grado di cantare pure tu a squarciagola, anche se ovviamente il pubblico knowledgeable del Sonar conosceva già tutte le canzoni a memoria, e in sostanza un tiro pop davvero allucinante, tipo che se ci fosse ancora il Festivalbar questi si mangerebbero chiunque altro in un solo boccone, e lo dico come cosa estremamente positiva.


Finiti i quattro Azari è la volta di Cooly G, su cui ho delle buone aspettative dopo aver visto un suo splendido set alla Boiler room, ma che purtroppo è una delle più grosse delusioni del weekend, col suo fiacchissimo karaoke senza un colpo di cassa e senza alcun mordente a cui assistiamo sì e no in tre: faticosamente resisto per tutti i quaranta minuti di live sperando che succeda qualcosa che invece non succede, e vado a riposare per un po' le mie stanche membra all'autoscontro, autentico tripudio della parte di pubblico più squagliata e cazzeggiona che rischia la vita ogni cinque minuti rotolandosi per terra in mezzo alla pista con le macchinine che gli sfrecciano attorno - è sempre divertente da vedere.

Tra una cosa e l'altra si sono fatte le quattro e un quarto, e tra un quarto d'ora dovrebbe iniziare la chiusura ad opera del miglior dj del mondo, per cui ci dirigiamo nello spazione aperto del SonarPub per tempo in modo da guadagnare dei posti decenti sugli spalti, non sapendo il dramma che ci aspetta.

Idealmente e da lineup, infatti, dovremmo sorbirci solo un quarto d'ora dell'orripilante live dei Modeselektor, invece i due tamarri decidono di andare lunghi e finire alle cinque: i tre quarti d'ora peggiori del weekend, se non dell'intero duemiladodici o forse addirittura della mia esperienza di clubbing.


Il live dei Modeselektor è fondamentalmente il fratello più tamarro e più incazzato di un live di Vitalic di dieci anni fa, tra segherie, sirene, cori da stadio e bottiglie di champagne spruzzate sulle prime file in nome dell'ignoranza più becera, roba che di colpo tutti quelli che mi erano sembrati un po' più scontati nei giorni passati, tipo Nightwave o a tratti XXXY, diventano intellettuali iscritti al MENSA.


Non credo davvero che esistano parole per definire la bruttezza di un live che viene osannato come innovativo perchè ha un colpo di cassa spostato ogni tanto ma che in realtà è tipo un melange di tutto quanto è stato fatto di ignorante e greve negli ultimi vent'anni di musica elettronica, con in più nemmeno l'attitudine cazzona che hanno altri tamarri tipo Steve Aoki o lo stesso Skrillex: questi ci credono davvero, pensano di essere gran musicisti e gran intellettuali con le sirene da stadio.


Orèndi.


D'altronde, è vero anche che per arrivare al paradiso bisogna soffrire, e il patimento estremo sofferto nei tre quarti d'ora precedenti il set di Garnier credo valga come martirio, visto che poi Lorenzo ci porta direttamente nell'alto dei cieli.


Non credo ci sia bisogno di raccontare in dettaglio come funzioni il suo nuovo progetto LBS, anche perchè ne ho già scritto varie volte, vi racconto solo che stavolta, anche senza Benjamin Rippert, vedere Lorenzo fare il suo "solito" (si fa per dire) show su un palco gigantesco, con le prime luci dell'alba, in mezzo alle migliaia di persone del pubblico del Sonar equamente divise tra squagliati, personaggi da circo e nerd musicali è un'esperienza che ha del mistico e dell'ultraterreno.




Purtroppo non riusciamo a fare chiusura fino in fondo perchè abbiamo l'aereo troppo presto, ma restiamo lo stesso fino alle sei e qualcosa, ammaliati dalla meraviglia che Lorenzo è in grado di mettere in piedi anche senza un terzo della formazione (Benjamin Rippert, assente ingiustificato) e con la stanchezza di tre giorni faticosi spazzata via istantaneamente, dopodichè a malincuore lasciamo la fiera e, poco dopo, la Catalogna per tornare in patria con un sacco di musica nuova da ascoltare e con l'idea che ormai, a conti fatti, l'idea di "musica elettronica" sia morta.


Pensare all'elettronica come un genere di nicchia separato dagli altri, infatti, ormai non ha più senso: la linea di confine tra l'elettronica underground e il pop mainstream da classifica oggi è sottile come forse mai era successo, e molti artisti sono in grado di scavalcarla in entrambe le direzioni a proprio piacimento, rendendo di fatto la musica elettronica LA Musica dei nostri giorni, anzichè solo una delle tante musiche possibili.


Sarà per via della crisi che costringe gli artisti di nicchia a rivolgersi a un pubblico più ampio, o per via del fatto che molti di loro ormai hanno alle spalle carriere più che decennali e quindi ormai sono artisticamente maturi, fatto sta che in molti di quelli sentiti durante questi tre giorni mi sono sembrati ormai pronti a dominare il mercato mainstream (che poi, esiste ancora il mercato mainstream nell'epoca della coda lunga? Non saprei, ma questa è un'altra storia), e lo spazio per le intellettualate con false pretese da innovatori e poco contenuto sembra essere sempre più ridotto, per la gioia del sottoscritto.


All'anno prossimo, quindi, per il ventennale del mio festival preferito :)

lunedì 18 giugno 2012

Sonar 2012, parte II: pop e canzoni

Venerdì, primo giorno con anche il Sonar de noche e, soprattutto, giorno dell'attesissimo live di John Talabot; il primo giorno è stato così ricco di piacevoli sorprese che sarà difficile ripeterlo, ma siamo al Sonar, mica alla sagra del bue muschiato di Pizzighettone, per cui tutto è possibile.

Il live degli Esperanza alle 13.30 è un delitto gravissimo, visto che avendolo già sentito so quanto vale e metterlo ad un orario del genere significa che in molti, me compreso, se lo perderanno: ad ogni modo, Damir ci è stato e pare che abbiano riscosso un ottimo successo, cosa che non può che farmi piacere perchè i ragazzi lo meritano eccome.


Il primo artista interessante che voglio vedere è Trevor Jackson, anche perchè proprio a pranzo ho letto un'intervista in cui se la sboroneggia di gran carriera dicendo "i dischi che mi sono portato per il Sonar non ce li ha nessun altro" e devo dire che, dopo una decina di minuti di Psilosamples che gli valgono un'intenzione di ascolto più approfondito, il signor Playgroup ha sboroneggiato a buon diritto.

