La techno, come la conosciamo noi che l'abbiamo vista nascere o quasi, è morta.
Gli indizi non mancano, e le motivazioni sociali e di contesto che hanno piantato i chiodi nella bara sono molteplici, e forse il più grosso merito di questo libro è proprio aver stimolato queste riflessioni.
Non è di certo un libro valido per raccontare la techno a chi non la conosca: in primo luogo perchè l'approccio enciclopedico (l'unico effettivamente praticabile, questo glielo concedo) consente di approfondire molto ma manca di una visione d'insieme, ma anche perchè il linguaggio usato presuppone un po' di conoscenza nel lettore e, soprattutto, perchè descrivere cosa sia la techno in maniera univoca è impossibile.
Zingales, non si può negarlo, è molto bravo: scrive molto bene (a patto, ripeto, di avere il background adeguato per apprezzarlo) e in ogni riga si percepiscono nettamente la sua conoscenza vastissima e la sua passione sconfinata per un certo tipo di techno, passione che però è anche il grande limite del libro.
Se da un lato infatti l'assoluta coerenza con cui vengono giudicati gli artisti è lodevole e denota una grandissima bravura e lucidità di pensiero, è inevitabile però che chi abbia sufficiente background da apprezzare il libro e gusti non perfettamente allineati con quelli di Zingales provi durante la lettura sentimenti che vanno dall'"uhm" al "ma che cazzo sta dicendo questo?".
Nonostante alcuni giudizi siano opinabili (per usare un eufemismo: il modo in cui viene liquidata la scena napoletana in poche righe dopo aver speso paginate per ogni cristiano che abbia mai messo due dischi a Roma negli anni '90 è quantomeno sacrilego) e alcuni un po' forzati (una delle grandi regole non scritte di chi parla di techno è "la Warp, la Rephlex e Aphex twin sono intoccabili nonostante facciano cacare a spruzzo spesso e volentieri"), il racconto di un genere che non c'è più, perchè legato a un periodo che non c'è più, è estremamente piacevole e, salvo alcune delle succitate paginate dedicate ad artisti evitabili, scorre via molto bene: rimane l'amaro in bocca quando realizzi che questo è solo un modo di intendere lo sconfinato e frastagliato universo della techno e, soprattutto, quando realizzi quanto Zingales sia rimasto ancorato a una quindicina d'anni fa.
Il problema vero è che però non è lui a esser retromaniaco, ma piuttosto che volendo raccontare la techno di cui parla lui, quella del trio di Belleville e degli UR, di Robert Armani e Joey Beltram si finisce per forza di cose a rimpiangere il passato, consci di quanto una musica nata con la tensione al futuro come principale ispirazione sia stata uccisa dal nostro tempo.
Lo accenna Simon Reynolds proprio in 'Retromania', ma è un'idea legata non solo alla musica (Coupland è uno di quelli che la raccontano meglio di tutti) quella secondo cui la tecnologia di questo periodo storico, con la rete a costituire un archivio infinito e immediatamente accessibile di tutto lo scibile umano, ci abbia condannati a vivere perennemente fuori dalla concezione lineare del tempo, con passato, presente e futuro che cessano di esistere come li conosciamo e diventano una cosa sola: in un contesto come questo, una musica che fa dell'essere rivoluzionaria e della rottura col 'prima' la propria cifra stilistica non ha più ragione di esistere, proprio perchè è un concetto come 'prima' a non esistere più.
Non saprei nemmeno dire con precisione se l'aver cristallizzato in un libro un magma (teoricamente) in perenne mutazione sia un effetto della stagnanza che affligge il genere da un buon numero di anni o un modo per dichiararne ufficialmente il decesso, sta di fatto che la sensazione che emerge, nettissima, dalla lettura è un grosso rimpianto per i bei tempi andati: praticamente tutto quello che è uscito in questo millennio viene criticato più o meno aspramente, e quando si intravede un barlume di speranza è evidente che Zingales non ha (più) gli strumenti necessari per giudicare la musica di oggi, ancorato com'è a un'idea di futuro ormai passata (elogi Matthew Dear e poi come punto più alto della sua produzione citi una maranzata commercialotta come 'Mouth to mouth'? Sul serio? Bella battuta.)
In sostanza, pur avendo - se non si fosse capito - più di una divergenza con le idee e coi gusti di Zingales, consiglierei questo libro?
Assolutamente sì, a patto che abbiate già dei rudimenti sul tema senza i quali credo sembrerebbe tutto troppo astratto, cervellotico e da nerd musicali: se i vostri gusti sono affini a quelli di Zingales (e non è difficile, visto che alcuni giudizi sono al limite del nazionalpopolare almeno per chi segue il genere) questa sarà la vostra Bibbia, ma anche se non dovessero esserlo un punto di vista diverso così ben esposto e una lettura così avvincente sono comunque manna dal cielo.
Tornando all'affermazione dell'inizio, la techno è morta?
Come la intende Zingales sicuramente sì: quei suoni e una parte di quell'attitudine, oggi, non hanno più senso se non in qualche revival di tempi passati che suona sempre più come quelle serate in cui suonano "com'è bello far l'amore da Trieste in giu", perchè, molto banalmente, sono cambiati i tempi e il futuro, si sa, invecchia male.
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venerdì 13 luglio 2012
lunedì 26 marzo 2012
Nick Harkaway - Angelmaker
Ho sempre una coda di libri da leggere piuttosto lunga e, devo ammetterlo, non faccio niente per ridurla, visto che compro molte più cose di quello che il tempo materiale mi consente di leggere, ma ci sono libri che proprio non posso in nessun modo evitare di comprare al volo, appena escono: non c'è "aspetto che esca l'edizione economica", non c'è "aspetto di smaltire un po' la pila di fianco al letto", non c'è nulla che tenga.
Il romanzo d'esordio di Nick Harkaway mi aveva fomentato come pochissimi altri, due anni fa, e ancora lo consiglio a chiunque mi chieda suggerimenti e tutti tornano da me rigonfi di soddisfazione, per cui, complice anche Amazon prime, la vera rovina per laggente come me, tempo giusto un paio di giorni dall'uscita del suo nuovo romanzo ce l'avevo già a casa, e questa volta neanche "aspetto che lo traducano" ha funzionato, l'ho comprato originale al volo, pimpumpam.
A testimonianza del talento non indifferente che anima il figlio d'arte (il padre di Harkaway è John Le Carrè, ex agente dell'MI6 e uno dei più importanti scrittori di romanzi di spionaggio in circolazione), c'è una sola cosa che accomuna la sua seconda fatica e la prima, ed è la quantità spropositata di roba che c'è nel libro.
Se in "Il mondo dopo la fine del mondo" c'era di tutto, in "Angelmaker" c'è almeno altrettanto: c'è la fine del mondo imminente, ci sono i criminali gentiluomini, c'è Bletchley park, ci sono citazioni evidenti e meno evidenti di "V per vendetta", ci sono orologiai, scienziati, becchini e supervillains, e con ogni probabilità sto dimenticando molte delle migliaia di idee e delle decine di personaggi che il buon Nick spara una dietro l'altra non tanto giusto per far numero, ma perchè ne vale la pena.
Nessuno spunto e nessuno personaggio dà mai l'impressione di essere un filler buttato dentro a caso giusto per gonfiare il volume, anzi, è tutto caratterizzato, descritto e approfondito a sufficienza da fare in modo che abbia un senso e una vita propri; l'enorme quantità di personaggi, in particolare, ha sempre un'identità molto ben definita e una personalità affascinante, al punto che quasi ognuno meriterebbe un libro a sè per raccontare le vicende che si intravedono nel loro interagire col protagonista, che per forza di cose è quello di cui ci vengono dette più cose e di cui seguiamo per intero tutto il processo di crescita che lo accompagna per tutto il libro.
Letto in inglese, poi, si apprezzano ancora di più lo stile e l'umorismo di Harkaway, entrambi assolutamente british e quindi magari a volte non immediatissimi ma poi, una volta arrivato il momento "aha!", irresistibili e goduriosissimi.
Morale, abbiate tutti immediatamente questo libro, leggetelo e godetene, che belli così ne escon pochi.
Il romanzo d'esordio di Nick Harkaway mi aveva fomentato come pochissimi altri, due anni fa, e ancora lo consiglio a chiunque mi chieda suggerimenti e tutti tornano da me rigonfi di soddisfazione, per cui, complice anche Amazon prime, la vera rovina per laggente come me, tempo giusto un paio di giorni dall'uscita del suo nuovo romanzo ce l'avevo già a casa, e questa volta neanche "aspetto che lo traducano" ha funzionato, l'ho comprato originale al volo, pimpumpam.
A testimonianza del talento non indifferente che anima il figlio d'arte (il padre di Harkaway è John Le Carrè, ex agente dell'MI6 e uno dei più importanti scrittori di romanzi di spionaggio in circolazione), c'è una sola cosa che accomuna la sua seconda fatica e la prima, ed è la quantità spropositata di roba che c'è nel libro.
Se in "Il mondo dopo la fine del mondo" c'era di tutto, in "Angelmaker" c'è almeno altrettanto: c'è la fine del mondo imminente, ci sono i criminali gentiluomini, c'è Bletchley park, ci sono citazioni evidenti e meno evidenti di "V per vendetta", ci sono orologiai, scienziati, becchini e supervillains, e con ogni probabilità sto dimenticando molte delle migliaia di idee e delle decine di personaggi che il buon Nick spara una dietro l'altra non tanto giusto per far numero, ma perchè ne vale la pena.