Set della madonna il suo, che centra con la precisione di un cecchino il mood da quattro di pomeriggio di venerdì, con la cassa lentona e i pad lunghissimi, da "beviamoci una due tre quattro cinque sei birrette sul prato sintetico e cazzeggiamo amabilmente", come solo i dj di grandissima esperienza sanno fare.

Completamente opposto, invece, è il set di Nightwave nel tendone del SonarDome: la ragazza è giovane ed evidentemente non ha il carico enorme di autorevolezza del suo collega, ma si difende piuttosto bene lo stesso, cambiando all'incirca un disco al minuto e spostandosi molto agevolmente dalla house alla techno alla bass music, tra dischi stranoti e meno noti, tirando in mezzo a dovere tutti gli astanti noi compresi, che eravamo partiti con la classica idea di svaccamento sulla moquette e tempo neanche 10 minuti stiamo ballicchiando di gusto.


Finita la signorina, tocca di nuovo a Flying Lotus: in un mondo normale mi allontanerei più possibile vista anche la noia del set di ieri, ma mi lascio convincere che oggi farà un set completamente diverso e rifaccio l'errore di dargli una chance: nemmeno oggi resisto più di dieci minuti, anche perchè la musica è esattamente la stessa, orribile, di ieri.

Da qui alle 20 non c'è nulla di rilevante (ci sarebbe Daniel Miller, il signor Mute records, alle 18, ma l'ho già sentito all'Amsterdam dance event e so che suona dell'orrida technaccia senz'anima, per cui posso farne a meno), quindi pausa-tapa e ritorno al MACBA appena in tempo per riuscire ad entrare al SonarHall, la cui capacità limitata si esaurisce subito dopo il nostro ingresso, tant'è che alcuni miei amici rimangono fuori e si perdono un live strepitoso, degno di un album che se non ci fosse stato TEED sarebbe l'album dell'anno.

Paddoni goduriosissimi, cassa lenta e spezzettata, atmosfere baleariche e il cantato di Pional che affianca il buon Oriol sono le componenti di un live assolutamente all'altezza delle aspettative e dell'hype, e infatti la platea risponde con molta soddisfazione, rapita dal mood estivo e sognante di ƒin che forse avrebbe reso al meglio all'aperto nel pratone gigante anzichè nella sala sotterranea troppo piccola per contenere tutti quelli che volevano assistere: molti sono rimasti fuori, quelli dentro erano schiacciatissimi ma ce lo siamo veramente gustato, è una delle meglio cose del weekend e dell'anno.


La vera beffa dei miei amici che non sono riuscti a vedere il live di John Talabot, però, è che sono stati costretti a subire l'atroce tortura di quello di Nina Kravitz: io non l'ho visto, ma da come me l'hanno raccontato dev'esser stato roba che te ne vai dicendo "beh, almeno è figa", ed è l'unico valore contenuto in un'ora di live che non passa mai.

Quando a un festival c'è così tanta roba e in posti diversi, è inevitabile perdersi qualcosa, per cui la fine del live di Oriol alle 21 e qualcosa e l'inizio di quello di Amon Tobin alle 23 in un posto a mezz'ora di taxi mal si conciliano, ma soffro poco visto che tanto quest'ultimo non è proprio il mio genere, per cui faccio a tempo a fare una doccia, mangiare qualcosa e arrivare alla fiera in tempo per sentire la fine del set di James Blake, molto bello ma davvero troppo vuoto e rarefatto per un pubblico da festival (avesse fatto lo stesso set un artista con metà dell'hype, avrebbe preso i pomodori, e ne ho avuto una mezza testimonianza il giorno dopo, ma questa è un'altra storia) e per vedere tutto il live di un gruppo da cui mi aspettavo grandi cose, i Friendly fires.

L'album mi è piaciuto un sacco, ed ero molto ansioso di vederli dal vivo per capire se davvero questa via poppeggiante fatta di ghitarra-basso-batteria-cantante oltre ai synth sia una strada percorribile per il futuro dell'elettronica, e la risposta è un convintissimo "sì": alla fine del concerto ero quasi completamente senza voce dopo aver cantato "Hurting", "Blue cassette", "Hawaiian air" e "Live those days tonight", e i ragazzi erano pezzati come se avessero corso due o tre maratone.


Sudore, ghitarre, synthoni e un sacco di cantato: non è solo il solito festival elettronico con i dj del momento che suonano le hit dell'anno, il Sonar è il festival del pop di dopodomani e dopodomani i Friendly fires potrebbero dire la loro, con la loro abilità di essere contemporaneamente catchy e interessanti, retromaniaci e pieni di riferimenti orientati a un pubblico più maturo e attento (vedi il video qui sopra) ma contemporaneamente orecchiabili per gli ascoltatori "casuali".

Finito il loro live, c'è un breve momento di stanca: il ciccione della DFA non mi entusiasma, la fine del set di Annie Mac e l'inizio di quello dei Simian Mobile Disco interessanti ma nulla di esagerato (soprattutto i secondi, comunque, pensavo molto peggio), Richie Hawtin sentito cinque minuti pare fare esattamente lo stesso set del 2006, con uno spettro sonoro che varia dai due suoni ai tre nei momenti di massima intensità, per cui visto che le priorità sono il giorno successivo decidiamo di perderci cose interessanti come Fatboy slim, di cui ero molto curioso, Brodinski & Gesaffelstein e la chiusura di Jacques Lu Cont: non si può fisicamente sentire tutto, bisogna sempre fare delle rinunce dolorose, e domani ci aspetta una giornata molto intensa, per cui nanna, anche se molto molto molto soddisfatti.

domenica 17 giugno 2012

Sonar 2012, parte I: un tranquillo giovedì di scoperte

Poteva mancare il post lunghissimo in cui vi racconto tutte le cose nuove e meno nuove che ho visto negli ultimi tre giorni al festival di musica avanzata di Barcellona?

Ma non se ne parla nemmeno, per cui senza ulteriori indugi comincio a snocciolarvi, in rigoroso ordine cronologico, i personaggi che hanno popolato il mio lungo weekend di esplorazioni musicali, partendo ovviamente dal giovedì, giorno che solitamente è un po' più loffo e fatto di svaccamenti sul prato sintetico al fine di conservare le energie che verranno ampiamente esaurite nei giorni successivi, ai quali verranno dedicati altri post successivamente in modo da non rendere questo più lungo della Treccani.