Nessuno spunto e nessuno personaggio dà mai l'impressione di essere un filler buttato dentro a caso giusto per gonfiare il volume, anzi, è tutto caratterizzato, descritto e approfondito a sufficienza da fare in modo che abbia un senso e una vita propri; l'enorme quantità di personaggi, in particolare, ha sempre un'identità molto ben definita e una personalità affascinante, al punto che quasi ognuno meriterebbe un libro a sè per raccontare le vicende che si intravedono nel loro interagire col protagonista, che per forza di cose è quello di cui ci vengono dette più cose e di cui seguiamo per intero tutto il processo di crescita che lo accompagna per tutto il libro.
Letto in inglese, poi, si apprezzano ancora di più lo stile e l'umorismo di Harkaway, entrambi assolutamente british e quindi magari a volte non immediatissimi ma poi, una volta arrivato il momento "aha!", irresistibili e goduriosissimi.
Morale, abbiate tutti immediatamente questo libro, leggetelo e godetene, che belli così ne escon pochi.
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mercoledì 25 gennaio 2012
Gary Shteyngart - Storia d'amore vera e supertriste
Lui dice "è uno dei libri più interessanti che ho letto negli ultimi anni", e in effetti è roba di altissimo livello: temi molto profondi e molto interessanti, trama niente male, stile di scrittura da dieci e lode, abbraccio accademico, stretta di mano e pacca sulla spalla.
Il titolo è piuttosto brutto e della quantità enorme di roba che c'è nel libro copre solo quella meno interessante, ma almeno ha il bonus non indifferente di essere coerente col titolo originale, che è "Super sad true love story" (ogni riferimento al titolo dell'ultimo Coupland, "Player one", qui da noi pubblicato come "Le ultime 5 ore" solo perchè la stessa casa editrice italiana ha già pubblicato un altro "Player one", che in originale si chiama in un altro modo, è puramente voluto).
Ad ogni modo, si diceva, c'è un sacco di roba nel libro, e la storia d'amore del titolo è la meno interessante, visto che è giusto il pretesto per una satira sociale graffiante e che, a mio umile parere, non è esilarante proprio per nulla, visto che è estremamente verosimile: la vicenda è ambientata in un futuro relativamente vicino, in cui l'America è stata definitivamente messa in ginocchio dalla crisi del debito, gli unici ad avere soldi sono i cinesi e gli americani rimasti si barcamenano in esistenze completamente vacue, tra occupazioni demenziali e social network pervasivi ed invasivi.
Il riferimento alle distopie futuristiche della letteratura classica come 1984 e Farenheit 451 è evidentissimo e in alcuni casi diretto, come quando viene ripetuto più volte che il protagonista è l'unico uomo rimasto sulla faccia della terra a leggere i libri veri quando ormai tutti si limitano a rapide scansioni dei testi sui propri devices mobili, o come quando si parla del partito unico al potere in America, il partito Bipartisan che nessuno apprezza davvero ma col quale tutti si manifestano estremamente solidali per non essere arrestati dall'Autorità per la restaurazione americana.
Se c'è qualcosa del titolo che davvero calza col contenuto nella sua interezza, in fondo, è proprio l'aggettivo "supertriste", perchè molte delle caratteristiche della società tragica (e di nuovo, per niente esilarante) in cui è ambientata la vicenda ci sono già, in nuce, nella nostra, a partire dal tracollo della civiltà occidentale per arrivare al definitivo abbandono di ogni forma di cultura più articolata di quello che ora si chiama "citizen journalism" e che nel futuro distopico di Shteyngart diventa il live streaming di individui comunissimi che raccontano la propria insulsa quotidianità.
Morale: nonostante quello che la copertina e la sovraccoperta giurano e spergiurano, questo non è un libro che fa ridere, anzi, mi ha riempito di inquietudine e di malanimo nei confronti del futuro della nostra civiltà, ma immagino sia successa la stessa cosa a quelli che avevano letto Orwell appena pubblicato, anche se il grande fratello di Shteyngart pare molto più subdolo di quello originale perchè nasce come moda e prodotto del marketing anzichè come una dittatura nel senso canonico del termine: c'è da sperare soltanto che vada a finire con 1984, la cui profezia si è incarnata (forse) solo in una cagata televisiva e non è diventata realtà.
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lunedì 9 gennaio 2012
Ernest Cline - Ready player one
Ci sono romanzi che ti tengono incollato fino alla fine perchè hanno un'invenzione geniale in ogni pagina tipo questo o questo, romanzi con personaggi così affascinanti che non riesci a staccartene perchè vuoi sapere che ne sarà di loro, tipo i sette de "La torre nera" di King, libri che per ingabbiare il lettore usano uno stile meraviglioso (qualunque cosa abbia mai scritto DFW), e libri che non hanno nessuna delle due features e ciononostante sono impossibili da lasciar giù fino all'ultima pagina.
"Ready player one" di Ernest Cline rientra in quest'ultima categoria: la trama non offre grossissimi colpi di scena ma anzi è piuttosto telefonata, i personaggi sono stereotipatissimi e lo stile è piuttosto semplice, ma, apparentemente senza un motivo, l'ho divorato in un paio di giorni scarsi.
Di sicuro non è per via dell'ambientazione, che è il solito futuro non troppo lontano in cui tutti trascurano la vita reale per vivere in un gioco multiplayer online estremamente immersivo (non ne ho la certezza assoluta, ma penso che un qualsiasi William Gibson o Philip K. Dick abbia già affrontato questo tema), e non è neanche per via della vicenda principale: il grandecapo del gioco suddetto passa a miglior vita e organizza una grande quest all'interno della vita simulata per stabilire chi debba diventare il suo erede (yawn), ma una grande corporation vuole vincere la quest per lucrare un sacco sulla proprietà del gioco (yawn).
L'unico twist interessante è che il Lord British della situazione era un nerd all'ultimo stadio con una gran passione per i videogiochi e i film anni '80, per cui tra le prove della quest c'è una sfida a Joust e un rifacimento della scena iniziale di Wargames, oltre a un sacco di citazioni all'immaginario collettivo che la generazione cresciuta in quegli anni lì, la mia generazione, condivide.
In buona sostanza, quindi, il libro è un tripudio di fanservice per un target che, a conti fatti, sono io, non solo con le citazioni agli anni '80 ma anche a cose più recenti, tipo che a un certo punto nel mondo reale del futuro ci sono le elezioni e il protagonista dichiara di non votare perchè è soddisfatto di quello che hanno fatto gli attuali governanti....Wil Wheaton e Cory Doctorow; bisogna dare atto al buon Ernest Cline, però, che al di là della banalità della trama e della piattezza dei personaggi, il libro non si regge solo sulla pletora di citazioni ma pur non avendo uno stile fenomenale è davvero ben scritto e ben strutturato, visto che anche senza grossi colpi di scena rapisce il lettore abbastanza per farsi leggere piuttosto rapidamente.
Morale, anche se la stagione non è quella, direi che è la lettura da spiaggia ideale, non troppo impegnativa ma ugualmente avvincente.
"Ready player one" di Ernest Cline rientra in quest'ultima categoria: la trama non offre grossissimi colpi di scena ma anzi è piuttosto telefonata, i personaggi sono stereotipatissimi e lo stile è piuttosto semplice, ma, apparentemente senza un motivo, l'ho divorato in un paio di giorni scarsi.
Di sicuro non è per via dell'ambientazione, che è il solito futuro non troppo lontano in cui tutti trascurano la vita reale per vivere in un gioco multiplayer online estremamente immersivo (non ne ho la certezza assoluta, ma penso che un qualsiasi William Gibson o Philip K. Dick abbia già affrontato questo tema), e non è neanche per via della vicenda principale: il grandecapo del gioco suddetto passa a miglior vita e organizza una grande quest all'interno della vita simulata per stabilire chi debba diventare il suo erede (yawn), ma una grande corporation vuole vincere la quest per lucrare un sacco sulla proprietà del gioco (yawn).
L'unico twist interessante è che il Lord British della situazione era un nerd all'ultimo stadio con una gran passione per i videogiochi e i film anni '80, per cui tra le prove della quest c'è una sfida a Joust e un rifacimento della scena iniziale di Wargames, oltre a un sacco di citazioni all'immaginario collettivo che la generazione cresciuta in quegli anni lì, la mia generazione, condivide.
In buona sostanza, quindi, il libro è un tripudio di fanservice per un target che, a conti fatti, sono io, non solo con le citazioni agli anni '80 ma anche a cose più recenti, tipo che a un certo punto nel mondo reale del futuro ci sono le elezioni e il protagonista dichiara di non votare perchè è soddisfatto di quello che hanno fatto gli attuali governanti....Wil Wheaton e Cory Doctorow; bisogna dare atto al buon Ernest Cline, però, che al di là della banalità della trama e della piattezza dei personaggi, il libro non si regge solo sulla pletora di citazioni ma pur non avendo uno stile fenomenale è davvero ben scritto e ben strutturato, visto che anche senza grossi colpi di scena rapisce il lettore abbastanza per farsi leggere piuttosto rapidamente.
Morale, anche se la stagione non è quella, direi che è la lettura da spiaggia ideale, non troppo impegnativa ma ugualmente avvincente.
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mercoledì 5 ottobre 2011
Simon Reynolds - Retromania
Simon Reynolds è invecchiato.
E' anche normale, capita a tutti di arrivare alle soglie della terza età (è del '63, è ormai pericolosamente vicino ai cinquanta), perdere ogni entusiasmo nel presente e trasformarsi nel solito vecchio barbogio che si lamenta che ai suoi tempi era tutto meglio, che non ce le avevamo mica tutte ste diavolerie tecnologiche che ti imbesuiscono e basta.
Certo, trattandosi dello storico musicale più importante degli ultimi anni dispiace un po', ma purtroppo è questo che gli è capitato: si è trasformato in un vecchio lamentoso.
Non si spiega in nessun altro modo il suo ultimo libro, Retromania, la cui pubblicazione è stata seguita da un tour promozionale (al quale ho partecipato pure io) che neanche le rockstar, segno secondo alcuni del fatto che nemmeno l'editore stesso credeva che il libro si sarebbe venduto da sè e ormai, a poche pagine dalla fine, posso capire il motivo: il libro, è, obiettivamente, brutto.
Insomma, quando c'è da fare il lavoro di analisi di raccontare la storia di un periodo musicale Simone lo vedi che è proprio a suo agio, che è effettivamente il migliore del mondo perchè ti fa rivivere il periodo come se ci fossi passato veramente, ma quando c'è da fare la sintesi, da ricavare concetti generali per poi guardare al futuro, lui per primo è scarsissimo, perchè ha un'idea di "guardare al futuro" che si è rivelata clamorosamente fallimentare, e alla luce di questo capisco perchè, quando alla presentazione del libro gli ho chiesto "si ok, c'è sta storia della retromania che rincoglionisce i giovani d'oggi, e allora what next, dove andrà la musica dopo questo?" lui non mi ha saputo rispondere: per il semplice motivo che la più grande vittima della Retromania e dello sguardo costantemente rivolto al passato è proprio lui, invecchiato e incapace di cogliere il futuro che in nuce vive già nel presente.
E' anche normale, capita a tutti di arrivare alle soglie della terza età (è del '63, è ormai pericolosamente vicino ai cinquanta), perdere ogni entusiasmo nel presente e trasformarsi nel solito vecchio barbogio che si lamenta che ai suoi tempi era tutto meglio, che non ce le avevamo mica tutte ste diavolerie tecnologiche che ti imbesuiscono e basta.
Certo, trattandosi dello storico musicale più importante degli ultimi anni dispiace un po', ma purtroppo è questo che gli è capitato: si è trasformato in un vecchio lamentoso.
Non si spiega in nessun altro modo il suo ultimo libro, Retromania, la cui pubblicazione è stata seguita da un tour promozionale (al quale ho partecipato pure io) che neanche le rockstar, segno secondo alcuni del fatto che nemmeno l'editore stesso credeva che il libro si sarebbe venduto da sè e ormai, a poche pagine dalla fine, posso capire il motivo: il libro, è, obiettivamente, brutto.
E' brutto per una buona serie di motivi: primo in ordine cronologico la premessa, spiegata in lungo e in largo e con una pletora di citazioni barboge nella prima parte del libro, secondo la quale i giovani d'oggi non sono più in grado di produrre musica nuova perchè tutte ste nuove tecnologie digitali li hanno rincoglioniti, perchè ai miei tempi quando dovevi farti il culo per trovare i dischi rari si che si stava bene, mica come adesso che su Youtube si trova tutto.
In buona sostanza quindi, secondo Simone, è in primo luogo colpa dell'abbondanza a cui ci hanno abituati le nuove tecnologie se ormai da quasi trent'anni non ci sono rivoluzioni musicali come il punk prima e la techno poi, perchè se i giovani d'oggi senza spina dorsale dovessero passare ancora le giornate a vaschettare nei mercatini di vinili usati in cerca di rarità, ufffffff, ci sarebbe una rivoluzione a settimana, guarda, te lo giuro, invece sti debosciati le rarità le cercano su youtube, che schifo, vuoi mettere, l'odore del vinile, la polvere, ma non lo senti come suona male da dio?
La cosa più buffa in assoluto, però, è che nella parte centrale del libro, la più corposa, Simone fa quello che sa fare meglio, ossia raccontare la storia della musica come gli è venuto da dio sia in "Post-punk" che in "Energy flash", allo scopo di provare la sua tesi appena esposta ma, rullo di tamburi....si contraddice.
La parte centrale del libro, infatti, è il classico lungo excursus "alla Simon Reynolds" sugli ultimi 40-50 anni di musica in cui ti dimostra in maniera assolutamente inequivocabile che lo sguardo rivolto al passato più che al futuro è un fenomeno che è praticamente sempre esistito, che le compilation di vecchi successi ci sono sempre state e che persino movimenti rivoluzionari come il punk nascono come rimasticazione di musiche passate; aggiungeremmo noi, come se no bastasse, che pure l'altra rivoluzione musicale del secolo scorso veniva descritta dal suo ideatore come "like George Clinton and Kraftwerk are stuck in an elevator with only a sequencer to keep them company", in funzione quindi di qualcosa di passato.
Insomma, una volta stabilito che non è colpa di Youtube o di Beatport se oggi ci sono dei giovani che ascoltano musica di generazioni precedenti perchè è sempre successo (persino a Simone stesso), di cos'è che Simone lamenta la mancanza oltre all'odore della polvere e al vinile che suona male da dio?
E' presto detto, nella terza e ultima parte del libro.
Ciò di cui Simone sente la mancanza è la tensione verso il futuro degli anni '60-'70, gli anni della space race in cui il 2001 sembrava un futuro remotissimo e fantascientifico, con le macchine volanti, le astronavi e un monolito gigante che non si capisce da dove cazzo sia arrivato, il futuro dei Jetsons e dei libri di Asimov, un futuro che rivisto oggi, con gli occhi di un futuro mille volte più fantascientifico, è quanto di più naif, pacchiano e demenziale si riesca a immaginare, ma siccome è quello dell'adolescenza di Simone allora è il migliore dei futuri possibili, al punto da pisciare su gente che di Futuro ci capisce qualcosina:
Sterling [...] ritiene che il concetto di "futuro" sia un vecchio paradigma e che presto cadrà in disuso assieme alla parola stessa. [...] Gibson [...] trovava "il vero XXI secolo più ricco, strano e variegato di quanto avrebbe potuto essere qualsiasi XXI secolo immaginario" [...] La fantascienza tradizionalmente intesa in quanto esercizio teoretico non è più necessaria: il futuro è arrivato, ci siamo dentro. Quello che serve è "un'indagine del nostro presente alieno". [...] La prospettiva di Gibson è talmente diversa dalla mia da lasciarmi allibito. Quando attraverso il paesaggio urbano-suburbano dell'America o della Gran Bretagna, l'impressione è che negli ultimi trent'anni non sia cambiato quasi nulla.In sostanza, la sci-fi classica ha clamorosamente toppato (almeno, nella stragrande maggioranza dei casi) a prevedere il futuro e il povero Simone ci è rimasto male, perchè il futuro non è come se l'aspettava e non è in grado di starci al passo, al punto che, ulteriore contraddizione, gli sembra che non sia cambiato niente: ma come, Simone, l'hai menata per tutta l'introduzione che i giovani d'oggi non sono più come i giovani dei tuoi tempi, che non hanno più la spinta del futuro, poi però no forse sono uguali, poi però è la società che è uguale perchè non ci sono le macchine volanti e il cibo in pillole?
| Beh dai, almeno li porto bene, ne dimostro almeno dieci di meno |
mercoledì 21 settembre 2011
Un nerd musicale felice
Ieri ho saltato la musica del martedì perchè sono andato alla presentazione del nuovo libro di Simon Reynolds, Retromania, sul quale sono tuttora un po' dubbioso nonostante alcuni spunti siano validi e molto interessanti; il vero motivo di gioia, comunque, è che mi sono goduto un'ora di pipponi musicali da nerd ottimamente orchestrati da Carlo Antonelli valido interlocutore del Reynolds (ho pure fatto domande a fine presentazione, come i veri nerds) e mi sono portato a casa una copia del libro firmata con dedica, oltre ad aver fatto firmare anche la copia di Energy flash che già avevo.
Purtroppo essendo infrasettimanale mi sono perso il dj set di Simone la sera, ma il mio cuoricino è già colmo di gioia così, in attesa di leggere il libro e capire cosa contiene di condivisibile e cosa no (a giudicare dalla presentazione di ieri, molto di entrambi).
Purtroppo essendo infrasettimanale mi sono perso il dj set di Simone la sera, ma il mio cuoricino è già colmo di gioia così, in attesa di leggere il libro e capire cosa contiene di condivisibile e cosa no (a giudicare dalla presentazione di ieri, molto di entrambi).
lunedì 8 marzo 2010
Nick Harkaway - Il mondo dopo la fine del mondo
Quando compri un libro basandoti sul riassunto della sovraccoperta, mentre lo inizi la sensazione d'azzardo è ancora maggiore rispetto, ad esempio, a un libro comprato dopo un consiglio fidato, perchè stai per investire del tempo in qualcosa che potrebbe rivelarsi un'emerita cagata.