Nella lineup del giovedì, oltretutto, non c'è nessuno che mi interessi davvero prima delle 20, per cui ho ampiamente modo di recuperare lo sbattimento del viaggio con una pennichellina e dirigermi con calma al MACBA insieme ai miei amici e coinquilini, la spina dorsale di Exprezoo records, verso metà pomeriggio, quando nel tendone del SonarDome sponsorizzato RedBull (nota di folklore: la RedBull oltre a sponsorizzare un sacco di eventi fighi ha sempre delle idee di marketing geniali, adesso a tutti i festival che sponsorizzano se compri una delle loro bevande da acidità di stomaco ti regalano 100 minuti di wi-fi gratis, manna dal cielo per noi turisti stranieri senza traffico dati) stanno suonando degli sconosciuti Sizarr, che sono proprio quello che ci vuole per iniziare a dovere i tre giorni e che anticiperanno, un po', il tema portante dell'intero weekend, col loro poppettino tranquillo basso-ghitarra-batteria-synthini da "un po' me la ballicchio un po' me la canticchio un po' mi svacco sulla moquette bevendo una birrettina".

Morale, neanche mezz'ora che sono dentro al Sonar, giusto il tempo di comprare del merchandise (la borsa di quest'anno è finalmente figa, a differenza di quelle degli ultimi due o tre) e ho già scoperto dei tizi nuovi che voglio approfondire: il paradiso dei nerd musicali assetati di nuove scoperte non si smentisce mai.


Andare in un posto così assieme a degli altri nerd musicali, poi, è il meglio che possa capitare: fossi stato da solo, mi sarei perso il live di Yosi Horikawa che mi ha consigliato l'ottimo Alexei e che è stato una delle cose migliori del Sonar: il piccolo giapponesino (che tra l'altro ha passato tutto il venerdì e il sabato in primissima fila al SonarDome a godersi gli altri artisti) fa delle cose che a sentirle raccontare sembrano una palla alluscinante e la sagra dell'intellettualismo inutile, visto che fa musica basata quasi esclusivamente su field recordings e campionamenti ambientali, ma sentito live è godibile un bel po'.


I field recordings ci sono, ci sono gli scrosci d'acqua e i rumori di fondo della città, ma c'è anche una bella cassa a volte dritta e a volte spezzata a rendere il tutto contemporaneamente molto danzabile e molto orecchiabile, per via della cura giapponese con cui i field recordings sono curati e trattati al fine di costruire un'atmosfera eterea; immaginate un Kaito un po' meno zuccheroso e danzabile, per capirci, e vi fate un'idea di che piacevole sorpresa sia stato.

Nel frattempo, sul palcone del SonarVillage si sta esibendo Flying Lotus col suo ingombrante carico di hype e io, pur non apprezzandolo, decido di dargli una possibilità: resisto solo dieci minuti scarsi al suo tuuun, ci-tun cii tuuun per fintointellettuali e poi decido di tornare sotto il tendone dove ci sono artisti che non hanno bisogno di uno zio famoso per vendere dischi, nella fattispecie un altro sconosciuto per me, un tal Doc Daneeka che sta facendo un set piuttosto godurioso nella sua semplicità, infilando Chez Damier, Todd Terry e i MAW a orario aperitivo per una roba che è, sostanzialmente, "ti piace vincere facile".

Intendiamoci, io li sento sempre volentierissimo, ovvio, ma sei al Sonar, non sei alla sagra della salamella, dovresti fare di più: da rivedere, perchè comunque non è che mi sia sembrato scarso, anzi.

Mi è sembrato così scarso che mi sono menato via e mi sono perso l'inizio dei Mostly Robot, l'interessantissimo progetto a base di improvvisazioni di Jamie Lidell, Tim Exile e un paio di loro amici dello stesso livello, di cui ho sentito dire meraviglie da più parti: arrivo nella sala sotterranea del SonarHall quando ormai è troppo tardi e hanno praticamente finito, e mi rimarrà il rimorso.

Mini pausa-tapa, e poi alle 20 è l'ora di uno degli artisti per cui ho più aspettative, Totally enormous extinct dinosaurs: il suo album, l'ho scritto di recente, è il mio album del 2012 e del suo live ho letto in giro grandi cose, per cui dire che sono venuto a Barcellona solo per lui è un'esagerazione, ma nemmeno troppo grossa.

L'acustica del SonarVillage, non impeccabile in più di un'occasione giovedì, non gli rende giustizia, ma ciononostante il suo live è qualcosa di esagerato, a base di piume di pavone, di ballerine à-la Mauro Repetto vestite da ninja con la coda metallizzata e, ovviamente, delle splendide canzoni di "Trouble" che compaiono quasi tutte nell'oretta di show, dalla title track a "Panpipes", da "Your love" a "Tapes & money", da "American daydream part II" e "Stronger" alle ovvie due hittone, "Garden" e "Household goods".


La mia reazione al live è stata assolutamente scontata, visto che ho cantato come un bambino, goduto molto e fatto due lacrimine sul cantato di "Garden", grazie alla voce molto bella anche se poco audibile per via delle sbatte tecniche della cantante, ma quello che mi ha piacevolmente sorpreso è stata la reazione del pubblico: immaginavo che il grosso talento pop di TEED facesse una buona presa e sapevo della grossa ricettività di una platea come quella del Sonar, ma non mi aspettavo di vedere COSI' tanto fomento, così tanta gente goduta e così tanta gente cantare a squarciagola tanto quanto me: è la riprova che Orlando forse non è un pallino mio personale ma ha davvero un sacco di talento ed è probabilmente destinato a fare grandissime cose.

Il primo giorno di Sonar finisce così, col sorrisone a trentadue denti: di solito la sera del giovedì la si passa tranquilla con una buona cenetta e a letto presto, per evitare di arrivare morti al sabato, ma stavolta era davvero impossibile resistere all'offerta sterminata dei party off: il label showcase della Freerange con Jimpster, Manuel Tur e soprattutto Lovebirds, sotto casa, gratis era irrinunciabile, per cui cambio di programma, ci andiamo.

In realtà prima dei tre della Freerange suonano dei resident che definire imbarazzanti è un eufemismo, per cui la stanchezza del viaggio e del primo giorno di Sonar si impadronisce di noi e riusciamo a sentire giusto un'oretta - comunque ottima - di Lovebirds prima di andare a letto ribadendo che mai più sti cazzo di party Off Sonar organizzati solo per poter dire che hai suonato a Barcellona in quel weekend lì e che nel 99% dei casi sono gestiti col culo e semideserti.

lunedì 5 marzo 2012

Floating points @ Classic, 3-3-2012

Nel report dal Sonar dell'anno scorso, a proposito di Floating points, scrivevo: "molto bravo, da risentire al più presto anche se con ogni probabilità per risentirlo mi toccherà prendere un altro aereo".