In alcuni casi, invece, compri un libro perchè la sovraccoperta ti attira, ma poi il contenuto (come nel 90% dei casi) non c'entra un cazzo col riassunto eppure è buono comunque, come nel caso di questo Nick Harkaway, nome ignoto ai più ma dal DNA importante, visto che è figlio di John Le Carrè.
In dettaglio, il riassunto parlava di "guerrieri ninja", che è di per sè sufficiente a spingermi all'acquisto d'impulso di un libro, ma poi nella vicenda i ninja suddetti compaiono in maniera del tutto marginale, anzi, come dei veri ninja, ci sono sempre ma non si vedono quasi mai.
In realtà, nel libro c'è di tutto, dal maestro di arti marziali anziano alle mutazioni genetiche, dai paesaggi postatomici alle critiche alla burocrazia, e la cosa che lo rende un ottimo libro è che nonostante la quantità di carne al fuoco sia enorme alla fine torna tutto e i pezzi del puzzle si sistemano alla perfezione, dimostrando che episodi apparentemente slegati tra loro facevano parte di un disegno studiato e costruito con molta cura.
Ma non è l'unico punto di forza del libro nè il più importante: quello che davvero fa fare il salto di qualità a "Il mondo dopo la fine del mondo" è il carisma incredibile che hanno tutti i personaggi: dalla coppia di protagonisti all'ultimo dei comprimari incastrato solo per dare qualche dettaglio all'ambientazione, ogni figura che abita il mondo dopo la fine del mondo ha una personalità ben definita e immediatamente riconoscibile, talvolta al limite della macchietta come nel caso del maestro di arti marziali o dell'istruttore dell'esercito e in altri casi grazie al loro essere completamente fuori dagli schemi, come la congrega dei mimi e il suo capo, l'unico a cui è consentito parlare, e il risultato è che diventa impossibile staccarsi dal libro anche solo perchè bisogna a tutti i costi sapere che ne sarà di ognuno di loro.
Ma non basta: ci sono anche un paio di colpi di scena davvero ben raccontati, uno dei quali è il perno centrale attorno a cui ruota tutta la vicenda (e che quindi non spoilererò), che ti lasciano piacevolmente stupito e ti fanno arrivare a metà libro con l'imperativo categorico di arrivare alla fine prima possibile per sapere cos'altro si inventerà Harkaway, che in effetti nella seconda parte del libro si inventa davvero di tutto a partire dalle copiose basi che ha gettato nella prima metà.
Morale, per farla breve questo è uno dei migliori libri che abbia letto negli ultimi anni, compratelo subito.
In alcuni casi, invece, compri un libro perchè la sovraccoperta ti attira, ma poi il contenuto (come nel 90% dei casi) non c'entra un cazzo col riassunto eppure è buono comunque, come nel caso di questo Nick Harkaway, nome ignoto ai più ma dal DNA importante, visto che è figlio di John Le Carrè.
In dettaglio, il riassunto parlava di "guerrieri ninja", che è di per sè sufficiente a spingermi all'acquisto d'impulso di un libro, ma poi nella vicenda i ninja suddetti compaiono in maniera del tutto marginale, anzi, come dei veri ninja, ci sono sempre ma non si vedono quasi mai.
In realtà, nel libro c'è di tutto, dal maestro di arti marziali anziano alle mutazioni genetiche, dai paesaggi postatomici alle critiche alla burocrazia, e la cosa che lo rende un ottimo libro è che nonostante la quantità di carne al fuoco sia enorme alla fine torna tutto e i pezzi del puzzle si sistemano alla perfezione, dimostrando che episodi apparentemente slegati tra loro facevano parte di un disegno studiato e costruito con molta cura.
Ma non è l'unico punto di forza del libro nè il più importante: quello che davvero fa fare il salto di qualità a "Il mondo dopo la fine del mondo" è il carisma incredibile che hanno tutti i personaggi: dalla coppia di protagonisti all'ultimo dei comprimari incastrato solo per dare qualche dettaglio all'ambientazione, ogni figura che abita il mondo dopo la fine del mondo ha una personalità ben definita e immediatamente riconoscibile, talvolta al limite della macchietta come nel caso del maestro di arti marziali o dell'istruttore dell'esercito e in altri casi grazie al loro essere completamente fuori dagli schemi, come la congrega dei mimi e il suo capo, l'unico a cui è consentito parlare, e il risultato è che diventa impossibile staccarsi dal libro anche solo perchè bisogna a tutti i costi sapere che ne sarà di ognuno di loro.
Ma non basta: ci sono anche un paio di colpi di scena davvero ben raccontati, uno dei quali è il perno centrale attorno a cui ruota tutta la vicenda (e che quindi non spoilererò), che ti lasciano piacevolmente stupito e ti fanno arrivare a metà libro con l'imperativo categorico di arrivare alla fine prima possibile per sapere cos'altro si inventerà Harkaway, che in effetti nella seconda parte del libro si inventa davvero di tutto a partire dalle copiose basi che ha gettato nella prima metà.
Morale, per farla breve questo è uno dei migliori libri che abbia letto negli ultimi anni, compratelo subito.
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venerdì 8 gennaio 2010
Giuseppe Culicchia - Brucia la città
Quando uno dei cui consigli musicali ti fidi cambia genere e consiglia un libro, l'impulso di leggerlo è irresistibile, anche perchè la vicenda è ambientata in un mondo che conosco bene, quello dei dj di Torino.
Culicchia, che non è l'ultimo dei pischelli esordienti ma uno scrittore navigato, sa perfettamente come intortarti fin dalle prime pagine, con la sua feroce critica ai ggiòvani d'oggi e al loro irrefrenabile impulso ad essere alternativi, alternativi proprio come tutti gli altri: ci sono 4 o 5 frasi ripetute identiche intenzionalmente nel corso della prima metà del libro, tipo le cameriere con la frangetta come quella del GF, il tatuaggio tribale sopra il culo e che fanno le artiste, o l'elenco di celebrities locali ripetuto sempre identico, o ancora le notti bianche che "ci aspettano" ogni weekend, che funzionano alla perfezione per raccontare la cultura dell'Evento dei tempi moderni, piena da straripare di eventi tutti identici nella loro finta diversità.
E per la prima metà del libro il gioco gli riesce daddio, tanto che per via della dedizione dei protagonisti alla ddròga e ad altre attività malsane pensi "oh minchia paura, Culicchia ha scritto Trainspotting coi dj torinesi, ma quelli veri, c'è pure Hugo!", e magari solidarizzi pure, perchè si capisce tra le righe che Samuel e Boosta gli stanno leggermente in culo, e allora dai che è uno dei nostri, solo che poi.
Poi cominci a realizzare che i dj torinesi veri sono namedropping della peggior specie, quando leggi di un piatto della Pioneer e la prima volta dai sarà un refuso, poi però c'è un cdj 1000 della Panasonic e pensi vabbè avrà fatto casino con l'attrezzatura, poi Roisin Murphy diventa Rosalyn Murphy e sta nella borsa dei dischi di uno che si porta in giro pure Morillo assieme a Villalobos e pagine prima aveva parlato di un dj svizzero che si fa chiamare Calabrese (sic), e allora, solo allora, capisci che Culicchia ti ha preso per il culo per duecento e passa pagine.
Per duecento e passa pagine hai pensato che Culicchia fosse uno dei nostri perchè conosce i dj torinesi veri, c'è pure torinoforum per la gioia dell'amico Gandalf che lo gestisce, e dai che adesso Culicchia gli fa il culo, a sti cazzo di falliti fintoalternativi tutti uguali e alla classe politica che li governa perchè è rettile come loro, grande Culicchia che lo sputtana, questo sistema degli eventi tutti uguali che sono solo un pretesto per farsi una riga dopo l'altra ma che in realtà tutti, partecipanti e organizzatori detestano, adesso vedrai che Iaio, il protagonista, fa un coup de theatre e sfancula tutti, oppure realizza che ormai il sistema è troppo marcio e non si può fare niente per cambiarlo e Culicchia ci ha regalato una foto lucida e graffiante del merdaio in cui è coinvolta la società ggiòvanile di oggi...e invece.
E invece realizzi che per duecento e passa pagine Culicchia ti ha ammorbato con una storia d'ammore degna del peggior Muccino, col thirtysomething in precrisi di mezza età preso male perchè la donna storica è scomparsa, che si tromba un'altra semicasuale ma non è la stessa cosa, che con gli amici non è più come una volta e blablabla, e di colpo ti rendi conto che se prima te lo immaginavi con la faccia di uno qualunque di quegli pseudodj che di musica capiscono meno di zero ma che si sono ritrovati dietro una console perchè tanto "basta saper contare fino a otto" (grazie per la stima eh, Culicchia, di solito è segno di ignoranza infinita dire che basta saper contare fino a quattro) pur di poter pippare gratis, adesso leggi quello che dice e vedi la faccia di Stefano Accorsi.
Realizzi che pensavi di leggere "Trainspotting, in salsa torinese" scritto da uno che sa quello di cui parla, e invece hai letto "L'ultimo bacio, dopo una riga, durante di una serata che spacca" scritto da uno scrittore italiano qualunque, onesto mestierante per carità - non si può certo dire che scriva male, tutt'altro -, che ha ambientato la solita, pallosissima vicenda, in un ambiente che qualche cuggino deve avergli detto che è trendy.
Fede, nel suo post, diceva che è comunque meglio che passare le giornate su Facebook, ma io nel mio pur vasto e variegato novero di pseudoamici su FB conto decine e decine di persone che di musica e djing capiscono più di Culicchia e che soprattutto non se ne bullano gratuitamente per vendere un paio di copie in più.
Culicchia, che non è l'ultimo dei pischelli esordienti ma uno scrittore navigato, sa perfettamente come intortarti fin dalle prime pagine, con la sua feroce critica ai ggiòvani d'oggi e al loro irrefrenabile impulso ad essere alternativi, alternativi proprio come tutti gli altri: ci sono 4 o 5 frasi ripetute identiche intenzionalmente nel corso della prima metà del libro, tipo le cameriere con la frangetta come quella del GF, il tatuaggio tribale sopra il culo e che fanno le artiste, o l'elenco di celebrities locali ripetuto sempre identico, o ancora le notti bianche che "ci aspettano" ogni weekend, che funzionano alla perfezione per raccontare la cultura dell'Evento dei tempi moderni, piena da straripare di eventi tutti identici nella loro finta diversità.
E per la prima metà del libro il gioco gli riesce daddio, tanto che per via della dedizione dei protagonisti alla ddròga e ad altre attività malsane pensi "oh minchia paura, Culicchia ha scritto Trainspotting coi dj torinesi, ma quelli veri, c'è pure Hugo!", e magari solidarizzi pure, perchè si capisce tra le righe che Samuel e Boosta gli stanno leggermente in culo, e allora dai che è uno dei nostri, solo che poi.
Poi cominci a realizzare che i dj torinesi veri sono namedropping della peggior specie, quando leggi di un piatto della Pioneer e la prima volta dai sarà un refuso, poi però c'è un cdj 1000 della Panasonic e pensi vabbè avrà fatto casino con l'attrezzatura, poi Roisin Murphy diventa Rosalyn Murphy e sta nella borsa dei dischi di uno che si porta in giro pure Morillo assieme a Villalobos e pagine prima aveva parlato di un dj svizzero che si fa chiamare Calabrese (sic), e allora, solo allora, capisci che Culicchia ti ha preso per il culo per duecento e passa pagine.
Per duecento e passa pagine hai pensato che Culicchia fosse uno dei nostri perchè conosce i dj torinesi veri, c'è pure torinoforum per la gioia dell'amico Gandalf che lo gestisce, e dai che adesso Culicchia gli fa il culo, a sti cazzo di falliti fintoalternativi tutti uguali e alla classe politica che li governa perchè è rettile come loro, grande Culicchia che lo sputtana, questo sistema degli eventi tutti uguali che sono solo un pretesto per farsi una riga dopo l'altra ma che in realtà tutti, partecipanti e organizzatori detestano, adesso vedrai che Iaio, il protagonista, fa un coup de theatre e sfancula tutti, oppure realizza che ormai il sistema è troppo marcio e non si può fare niente per cambiarlo e Culicchia ci ha regalato una foto lucida e graffiante del merdaio in cui è coinvolta la società ggiòvanile di oggi...e invece.
E invece realizzi che per duecento e passa pagine Culicchia ti ha ammorbato con una storia d'ammore degna del peggior Muccino, col thirtysomething in precrisi di mezza età preso male perchè la donna storica è scomparsa, che si tromba un'altra semicasuale ma non è la stessa cosa, che con gli amici non è più come una volta e blablabla, e di colpo ti rendi conto che se prima te lo immaginavi con la faccia di uno qualunque di quegli pseudodj che di musica capiscono meno di zero ma che si sono ritrovati dietro una console perchè tanto "basta saper contare fino a otto" (grazie per la stima eh, Culicchia, di solito è segno di ignoranza infinita dire che basta saper contare fino a quattro) pur di poter pippare gratis, adesso leggi quello che dice e vedi la faccia di Stefano Accorsi.
Realizzi che pensavi di leggere "Trainspotting, in salsa torinese" scritto da uno che sa quello di cui parla, e invece hai letto "L'ultimo bacio, dopo una riga, durante di una serata che spacca" scritto da uno scrittore italiano qualunque, onesto mestierante per carità - non si può certo dire che scriva male, tutt'altro -, che ha ambientato la solita, pallosissima vicenda, in un ambiente che qualche cuggino deve avergli detto che è trendy.
Fede, nel suo post, diceva che è comunque meglio che passare le giornate su Facebook, ma io nel mio pur vasto e variegato novero di pseudoamici su FB conto decine e decine di persone che di musica e djing capiscono più di Culicchia e che soprattutto non se ne bullano gratuitamente per vendere un paio di copie in più.
Edit postumo che dopo N ore da quando ho messo giu il libro ho ancora le palle girate: tanto per capire a che livello è la pochezza di cui stiamo parlando, alla fine del libro, durante il tanto anticipato e overhyped party di apertura della nuova situazione dei tre fake dj protagonisti, il più protagonista dei tre (la voce narrante del libro), ispirato da una robbosa incontrata qualche giorno prima che ha come suoneria del cellulare una fantomatica Jilted generation dei Prodigy (vaglielo a spiegar tu a Culicchia, che "Music for the jilted generation" è il titolo di un album e non esistono tracce dei Prodigy intitolate Jilted generation, lui intanto ha scritto "Prodigy" nel libro e quindi ha fatto la figura di quello ggiòvane che ne sa), a metà set fa la mossa del vero iconoclasta, di quello che vuole distruggere il sistema dall'interno, il famoso coup de theatre che adesso sì che non ce n'è più per nessuno: spegne tutto per qualche secondo, parla nel microfono per dire come un vero tamarro "che cazzo avete da guardare?" e poi...suona Firestarter.
Yeah, sei un vero distruttore del sistema, tu si che spacchi di brutto perchè suoni un disco che è "ti piace vincere facile" peggio di un proclama di riduzione delle tasse e pure quell'altro che siccome ha scritto di un tipo che suona Firestarter per spaccare tutto allora è veramente uno che ci sta dentro.
Ma per favore.
A sto giro s'è parlato di:
libri
mercoledì 6 gennaio 2010
Carlo Antonelli & Fabio De Luca - Discoinferno
Devo ancora dire qualcosa su FdL che non abbia già detto o possiamo ormai darlo per scontato? E' praticamente il decano degli scrivani ("giornalisti" mi sembrava un termine eccessivo, visto che nella categoria includo anche gente come me, Max e Fede) di musica elettronica italiani e, fatte le debite proporzioni tra scene, non ha niente da invidiare a gente molto più famosa come Dom Phillips o Simon Reynolds per lucidità di analisi e bellezza della scrittura, al punto che gli si perdona anche di essere il vicedirettore di una porcata come Rolling Stone.
A sto giro in realtà compare solo in veste di coautore, perchè l'headliner del libro è un altro, ed è....il direttore editoriale di Rolling Stone Italia, Carlo Antonelli.
E sì, lo ammetto: sto recensendo un libro delle due menti che governano la bibbia dei pischelli "volevo-fare-l'indie-snob-ma-non-ho-abbastanza-neuroni-e-in-fondo-mi-piace-Lady-Gaga-e-pure-Ligabue", e il fatto è che è un gran libro, ma di quelli veramente coi controcoglioni.
L'idea di base (lo dice pure il sottotitolo) è "raccontiamo la storia del ballo come fenomeno sociale in Italia", ma in realtà fa anche il contrario, raccontando la storia dell'Italia attraverso i suoi fenomeni sociali legati alla musica da ballo, trasmettendo perfettamente che quest'ultima, in quanto movimento culturale dominante degli ultimi anni, ha un rapporto di influenza bidirezionale con la società, non ne è solo uno specchio passivo.
In sostanza il libro è diviso in tre parti: la prima è legata alla "preistoria", al liscio e alle balere che uno direbbe "vabbè chissenefrega quando arriva la cassa?" e invece è indispensabile per farti capire che il motivo per cui la musica dèns in itaglia è sempre stata vissuta in maniera diversa rispetto al resto del mondo ha radici storiche profonde, da ricercare proprio in quei primordiali momenti di aggregazione dei ggiòvani, ma è nella seconda, che racconta il passato recente dall'italodisco in qua e soprattutto nella terza, che parla del presente, che lo scollamento dalla realtà vissuta sulla propria pelle si annulla e dici "cazzo, è proprio così".
E' attraverso interviste con gente il cui legame col clubbing italico del passato è evidente, tipo Cecchetto, Amanda Lear o Spagna, ma anche e soprattutto quelle con persone insospettabili tipo Carlo Freccero o Boncompagni, che ci si rende conto che in qualche modo il lato danzabile della musica ha sempre avuto una componente importante, a volte in maniera più diretta e altre in modo più sottile, sul sentire generale della massa, per cui il passaggio dalla balera come fenomeno solo locale ai superclub della riviera romagnola, tanto per dirne uno, non è stato solo un cambiamento di luogo ma anche di modo di intendere la serata, lo svago, e in generale, la vita, con la spinta verso il massmarket e la globalizzazione sempre più pressanti e impossibili da schivare.