Ero già rassegnato all'idea di dover andare a sentire il buon Sam a casa sua, in UK, e invece i ragazzi di Classic evidentemente mi vogliono del bene e sabato scorso me l'hanno portato vicino casa, con del coraggio non indifferente.

Un set di Floating points in un sabato sera milanese, infatti, è un azzardo non da poco: per quanto la clientela di Classic non abbia ovviamente nulla a che spartire con il milanese medio in camicia cocaina e Danza Kuduro e sia comunque svariate spanne sopra anche al milanese indie medio in occhiali grandi maglietta ironica e James Blake, è comunque vero che la programmazione abituale di Classic ha addestrato il proprio pubblico alla cassa in quattro e a una certa danzabilità, sempre di alto livello ma comunque più "facile" rispetto all'estro e all'eclettismo di un set di Floating points.

Qual'è stato, quindi, l'esito di questo azzardo?

Andiamo con ordine: partiamo dall'opening set di Sandiego, che non sentivo da tanto e che ha dimostrato di essere sempre come me lo ricordavo, bravo almeno quanto il suo compare di vecchia data, Lele Sacchi: set d'apertura condotto alla perfezione, partito molto tranquillo (sono riuscito a sentirlo praticamente fin dall'inizio, a club semideserto) e giustamente cresciuto fino al climax classicone di "Most precious love" di Blaze e Barbara Tucker, con la cassa funkettosa marchio di fabbrica di Diego sapientemente declinata in modo da integrarsi col set dell'ospite di turno, come fanno i grandi resident.

Ma veniamo a punti flottanti, o virgole mobili che dir si voglia, che parte cercando di non rompere troppo il flusso della serata e inserendosi nel solco tracciato da Sandiego a colpi di un altro classicone che aveva suonato anche al Sonar, "The bounce" di Kenlou aka i MAW, che è uno di quei dischi che dove li metti li metti fanno sempre la loro porca figura, ma poi inizia il suo personalissimo viaggio lungo traiettorie che a quasi nessuno potrebbero venire in mente, ma che nel contesto del suo set hanno perfettamente senso.

Non è certo da tutti incastrare tra loro jazz, disco, funk, IDM, techno e cose latineggianti tuttassieme, e riuscire a farlo con un senso è cosa veramente per pochi, ma Sam ce la fa praticamente sempre, salvo giusto un paio di volte in cui prende la strada più ostica e taglia un po' le gambe alla platea già leggermente ridotta dal suo gusto per le pause lunghissime (pure troppo, a volte, al punto che è partito qualche fischio) e dal suo uso molto intenso dei filtri spettacolari del mixer valvolare montato al Tunnel per l'occasione, che in alcuni casi rompe un po' la continuità del ballamento.

La realtà, però, è che un set di Floating points non è assolutamente una cosa in cui il ballamento e la danzabilità proseguono ininterrotti per le due ore o poco più lungo cui si articola la questione, ma anzi è un'esperienza ricca di cambi di passo, interruzioni, svolte improvvise, salti, capriole, momenti di fomento e momenti di ascolto rilassato: è un set protagonista che richiede di essere ascoltato con molta attenzione per apprezzare la cura con cui Sam sceglie ogni disco anche quando sembra non avere alcuna attinenza con quello precedente, e che per questo magari sarà sembrato sconclusionato e indigesto a qualcuno, ma a me è piaciuto un sacco.




domenica 19 febbraio 2012

John Talabot @ Classic, 18-02-2012

Ah sì, adesso sì che si ragiona.

Settimana scorsa ho fatto l'errore di tentare una sperimentazione coraggiosa, andando in posti nuovi e situazioni diverse dal solito, ed è finita male: ieri sera, invece, sono tornato alle sane abitudini ed è stato, ovviamente, come tornare a casa.

Non c'è veramente nessun'altra parola con cui si possa definire ciò che i ragazzi di Classic hanno creato il sabato al Tunnel: "casa" è quel posto in cui sai che troverai sempre degli amici e quel posto di cui sai che ti puoi sempre fidare praticamente per ogni cosa: tutti i dettagli, che magari da fuori sembrano piccole cose e banalità, sono gestiti e organizzati alla perfezione, e solo quando metti piede da qualche altra parte ti rendi conto del lavoro enorme che tutta l'organizzazione mette in ogni serata.

Sembra scontato pensare a una gestione degli ingressi e delle liste assolutamente smooth e senza intoppi, a una programmazione musicale di altissima qualità e in grado di alternare nomi "classici" a "nuove proposte" allettanti, a dei resident in grado di gestire perfettamente il set di apertura; sembra scontato pensare al clima perfetto che c'è dentro Classic, fino a quando ti guardi in giro e scopri che Classic è tutt'altro che scontato, che il livello di perfezione a cui sono arrivati Lele, Diego, Vladi, Gero e il resto dell'organizzazione è frutto di anni di lavoro, passione e professionalità ed è qualcosa di assolutamente unico, almeno per Milano.

Iersera, poi, ennesimo regalo al giovane Raibaz, che sperava di sentire John Talabot già da un po' e ha già iniziato a organizzarsi per andare a sentirlo al Sonar, visto che è suo fan sfegatato fin dai suoi primi remix dell'anno scorso e sta letteralmente consumando l'album, di cui si è parlato in maniera positivissima di recente.

Ordunque, parliamo della serata di ieri: mi rifiuto di commentare il set d'apertura, perchè va a finire che divento ripetitivo e tanto ormai è risaputo che val la pena entrare al Tunnel prima possibile per godersi interamente i set di uno dei migliori resident in circolazione, quello a cui ormai sento fare set d'apertura da quasi dieci anni e non ricordo di aver mai pensato "oggi non è in giornata": non so davvero più cosa dire sulle aperture di Lele Sacchi, per cui vi basti sapere che ieri ha "solo" fatto la solita apertura perfetta, che fatta da lui sembra sempre la cosa più facile del mondo.

John Talabot, invece, si presenta come l'ultimo dei nerd, in camicina e barbetta, pianta nei cdj le sue due chiavette usb, inforca le cuffie e senza alzare mai la testa dal mixer ci regala un set della madonna: nella recensione dell'album avevo scritto che di fronte a un dancefloor non avrebbe potuto indugiare troppo nelle morbidezze che popolano "ƒin", e infatti lui non ci pensa neanche per un attimo, inserendosi alla perfezione nel solco deeppeggiante con tocchi di oldschool tracciato da Lele e infilandoci i suoi caratteristici chord solarissimi, ed è subito estate.

Oriol fa una magia: tempo neanche un paio di dischi e non siamo più in uno stanzone buio sotto i binari della stazione centrale in una fredda serata invernale, ma siamo sulla spiaggia di Barcellona, al tramonto di una giornata estiva: se chiudi gli occhi pare quasi di sentirla, la sabbia tra le dita dei piedi, assieme a quella goduria e quel sorrisone che rendono gli openair estivi così diversi dalle serate nei club e così unici; unire questa goduria al clima familiare di un club come il Tunnel e di una serata come Classic è una miscela esplosiva, il prodotto è una serata praticamente perfetta.

Due ore di set passano in frettissima, tra chicche sconosciute e cose più famose tipo l'ultimo splendido Floating Points (che pare sarà nelle vicinanze a brevissimo, state tunati) o il classico "Son of raw" di Dennis Ferrer, guardi l'orologio la prima volta per vedere da quanto sta suonando il Talabotti e sono già tipo le quattro, ed è il momento del regalone finale, l'ultima mezz'ora in cui Oriol e Lele fanno un disco a testa e, com'era prevedibile, finisce a chi la spara più grossa: Lele sembra avere la meglio in questa pseudogara divertentissima piazzando un devastante "Deep inside" di Harddrive, ma Giòntalabot non si fa spaventare dal pezzo da novanta e chiude così, a luci accese:


Morale, nella gara che non è una gara tra i due dj a vincere siamo tutti noi, che ce la siamo goduta un sacco per tutta la sera.

Per l'ennesima volta, grazie Classic.

sabato 19 novembre 2011

Laurent Garnier al Leoncavallo, ieri sera

Mi sento veramente ripetitivo a scrivere meraviglie di Laurent Garnier per la seconda volta in un mese, la terza se contiamo anche la puntata del podcast che gli ho tributato qualche settimana fa, ma non posso farci niente: ieri sera, per l'ennesima volta, ha ribadito di essere il miglior dj del mondo.

(Premessa: la qualifica di "dj", a uno come Laurent Garnier, va più che mai stretta, ma non ho voglia di scrivere ogni volta l'elenco delle mille cose che Lorenzo sa fare, per cui facciamo che ci siamo capiti)

Ieri sera, poi, ho capito qual'è il vero motivo che lo rende il miglior dj del mondo, che lo porta una-due-tre spanne sopra tutti gli altri: ieri sera al Leoncavallo c'erano non meno di duemila persone, tra cui quasi tutti gli amici che ho conosciuto nell'arco di quasi dieci anni di clubbing, e Laurent Garnier ha messo d'accordo tutti.

C'era chi arriva dalla scena dark e alla musica chiede sempre innovazione e stupore, c'erano le signorine che chiedono lo sculettamento e la festosità, c'erano appassionati della techno oldschool senza compromessi e c'erano quelli che non disdegnano le tendenze più recenti del post-dubstep o della nu-disco; c'erano i globetrotter della cassa che non si perdono un party o un festival anche a migliaia di km di distanza da casa e c'erano quelli che mettono il culo fuori di casa una volta l'anno, c'erano gli addetti ai lavori e c'erano quelli che se ne fottono e vengono a ballare e basta, c'erano molti intenditori e almeno altrettanti distrutti, e a ciascuno di loro Lorenzo ha fatto vivere il party dell'anno e uno dei migliori che si siano mai visti.

Nessun altro dj che abbia visto in questi anni, neppure mostri sacri come i vari Hawtin o Sven Vath nè altri tra i miei preferiti come Villalobos o Wink, è in grado di piacere a un pubblico così variegato, che trascende ogni tipo di scena, di moda e di filone per cui, quando c'è Garnier, tutti, nessuno escluso, sono sotto la console con la goduria che sprizza da ogni poro.

E c'è da dire anche, comunque, che avendolo visto due volte in meno di un mese posso dire senza timore che il suo LBS è uno show praticamente perfetto, con alcuni momenti che si ripetono in maniera quasi rituale per soddisfare i fan più sfegatati che se li aspettano e li attendono con ansia, come la sequenza "Gnanmankoudji"-"The man with the red face" che fomenterebbe pure un cadavere, e la naturale improvvisazione di un dj set di un genio assoluto abituato da sempre a suonare qualunque tipo di disco, senza vincoli di genere.

Non mi avventurerò nell'impresa impossibile di classificare in un filone solo le differenze che ho notato tra il set di Amsterdam e quello di ieri sera, ma devo dire che se al Paradiso l'avevo trovato molto ipnotico e viaggione ieri invece l'ha buttata molto di più sull'uplifting, a colpi di pad, violinoni e chords da mani al cielo abbraggiamogi forte e vogliamogi tantobbene, che è uno dei mood che più mi piacciono, e quindi vabbè chettelodicoaffare.

Che poi è anche difficile descrivere un set di Lorenzo, perchè si sa, la sua grande magia è anche che nel giro di un quarto d'ora cambia marcia due-tre-quattro-cinque volte e tu senza accorgertene sei passato da uno sculettamento moderato e sorridente ai salti alti quattro metri a colpi di catenate, da melodie gioiose ad acidate con la 303 che suona come spari di fucili laser in una guerra contro gli alieni, e la cosa si ripete senza soluzione di continuità per l'intera durata dello show.

Ieri sera, poi, vedendo lo show frontalmente anzichè dall'alto, mi sono reso conto anche di un'altra cosa incredibile che rende ancor più magico lo show nelle sue parti live: alla destra di Garnier c'è Scan X, con un portatile su cui gira Ableton, un controller e un atteggiamento che più marziale non si può, completamente immobile e concentratissimo nello sfoderare casse cubiche e bassate e percussioni che ti colpiscono in parti del corpo che non pensavi neanche di avere, mentre alla sua sinistra Benjamin Rippert ha una serie di synth hardware che suona come il più consumato dei jazzisti, sculettando, ballicchiandosela, improvvisando e gigioneggiando.

Al centro tra i due, tra il jazzista e il technohead, tra l'hardware e il software, a fare da ponte tra i due, può esserci solo il migliore del mondo, a dirigerli come un direttore d'orchestra, anzi a suonarli come se fossero dei dischi, e infatti per lui quasi non c'è differenza tra le tracce suonate live e quelle suonate dai cdj, lui ci parla allo stesso modo indipendentemente dallo strumento che usa e ci parla, ovviamente, di un sacco di cose, diverse per ciascun ascoltatore ma ugualmente meravigliose come solo il linguaggio della techno sa fare.