Quando poi il racconto arriva al passato ancora più recente, quello legato alla mia adolescenza di "Deejay time" e "Non è la rai" e la sua invenzione del tormentone con "Please don't go" ripetuta a oltranza, finalmente ho modo di realizzare che ciò che dicono Antonelli e FdL è scritto con cognizione di causa, visto che a sto giro è roba che ho visto coi miei occhi; poi leggo il capitolo sulle prime "stragi del sabato sera" e il falò mediatico e istituzionale circostante, che ancora fuma ma non è spento del tutto, fatto di leggi senza senso volte a dare agli anzyani l'illusione di controllo, e parla di una società che in fondo è la mia, e allora capisco che anche se sono le teste pensanti dietro Rolling Stone i due ragazzi qui hanno capito perfettamente com'è l'Itaglia in cui siamo (e in effetti vien l'idea che un giornale per dodicenni come RS spacciato come bibbia rock'n'roll per fintointellettuali non sia altro che una sonora presa per il culo).
Parlando di posti che ho visto, persone che conosco non solo di nome e situazioni a me note, si arriva al tristo presente, in cui "il dj-chiavetta è solo l'ultimo dei larghi passi che hanno allontanato questa figura dalla sua iniziale natura agonistica (quella, cavallerizza, del "fantino dei dischi") per avvicinarla a quella di puro fornitore di ritmo agreeable per l'ambiente. Perfetto per la cultura dell'Evento che, dalla metà degli anni novanta, prende il posto del clubbing e lo vampirizza costituendo un veicolo perfetto per aziende e marchi desiderose di comunicare sè stessi a un pubblico sempre più indifferente alle sollecitazioni, anche perchè instraccionito. Le serate branded costituiscono da tempo l'ossatura principale dei luoghi del divertimento nazionali. [...] Il djing si trasforma in catering puro, al servizio del cliente di turno" (cit.) e che alla fine del libro scopri che è una situazione a cui si è arrivati non di botto, non negli ultimi anni, ma che la "cultura dell'Evento" che ha praticamente rovinato tutto ha radici moooolto più anziane.
Morale, lettura consigliatissima a grandi e piccini, bravo Carlo Antonelli e (al solito) bravo FdL.
A sto giro in realtà compare solo in veste di coautore, perchè l'headliner del libro è un altro, ed è....il direttore editoriale di Rolling Stone Italia, Carlo Antonelli.
E sì, lo ammetto: sto recensendo un libro delle due menti che governano la bibbia dei pischelli "volevo-fare-l'indie-snob-ma-non-ho-abbastanza-neuroni-e-in-fondo-mi-piace-Lady-Gaga-e-pure-Ligabue", e il fatto è che è un gran libro, ma di quelli veramente coi controcoglioni.
L'idea di base (lo dice pure il sottotitolo) è "raccontiamo la storia del ballo come fenomeno sociale in Italia", ma in realtà fa anche il contrario, raccontando la storia dell'Italia attraverso i suoi fenomeni sociali legati alla musica da ballo, trasmettendo perfettamente che quest'ultima, in quanto movimento culturale dominante degli ultimi anni, ha un rapporto di influenza bidirezionale con la società, non ne è solo uno specchio passivo.
In sostanza il libro è diviso in tre parti: la prima è legata alla "preistoria", al liscio e alle balere che uno direbbe "vabbè chissenefrega quando arriva la cassa?" e invece è indispensabile per farti capire che il motivo per cui la musica dèns in itaglia è sempre stata vissuta in maniera diversa rispetto al resto del mondo ha radici storiche profonde, da ricercare proprio in quei primordiali momenti di aggregazione dei ggiòvani, ma è nella seconda, che racconta il passato recente dall'italodisco in qua e soprattutto nella terza, che parla del presente, che lo scollamento dalla realtà vissuta sulla propria pelle si annulla e dici "cazzo, è proprio così".
E' attraverso interviste con gente il cui legame col clubbing italico del passato è evidente, tipo Cecchetto, Amanda Lear o Spagna, ma anche e soprattutto quelle con persone insospettabili tipo Carlo Freccero o Boncompagni, che ci si rende conto che in qualche modo il lato danzabile della musica ha sempre avuto una componente importante, a volte in maniera più diretta e altre in modo più sottile, sul sentire generale della massa, per cui il passaggio dalla balera come fenomeno solo locale ai superclub della riviera romagnola, tanto per dirne uno, non è stato solo un cambiamento di luogo ma anche di modo di intendere la serata, lo svago, e in generale, la vita, con la spinta verso il massmarket e la globalizzazione sempre più pressanti e impossibili da schivare.
Quando poi il racconto arriva al passato ancora più recente, quello legato alla mia adolescenza di "Deejay time" e "Non è la rai" e la sua invenzione del tormentone con "Please don't go" ripetuta a oltranza, finalmente ho modo di realizzare che ciò che dicono Antonelli e FdL è scritto con cognizione di causa, visto che a sto giro è roba che ho visto coi miei occhi; poi leggo il capitolo sulle prime "stragi del sabato sera" e il falò mediatico e istituzionale circostante, che ancora fuma ma non è spento del tutto, fatto di leggi senza senso volte a dare agli anzyani l'illusione di controllo, e parla di una società che in fondo è la mia, e allora capisco che anche se sono le teste pensanti dietro Rolling Stone i due ragazzi qui hanno capito perfettamente com'è l'Itaglia in cui siamo (e in effetti vien l'idea che un giornale per dodicenni come RS spacciato come bibbia rock'n'roll per fintointellettuali non sia altro che una sonora presa per il culo).
Parlando di posti che ho visto, persone che conosco non solo di nome e situazioni a me note, si arriva al tristo presente, in cui "il dj-chiavetta è solo l'ultimo dei larghi passi che hanno allontanato questa figura dalla sua iniziale natura agonistica (quella, cavallerizza, del "fantino dei dischi") per avvicinarla a quella di puro fornitore di ritmo agreeable per l'ambiente. Perfetto per la cultura dell'Evento che, dalla metà degli anni novanta, prende il posto del clubbing e lo vampirizza costituendo un veicolo perfetto per aziende e marchi desiderose di comunicare sè stessi a un pubblico sempre più indifferente alle sollecitazioni, anche perchè instraccionito. Le serate branded costituiscono da tempo l'ossatura principale dei luoghi del divertimento nazionali. [...] Il djing si trasforma in catering puro, al servizio del cliente di turno" (cit.) e che alla fine del libro scopri che è una situazione a cui si è arrivati non di botto, non negli ultimi anni, ma che la "cultura dell'Evento" che ha praticamente rovinato tutto ha radici moooolto più anziane.
Morale, lettura consigliatissima a grandi e piccini, bravo Carlo Antonelli e (al solito) bravo FdL.
mercoledì 30 settembre 2009
Douglas Coupland - Generation A
Fanboy alert: sono un fan sfegatato di Coupland (come d'altronde ogni persona di buon senso), per cui questo post non ha alcuna pretesa di obiettività neanche da lontano ma anzi trasuda ammirazione e stima infinita da ogni riga.
Allora, ho letto l'ultimo Coupland pubblicato un mesetto fa in UK e ancora inedito in USA e ovviamente qui, in lingua origiale per evidente intraducibilità degli scritti di Doug: ho letto libri suoi sia in originale che in italiano (rispettivamente, "Microserfs" e "Jpod" in originale e "Generazione X" e "Hey, Nostradamus!" in italiano) e mi sento di affermare che tradotto Coupland perde un buon 90% del gusto, non tanto per incapacità dei traduttori ma per reale impossibilità di tradurre lo slang e lo stile dei libri, assolutamente realistici nel rappresentare il parlato e lo stream of consciousness dei protagonisti, che spesso e volentieri mi somigliano e che quindi, letti tradotti, suonano molto più "altri da me" rispetto all'originale.
In fin dei conti, potrei chiudere il post semplicemente con la frase qui sopra: a me Coupland piace così tanto perchè parla di me e perchè in ognuno dei suoi personaggi riconosco qualcosa di mio, qualche atteggiamento, qualche pensiero o qualche situazione che ho provato o direttamente o che comunque percepisco come affine alla mia generazione, appunto.
La trama in sè per sè non è qualcosa in cui riconoscersi granchè, è vero: futuro prossimo, api estinte apparentemente senza motivo, cinque giovani agli angoli opposti della terra che vengono punti da api superstiti, sempre apparentemente senza motivo, una nuova droga che accelera la percezione del tempo.ù
La trama in sè per sè non è qualcosa in cui riconoscersi granchè, è vero: futuro prossimo, api estinte apparentemente senza motivo, cinque giovani agli angoli opposti della terra che vengono punti da api superstiti, sempre apparentemente senza motivo, una nuova droga che accelera la percezione del tempo.ù
I cinque ggiòvani diventano all'istante delle superstar e finiscono rinchiusi in stanze anonime e separate dove subiscono un mese di test psicofisici, per poi essere trasferiti, tutti assieme, in un'isola sperduta nel nulla dove danno vita a una versione moderna del Decameron, raccontandosi storie a turno salvo poi scoprire un loro forte interessamento nei loro confronti da parte dei produttori di questa nuova dddròga.
Detto così è un romanzo con la trama completamente nonsense, e in effetti a una lettura superficiale potrebbe sembrare così (anche se le situazioni ridicole in cui si Coupland piazza i personaggi lo renderebbero piacevole anche solo letto così), ma in realtà Doug è un maestro delle allegorie e quando ti parla di questi tizi isolati dal mondo che inventano storie in realtà ti sta parlando della magia dei libri e del potere che hanno su di noi l'attività di immergersi in una lettura o quella di raccontare delle storie ad altri.
Ma non basta.
Non c'è solo il romanzo nonsense nè solo la dimostrazione d'amore per i libri, c'è anche la fotografia lucidissima e pesantemente umoristica di una generazione che le storie, lette o raccontate, le ha un po' perse e quindi cerca di sostituirle in qualche modo: c'è la tipa che fa gli earth sandwich mettendosi d'accordo con qualcuno che abita agli antipodi per mettere contemporaneamente una fetta di pane per terra, c'è quello che fa i soldi vendendo gli mp3 dei silenzi registrati in casa delle celebrità o il trebbiatore che si arricchisce mietendo il grano nudo sulla mietitrebbia e in streaming video ma c'è anche gente un po' meno freak (beh, oddio) come il giocatore hardcore di WOW o quella a cui i genitori confessano che hanno deciso di non credere più a nulla.
E questi sono solo i protagonisti: la società che li circonda, invece, ha come problema più comune il timore del futuro prossimo, quello che da noi i tg chiamano "terza settimana" ma che secondo Coupland è una cosa più articolata e legata alla mancanza di evasione temporanea dalla realtà.
Che poi, fa strano, perchè quando sei ggiòvane i vecchi ti dicono sempre che devi piantarla con quei giochini/libri/fumetti/dischi/cazzimme e dedicarti a qualcosa di veramente importante, poi arriva il vecchio Doug e ti ricorda che i momenti di evasione condivisa con altri sono importanti almeno tantoquanto e, anche se i personaggi dei suoi libri non sono eroi in cui sei fiero di riconoscerti, ti tranquillizza lo stesso.
Grazie, Doug.
Se non si fosse capito: per me questo è il libro dell'anno, correte a comprarlo immediatamente (aspettando che Doug finisca la biografia di McLuhan per cui sto già sbavando da mesi).
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mercoledì 26 agosto 2009
Una serata di cultura musicale
Metti una sera di fine estate in cui i palinsesti televisivi offrono persino meno del solito, alla fine di una giornata lavorativa particolarmente stressante non solo per la sindrome da rientro.
Il doveroso bagno appena tornati a casa è l'occasione perfetta per finire il libro che stavo (ri)leggendo, "Last night a dj saved my life" di Bill Brewster e Frank Broughton:
L'avevo già letto in italiano un paio d'anni fa, ma quando sono stato a Londra in primavera ho trovato l'edizione aggiornata per il centenario della figura del DJ e non ho saputo resistere :)
E' lunghissimo, in alcune parti è anche un po' pesante, ha il grave difetto che la seconda metà è completamente UK-centrica e trascura del tutto il resto del mondo come se dalla second summer of love in poi il centro dell'universo musicale fosse stato il regno unito e il resto del mondo fosse rimasto a guardare abbeverandosi alla fonte del sapere d'oltremanica, ma è comunque il libro di storia della figura del DJ più completo che mi sia capitato di leggere.
Non è romanzato nè divertente come "Superstar djs, here we go!", non è scritto col cuore come il libro di Coccoluto, è "solo" la storia del DJ dai primi esperimenti di diffusione di musica preregistrata anzichè suonata live a oggi, raccontata nel modo più esaustivo e dettagliato possibile, e questo già di per sè lo rende una lettura praticamente obbligata per chi abbia voglia di coltivare la passione del DJing in maniera un po' "clued-up", ma è l'ultimo paragrafo a renderlo un capolavoro.
Già nell'edizione vecchia, la parte finale che descrive il DJ come sciamano spiegando come un bravo DJ non si limiti a suonare i dischi ma, di fatto, suoni la pista che ha davanti e descrivendo le sensazioni che si provano quando la pista reagisce era splendida, e ora nell'edizione nuova il paragrafo inizia con una speranza di rinascita artistica dalla commercializzazione & massificazione di questi tempi bui, sostenendo che l'underground è sempre vivo anche quando non si manifesta (e rimane, appunto, underground) e che quindi probabilmente in qualche scantinato buio in qualche luogo sperduto del mondo è già viva la nuova avanguardia che rivoluzionerà ancora il mondo della musica, come ha fatto l'hip-hop, l'house, la techno, il reggae e tutti i generi a cui Brewster e Broughton hanno dedicato un capitolo.
Non contento, dopo cena e dopo aver scrollato via la sensazione di deserto causata dalla visione dell'offerta televisiva di prima serata ho finalmente visto il dvd campione assoluto di permanenza sullo scaffale senza esser guardato:
Stava sullo scaffale dei dvd da quasi un anno e non avevo mai avuto il coraggio di vederlo, terrorizzato dai commenti che lo descrivevano come un macigno di rara pesantezza: col senno di poi, non posso dar torto ai commenti, ma devo anche aggiungere che il film è un capolavoro.
*Non* è assolutamente quello che ci si potrebbe aspettare leggendo "Daft punk's" sopra il titolo, anzi l'atmosfera del film sembra quasi volutamente l'opposto di quello a cui Thomas e G-man ci hanno abituati: a fare da contraltare ai suoni sottocampionati e caciaroni delle loro produzioni musicali qui c'è tanto, ma proprio tanto silenzio, saltuariamente interrotto da poche pennellate di musica intimista al massimo e agli antipodi rispetto al french touch (Chopin, Haydn).
C'è così tanto silenzio che non c'è neanche una parola, anzi quasi non c'è comunicazione tra i personaggi, robot coi caschi inespressivi che usano i due francesi nelle loro apparizioni live: non si parlano, in tutto il film comunicano a gesti al massimo un paio di volte, eppure le azioni sono sempre eloquentissime e nonostante Bangalter stesso abbia affermato che il film è volutamente criptico e aperto a interpretazioni io non ho fatto fatica a trovare la mia, tristissima e malinconica e che non condividerò qui per non influenzare chi dovesse vederlo dopo esser passato su queste pagine :)
Ad ogni modo, secondo me è un film che va visto, non tanto per capire meglio i Daft Punk, visto che è piuttosto slegato dal resto della loro produzione, ma semplicemente perchè è bello, come atmosfera ma soprattutto visivamente: ci sono immagini, protratte per lunghissimi secondi (o forse minuti?) per via dei tempi dilatatissimi, semplicemente splendide, con influenze evidenti che vanno da Dalì a 2001 odissea nello spazio e che, nel silenzio assoluto, sfogano ancora meglio il proprio potere visuale.
Il doveroso bagno appena tornati a casa è l'occasione perfetta per finire il libro che stavo (ri)leggendo, "Last night a dj saved my life" di Bill Brewster e Frank Broughton:
L'avevo già letto in italiano un paio d'anni fa, ma quando sono stato a Londra in primavera ho trovato l'edizione aggiornata per il centenario della figura del DJ e non ho saputo resistere :)
E' lunghissimo, in alcune parti è anche un po' pesante, ha il grave difetto che la seconda metà è completamente UK-centrica e trascura del tutto il resto del mondo come se dalla second summer of love in poi il centro dell'universo musicale fosse stato il regno unito e il resto del mondo fosse rimasto a guardare abbeverandosi alla fonte del sapere d'oltremanica, ma è comunque il libro di storia della figura del DJ più completo che mi sia capitato di leggere.
Non è romanzato nè divertente come "Superstar djs, here we go!", non è scritto col cuore come il libro di Coccoluto, è "solo" la storia del DJ dai primi esperimenti di diffusione di musica preregistrata anzichè suonata live a oggi, raccontata nel modo più esaustivo e dettagliato possibile, e questo già di per sè lo rende una lettura praticamente obbligata per chi abbia voglia di coltivare la passione del DJing in maniera un po' "clued-up", ma è l'ultimo paragrafo a renderlo un capolavoro.
Già nell'edizione vecchia, la parte finale che descrive il DJ come sciamano spiegando come un bravo DJ non si limiti a suonare i dischi ma, di fatto, suoni la pista che ha davanti e descrivendo le sensazioni che si provano quando la pista reagisce era splendida, e ora nell'edizione nuova il paragrafo inizia con una speranza di rinascita artistica dalla commercializzazione & massificazione di questi tempi bui, sostenendo che l'underground è sempre vivo anche quando non si manifesta (e rimane, appunto, underground) e che quindi probabilmente in qualche scantinato buio in qualche luogo sperduto del mondo è già viva la nuova avanguardia che rivoluzionerà ancora il mondo della musica, come ha fatto l'hip-hop, l'house, la techno, il reggae e tutti i generi a cui Brewster e Broughton hanno dedicato un capitolo.
Non contento, dopo cena e dopo aver scrollato via la sensazione di deserto causata dalla visione dell'offerta televisiva di prima serata ho finalmente visto il dvd campione assoluto di permanenza sullo scaffale senza esser guardato:
Stava sullo scaffale dei dvd da quasi un anno e non avevo mai avuto il coraggio di vederlo, terrorizzato dai commenti che lo descrivevano come un macigno di rara pesantezza: col senno di poi, non posso dar torto ai commenti, ma devo anche aggiungere che il film è un capolavoro.