Grazie di cuore Lorenzo, e grazie di cuore anche agli Electricalz e al resto dell'organizzazione per averci regalato (a otto euro, oltretutto, direi che il termine "regalato" è quanto mai appropriato) il party dell'anno.

martedì 25 ottobre 2011

L'evento danzante di Amsterdam, anche quest'anno

Seconda esperienza all'ADE per me, dopo quella positivissima dell'anno scorso, con un po' di esperienza alle spalle in più e un po' di effetto sorpresa in meno, chè ormai al clubbing in terra olandesa ci si è fatta un po' di abitudine e ci si stupisce un filo meno (ma neanche troppo) per quanto sia tutto a livelli stratosferici nei club dei mulini a vento.

Il menu della settimana prevedeva, in rigoroso ordine cronologico: giovedì sera Laurent Garnier in versione LBS al Paradiso, venerdì sera Dave Clarke presents al Melkweg e sabato sera l'ultimo dei party dei dieci anni di ResidentAdvisor al Trouw, con Robag Wruhme e Agoria più qualche altro e l'ospitone a sorpresa.

Le premesse, alla partenza, non erano dei migliori, visto che il cambio di stagione drasticissimo e improvviso di settimana scorsa mi ha portato in dono un raffreddore mortale di quelli che ti tagliano le gambe e ti trasformano in una sorta di pupazzo imbottito di moccio, ma ovviamente qui non ci si fa fermare da certe sottigliezze e con la valigia carica di aspirine si parte lo stesso, con l'intento di dosare accuratamente le energie compatibilmente con le esigende di sonno legate alla mia precaria condizione di salute.

Morale, giovedì la prendo adeguatamente comoda, cenettina tranquilla con Fede in attesa che ci raggiunga anche la mia signora e poi ci dirigiamo al Paradiso, club in cui ero già stato l'anno scorso e che è sempre uno dei più belli mai visti: wifi libera all'interno (è una feature abbastanza comune nei club olandesi, mica come nei nostri in cui non prende neanche il telefono nella stragrande maggioranza dei casi), edificio antico presumibilmente ricavato da una ex chiesa o cose così, viste le vetrate decorate, le grosse balconate ai lati della sala principale, il parquet quasi dappertutto e la sala piccola, al piano principale, col caminetto; in sostanza il classico posto che qui ti spacciano per location caratteristica in modo da far pagare l'ingresso settordicimila euroes per andare in un posto con l'impianto della playmobil a sentire i dischi della Carrà mixati dal primo Gino Salamella di passaggio in mezzo ai quarantenni col foulard nel taschino che ordinano magnum di Crystal, mentre nei paesi civili ospitava il miglior dj del mondo con un impianto commovente e un pubblico che vabbè chettelodicoaffare.


Ma andiamo con ordine, perchè prima dello show di sua maestà Lorangarniè c'è un giovine di belle speranze che fa il set d'apertura: a onor del vero non è proprio giovinissimissimo e nemmeno del tutto sconosciuto, visto che è Nuno Dos Santos, ma il set d'apertura è veramente coi fiocchi.

Il ragazzo è resident del Trouw come 360 soundsystem assieme a Patrice Baumel, oltre ad aver già all'attivo un buon numero di release molto interessanti assieme a TJ Kong, per cui non è esattamente l'ultimo dei cretini, e infatti il suo set d'apertura è uno dei migliori dell'intero weekend, con sonorità molto classy e quel crescendo moderato che si confà a un preserata, in modo da arrivare, con una linea ineccepibile, a un giusto quantitativo di legna con l'approssimarsi del peaktime e dell'ospite principale della serata: non so se lo vedremo mai qui in Itaglia visto che non è un nome di moda e non fa roba come quella che va qui adesso, ma il ragazzo merita assolutamente per cui se dovesse capitarvi a tiro non perdetelo assolutamente.

Tra una roba e l'altra si fanno le due, è l'ora in cui finalmente tutti noi possiamo dire, come direbbe Simone KK, "prenditi cura di me, Garnier", e Lorenzo in effetti dal momento in cui inforca le cuffie si prende cura di noi come il più professionale degli infermieri, curando alla perfezione ogni aspetto sonoro e pilotando le nostre emozioni come solo lui sa fare, aiutato anche da una quantità moderata di strumentazione, della quale abbiamo ritenuto necessario fornire una diapositiva:


Con cotanto bendiddio a disposizione, è naturale che due mani non gli bastassero, per cui Lorenzo si fa dare una mano da due che non sono proprio gli ultimi dei pezzenti: Benjamin Rippert ai tastieroni e Scan X alla cassa (no, non quella del supermercato).

Nonostante il live sia presentato come L.B.S., però, è poco più di uno one man show, visto che Lorenzo alterna momenti di dj set a momenti in cui suona alcuni dei suoi successi principali live coadiuvato dai due soci, che comanda a bacchetta come un vero direttore d'orchestra: vai ora, continua così, ora più alto, ora più basso, aspetta, continua, fai così, fai cosà, ok ora sedetevi che suono due dischi, Beniamino e Scanicso sono nulla più che estensioni del genio di uno dei più grandi musicisti contemporanei, genio che in questa veste ha modo di esprimersi al 100% in tutto il suo eclettismo: uno dei migliori dj del mondo (se non il migliore) e uno dei migliori live artist del mondo, assieme, mischiati alla perfezione.

Per farvi capire in parte la portata veramente ENORME dell'esibizione di Lorenzo, compito veramente ostico, il meglio che posso fare è mostrarvi questo video che ha postato lui stesso sulla sua pagina di Facebook:



Vedere solo il video, però, pur essendo già così qualcosa di grosso (particolare da osservare per capire la qualità del pubblico, il boato alla fine del video, dopo appena due note del basso di "The man with the red face"), non rende l'idea appieno, perchè mancano i venti minuti di dj set immediatamente precedenti in cui Lorenzo ha suonato "Panta rei" di Agoria e poi delle missilate al limite dell'hardgroove prima di un'intro lunghissima suonata live proprio di "Gnanmankoudji" in grado di creare una suspence esagerata esplosa in un momento di estasi collettiva quando, finalmente, è partito il sax.

Morale, Lorenzo è il solito, grandissimo, pilota che tutti conosciamo e adoriamo, uno che ci guida esattamente dove vuole, che sa esattamente come riempirci le orecchie di goduria meglio ancora di come noi stessi potremmo mai immaginarci, è uno che potresti stare a sentirlo per dei giorni di fila e suonerebbe sempre nuovo, fresco e mai sentito prima d'ora, in grado di stupirti a ogni disco e a ogni cambio di passo della sua esibizione live.

E' con la morte nel cuore, quindi, che alle quattro, quando mancano ancora due ore buone al set di Lorenzo,  decidiamo che il raffreddore il malessere e la stanchezza hanno il sopravvento su di noi e andiamo a farci una dormita ristoratrice, visto che ci sono ancora due giorni di party e non vorrei collassare a metà.

Il venerdì, che non so per quale motivo è storicamente la giornata più loffa del weekend a livello musicale, decidiamo quindi di prendercela più comoda possibile, cazzeggiando in giro per la deliziosa cittadina dei mulini a vento e facendo un po' di shopping, prima di andare a scassarci quantità industriali di sushi all you can eat e dirigerci al Melkweg; l'idea iniziale era di fare un passaggio preserale al Cafè Cox per il party di lancio della compilation di Rush Hour con personaggi interessanti tipo Juju & Jordash, ma a furia di prenderla con comodo s'è fatta una certa e non s'è fatto in tempo, per cui diretti al Melkweg che propone Dave Clarke e una serie di amici suoi, tra cui i più interessanti sono Andy Weatherall e Derrick May e i più insulsi sono Joseph Capriati e Len Faki.

Ora, mi direte "che cazzo vai a fare a sentire Capriati e Len Faki?" e la domanda è più che legittima, ma la realtà dei fatti è che al momento in cui ho preso le prevendite non c'era nulla di più allettante, tipo che le alternative prese in considerazione erano il party di Digweed e quello con Joey Negro e Kenny Dope...vai a sapere che al party di Frankie Knuckles si sarebbe aggiunto all'ultimo momento Kevin Saunderson per fare il live degli Inner City, maledizione.

Ma non solo: il giorno dopo abbiamo il checkout dall'hotel alle 12 e dobbiamo passare la giornata in giro prima del party di sabato per poi andare diretti all'aeroporto, quindi l'intenzione è di restare al Melkweg fino massimo alle tremmezza, cose così...e infatti Derrick May suona alle quattro, dopo due ore di Dave Clarke, porcaputtanaluridaschifosaimpestata.

Ma andiamo con ordine, chè comunque di roba da raccontare ce n'è: quando arriviamo al Melkweg sta finendo di suonare uno che pare lo zio Fester e in realtà è Daniel Miller, ovvero nientepopodimeno che il signor Mute Records, quello che stampa i Depeche Mode, per intenderci, uno che è più vecchio dei miei genitori e da cui quindi ti aspetteresti un set ricco di chicche nascoste provenienti da tempi remoti, e invece, sarà per la vicinanza di figuri come Len Faki e Capriati, sarà la vecchiaia, sarà che ne so, ma l'anziano propone un set di quella techno nuova senza alcuna anima, col bassone rotolone e levo la cassa - sirena - rimetto la cassa: valore assoluto un sei stiracchiato, valore considerata la portata del personaggio direi cinque meno, valore considerato che fai un set con ste missilate a mezzanottemmezza due meno meno.

La foto è venuta malissimo, ma la pelata luccicante si nota eccome
E infatti il povero Andy Weatherall che suona dopo di lui e a differenza di Fester un po' di classe ce l'ha è costretto a imprimere una bruschissima frenata, partendo a tipo dieci bpm meno del suo predecessore, col risultato che la pista si svuota di gran carriera, ma Andy non si perde d'animo e col piglio del dj d'esperienza riconquista la folla, aiutato anche dal fatto che nell'altra sala Len Faki sta proponendo la sua solita merda in grado di far sembrare le marcette naziste di Dettmann roba varia ed eclettica: vien da chiedersi se abbia qualcuno che gli tira calci nelle palle quotidianamente, visto l'astio inutile e immotivato che esprime nei suoi set.

Insomma, Andy Weatherall: un gran bel set di acid house vecchio stampo, coi clap della 909 secchissimi e un sacco di 303, lento, ipnotico, ossessivo e con un adeguato crescendo: avesse fatto apertura lui, la serata sarebbe stata eccellente, invece ci tocca sentirlo dall'unemmezza alle tremmezza e la cosa va comunque strabene, visto che nelle sue due ore sfodera delle acidate provenienti da chissà dove e da chissà quando assieme a qualcosa di più nuovo e scontato ("Ragysh" di Todd Terje, che ormai credo suoni anche Albertino) senza soluzione di continuità e riuscendo a riguadagnarsi l'affetto della folla che il distacco dalle catenate senza senso di Daniel Miller gli aveva alienato.

Alle tremmezza avevamo già deciso di andare a dormire in modo da totalizzare almeno sette ore di sonno prima di una giornata che si preannunciava faticosissima, e la presenza simultanea di Joseph Capriati in una sala e Dave Clarke nell'altra (a proposito, quanto fa schifo da uno a dieci il suo Fabric nuovo? io voto almeno "quattordici") non fa nulla per trattenerci, quindi grazie e arrivederci.

Sabato, quindi: ultimo giorno amsterdamense e data dell'ultimo dei dieci party per la celebrazione dei dieci anni di ResidentAdvisor, con una lineup di tutto rispetto che prevede, tra gli altri, Robag Wruhme, Agoria e l'ospitone a sorpresa.

La giornata passa in fretta tra un salto da Concerto, dove trovo due Megasoft office per una spesa totale di undici euro e una visita al pasticcere più antico di Amsterdam, patria di quei magnifici biscotti del campione con due strati di wafer che racchiudono un quintale di caramello, per poi arrivare a sera al Trouw, sede del party di sabato anche l'anno scorso e locale anche questo di una bellezza rara: ricavato nell'ex stamperia di un giornale (il Trouw, appunto), ha un'ambientazione industrialeggiante splendida che si sposa alla perfezione col ristorante ospitato all'interno del club e con il Funktion one che suona perfettamente.

Quando arriviamo nella sala piccola stanno suonando i 360 soundsystem del già citato Nuno dos Santos assieme a Patrice Baumel, ma mi dirigo subito nella sala grande, dove l'opening set è affidato alle sapienti mani di Agoria: che ultimamente lui sia in forma smagliante non lo scopro certo io, la sua Infinè sta inanellando una meraviglia dopo l'altra (su tutte l'album di Arandel) e il suo set al Sonar, che sfortunatamente mi sono perso, mi è stato raccontato come una delle cose migliori del 2011, quindi mi accomodo davanti alla console con le migliori aspettative....che vengono soddisfatte appieno.

La foto è pessima, ma la somiglianza con Thom Yorke si nota tutta
Il buon Sebastién, negli anni, le ha fatte un po' tutte, dai technoni bigroom di "La onziéme marche" alla minimale melodica di "Sky is clear", sempre con ottimo profitto, ma adesso bisogna dire che è probabilmente nel pieno della sua maturità artistica: il suo opening set è gestito con la maestria di un gran dj, con la quantità di legna che da scarsa diventa moderata e poi adeguata, con le pause piazzate nei punti giusti e le ripartenze da tranquille a macellose e, soprattutto, con una tecnica che lèvati, veramente.

Già suonare la sua house deeppeggiante e con un gran retrogusto francese non è semplicissimo mettendo i dischi uno in fila all'altro, perchè c'è da incastrare a dovere le tonalità dei dischi e i loro andamenti non sempre banalissimi, se poi lo fai con la sua quantità di effettistica e a tre piatti, allora sei veramente una cintura nera: bravissimo Sebastién, quand'è che qualcuno me lo fa risentire senza che debba prendere un aereo?

Dopo di lui è il momento dell'ospite a sorpresa, per cui c'è un sacco di suspence: negli altri party di RA il livello degli ospiti non è stato enorme come si poteva sperare, cioè ok, Theo Parrish ancora ancora, Steve Bug appena appena, ma Loco Dice? Seth Troxler? MARCEL DETTMANN? Spacci gli ospiti per gente che ha scritto la storia degli ultimi dieci anni della musica elettronica e poi fai, rispettivamente, il capo dei tamarri, un ottimo dj che prima di due anni fa nessuno sapeva chi fosse e IL CAPO MONDIALE DELLE MARCETTE NAZISTE MODAIOLE? Morale, la speranza di vedere un ospitone c'è sempre, ma è affiancata dalla consapevolezza che molto probabilmente la sorpresa sarà deludente....e invece.

E invece dalla porta sul retro della console esce un tizio, prima ancora di vederlo sento il boato della gente in quei tre-quattro metri che lo separano dalla console, poi lo vedo, ed è...."the son of God", in persona.

L'ospite a sorpresa dell'ultimo party di RA è Sasha.

Sto già male, quando in console assieme a lui si presentano altri due figuri del tutto sconosciuti, ma la cosa mi sembra normale visto il consueto seguito di sgherri sicari e inservienti assortiti che si porta dietro Sasha...ma poi uno dei due mette un disco, e il secondo disco lo mette l'altro dei due sconosciuti, mentre Sasha rimane appoggiato al fondo della console a pensare ai cazzisuoi.

Smadonno forte per la delusione e vado di sotto a sentire un Robag Wruhme pesantemente senza ispirazione ed evidentemente monco dopo la separazione dal suo socio Monkey Maffia, che propone un set di minimale divertente ma neanche troppo e più di una volta deve affidarsi a dei classici per via dell'evidente mancanza di idee, tipo che nell'oretta in cui l'ho sentito io ha suonato "Losing control" di Dan Bell e un'originalisssssssima "Dexter" di Villalobos che ok, bellissimi dischi, però suvvia so che puoi fare di meglio.

Nel frattempo gira voce che i due sconosciuti di sopra abbiano a che fare col Fabric, e finalmente mi si accende la lampadina: uno dei due è Craig Richards, l'altro ancora non so chi sia (scoprirò poi essere Lee Burridge, che con Richards condivideva il progetto Tyrant, in cui Sasha aveva un ruolo marginale proprio come nel set di sabato, una diecina buona d'anni fa); insomma, l'ospitone gigante del party di chiusura dei dieci party dei dieci anni di RA è uno che quando è venuto a suonare al Gasoline a Milano ha suonato tipo dieci minuti e poi è andato in bagno a vomitare l'anima...vabbè.

Per forza di cose, però, finito il set di Gabor mi tocca andare a sentire i fantomatici ospitoni, di una portata così grossa che più di un olandeso mi si appropinqua e mi chiede "ao, ma tu sai chi cazzo sono questi?", visto che di sotto sta suonando un orripilante Donato Dozzy: ora, dovete sapere che il buon Donato detiene un primato non troppo invidiabile, visto che l'ho sentito una volta sola ed è stato l'unico dj al mondo a riuscire a farmi addormentare in un club, grazie al suo set contenente due suoni in croce e in cui la massima varietà è "levo la cassa - metto la cassa" (senza neanche la sirena in mezzo, si noti); decido di dargli comunque un minimo di fiducia, ma nel primo quarto d'ora le statistiche dicono due suoni, venticinque giochini levo la cassa - metto la cassa, zero dischi interessanti, molta noia, per cui decido di andare a sentire cosa propone Craig Richards assieme al suo amico sconosciuto mentre Sasha li guarda annoiato.

E devo dire che i ragazzi lì mi sorprendono positivamente, perchè pur non essendo niente di trascendentale si lasciano ascoltare con piacere, proponendo dell'house lievemente techneggiante festosa e senza troppe pretese: nulla da strapparsi i capelli e di certo non i set da lacrimoni che Sasha è in grado di fare anche bendato e con le mani legate nè gli eccellenti set che so che Lee Burridge è in grado di proporre (Craig Richards vabbè, è una battaglia persa), ma comunque roba che ti fa scuotere il culo con moderazione e con gusto.

Il Trouw chiude alle quattremmezza e noi dobbiamo essere in aeroporto alle sette, per cui per evitare la ressa dell'uscita alle quattro e un quarto salutiamo tutti e ci leviamo di culo, con la goduria di un weekend di altissimo livello nel cuore.

Riassumendo:

  • Laurent Garnier è sempre una divinità
  • Len Faki bah
  • Agoria è uno dei dj più in forma del 2011
  • Robag Wruhme, invece, era meglio prima
  • Dozzy non fa per me
  • I party con l'ospite a sorpresa sono un esperimento interessante, mi piacerebbe vederne ancora magari con ospiti che non hanno fisionomie immediatamente riconoscibili, tipo Troxler o Sasha o Dice, ma con personaggi di media notorietà, in modo da poterli apprezzare in modo completamente libero dal pregiudizio; in itaglia non so quanto sia fattibile, visto che l'unica fonte di incasso dei party è il nome sul flyer, ma non mi dispiacerebbe :)
  • Amsterdam e gli amsterdamensi sono sempre meravigliosi, e i loro club sempre di un'altra categoria rispetto ai nostri