*Non* è assolutamente quello che ci si potrebbe aspettare leggendo "Daft punk's" sopra il titolo, anzi l'atmosfera del film sembra quasi volutamente l'opposto di quello a cui Thomas e G-man ci hanno abituati: a fare da contraltare ai suoni sottocampionati e caciaroni delle loro produzioni musicali qui c'è tanto, ma proprio tanto silenzio, saltuariamente interrotto da poche pennellate di musica intimista al massimo e agli antipodi rispetto al french touch (Chopin, Haydn).
C'è così tanto silenzio che non c'è neanche una parola, anzi quasi non c'è comunicazione tra i personaggi, robot coi caschi inespressivi che usano i due francesi nelle loro apparizioni live: non si parlano, in tutto il film comunicano a gesti al massimo un paio di volte, eppure le azioni sono sempre eloquentissime e nonostante Bangalter stesso abbia affermato che il film è volutamente criptico e aperto a interpretazioni io non ho fatto fatica a trovare la mia, tristissima e malinconica e che non condividerò qui per non influenzare chi dovesse vederlo dopo esser passato su queste pagine :)
Ad ogni modo, secondo me è un film che va visto, non tanto per capire meglio i Daft Punk, visto che è piuttosto slegato dal resto della loro produzione, ma semplicemente perchè è bello, come atmosfera ma soprattutto visivamente: ci sono immagini, protratte per lunghissimi secondi (o forse minuti?) per via dei tempi dilatatissimi, semplicemente splendide, con influenze evidenti che vanno da Dalì a 2001 odissea nello spazio e che, nel silenzio assoluto, sfogano ancora meglio il proprio potere visuale.
giovedì 6 agosto 2009
Christian Frascella - Mia sorella è una foca monaca
Non mi era mai successo, e si che di libri non ne ho letti pochissimi.
Inizi un libro la mattina, seduto su quel sedile su cui l'umanità si accultura leggendo qualsiasicosa, e ti tira in mezzo così tanto che all'ora di pranzo l'hai già finito.
Ce l'avevo in casa da un bel po', scoperto grazie a Paulthewineguy che ne aveva scritto un post estasiato, ma vuoi per un motivo vuoi per l'altro era finito in coda alla coda di libri da leggere, in attesa soltanto del soggiorno marittimo e di una sdraio all'ombra che gli facesse da sottofondo e sottoculo.
E cazzo, PTWG aveva ragionissima, è un gran romanzo: per riassumerlo in brevissimo, è come sarebbe dovuto essere veramente "Il giovane Holden" se non fosse stato un libro da insegnare nelle scuole.
Il protagonista è un perdente cronico e recidivo tantoquanto, ma che per ovvi motivi anagrafici (è più giovane di quel babbo di Holden di una buona sessantina d'anni) e, appunto, di non necessità di accattivarsi gli insegnanti, è molto più sboccato, sfigato, violento, trash e, in definitiva, perdente.
La vicenda alla fine non è il massimo del verosimile nè, a conti fatti, dell'interessante - uno sfigato le prende praticamente da tutti quelli con cui ha a che fare, donna di cui è innamorato compresa, in un panorama di sfighe assortite e abbrutimenti non indifferente - ma è raccontata così bene che va a finire che ti emoziona, che ti fai qualche grassa risata e che nelle ultime venti pagine un po' di groppoingola & lacrimuccia che fa capolino ce li hai.
Se ti hanno fatto leggere quel babbo di minchia di Holden a scuola e ti ha fatto schifo perchè è un libro pesantemente demodè e invecchiato male, questo libro è perfetto per te.
Se ti hanno fatto leggere quel babbo di minchia di Holden a scuola e ti è piaciuto, questo libro è perfetto per te, perchè racconta la stessa vicenda in un mondo più vicino a quello reale.
Se sei uno di quei fortunati che sono riusciti a sfuggire a Holden, cazzo cambia, leggilo lo stesso, che è uno dei migliori libri che ho letto quest'anno.
Inizi un libro la mattina, seduto su quel sedile su cui l'umanità si accultura leggendo qualsiasicosa, e ti tira in mezzo così tanto che all'ora di pranzo l'hai già finito.
Ce l'avevo in casa da un bel po', scoperto grazie a Paulthewineguy che ne aveva scritto un post estasiato, ma vuoi per un motivo vuoi per l'altro era finito in coda alla coda di libri da leggere, in attesa soltanto del soggiorno marittimo e di una sdraio all'ombra che gli facesse da sottofondo e sottoculo.
E cazzo, PTWG aveva ragionissima, è un gran romanzo: per riassumerlo in brevissimo, è come sarebbe dovuto essere veramente "Il giovane Holden" se non fosse stato un libro da insegnare nelle scuole.
Il protagonista è un perdente cronico e recidivo tantoquanto, ma che per ovvi motivi anagrafici (è più giovane di quel babbo di Holden di una buona sessantina d'anni) e, appunto, di non necessità di accattivarsi gli insegnanti, è molto più sboccato, sfigato, violento, trash e, in definitiva, perdente.
La vicenda alla fine non è il massimo del verosimile nè, a conti fatti, dell'interessante - uno sfigato le prende praticamente da tutti quelli con cui ha a che fare, donna di cui è innamorato compresa, in un panorama di sfighe assortite e abbrutimenti non indifferente - ma è raccontata così bene che va a finire che ti emoziona, che ti fai qualche grassa risata e che nelle ultime venti pagine un po' di groppoingola & lacrimuccia che fa capolino ce li hai.
Se ti hanno fatto leggere quel babbo di minchia di Holden a scuola e ti ha fatto schifo perchè è un libro pesantemente demodè e invecchiato male, questo libro è perfetto per te.
Se ti hanno fatto leggere quel babbo di minchia di Holden a scuola e ti è piaciuto, questo libro è perfetto per te, perchè racconta la stessa vicenda in un mondo più vicino a quello reale.
Se sei uno di quei fortunati che sono riusciti a sfuggire a Holden, cazzo cambia, leggilo lo stesso, che è uno dei migliori libri che ho letto quest'anno.
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mercoledì 6 maggio 2009
Dom Phillips - Superstar djs, here we go!
Weekend lungo a Londra, leggo la versione locale dello Zero2, intitolata TimeOut London, che è grande poco meno di un numero di Wired e parla di un sacco di roba oltre che degli eventi della cittadina; rimango incuriosito dalla minirecensione di un libro e decido di fiondarmi al volo a comprarlo, tanto per appesantire ulteriormente la valigia per il ritorno, come se non bastasse il malloppone di dischi comprato da Phonica (e l'acquisto dell'edizione originale e rivista di "Last night a dj saved my life" di Bill Brewster e Frank Broughton di certo non ha aiutato).
Il libro in questione è di Dom Phillips, che è stato editor di Mixmag per circa un decennio a cavallo del 2000 e racconta l'ascesa e la caduta dei superstar djs e dei superclub inglesi nello stesso periodo:
La prima parte del libro, che costituisce anche un buon 90% del contenuto, è una serie di aneddoti e racconti del periodo in stile "formidabili quegli anni", che prende ogni superdj o superclub singolarmente e ne narra l'ascesa lungo la parte finale del millennio scorso; pare evidente anche solo scorrendo i titoli dei capitoli che, dovendo per forza di cose limitare il campo di interesse che altrimenti sarebbe troppo esteso, Phillips compie l'unica scelta possibile per un inglese, ignorare del tutto il mondo fuori dall'isola, per cui il Warehouse Garage è "un club americano" e Jeremy Healy (chi?) uno dei più grandi dj di tutti i tempi.
Nazionalismi prevedibili e inevitabili a parte, comunque, il libro scorre benissimo tra un aneddoto e l'altro: notevoli quello in cui a Sasha viene regalata una macchina dal suo booking per consentirgli di fare fino a 5-6 date in un weekend e lui realizza il lunedì che non sa più che fine abbia fatto dopo aver girato tutta l'Inghilterra nei tre giorni precedenti, per cui la macchina è ancora missing in action, o quello che racconta come Fatboy Slim ha conosciuto sua moglie, Zoe Ball, durante il weekend ibizenco di BBC Radio 1, ma fin qui niente di originale.
Dove il libro si distingue dalla banale accozzaglia di racconti "oh minchia come cazzo ero messo quella sera al Gatecrasher" è nel suo essere scritto da un insider a stretto contatto col clubber medio e fortemente esposto alla stampa e alla tv mainstream: la natura così trasversale di Phillips, quindi, fa sì che gli aneddoti non coinvolgano solo i DJ, ovvi protagonisti della scena, ma anche i promoter, i gestori dei club (bellissimo il capitolo che racconta in parallelo la storia del Cream e quella del Ministry of sound attraverso il carattere dei proprietari) e, soprattutto, che il punto di vista "insider ma nemmeno troppo" risulti particolarmente disilluso e poco romanzato su un argomento troppo spesso trascurato da libri di questo tipo, l'argomento tabù della droga.
Phillips infatti non ha nessuna remora (e vorrei ben vedere) a identificare nel boom dell'ecstasy un fattore chiave nell'ascesa dei superstar djs, ma l'analisi sociologica dell'impatto "emotivizzante" delle pastiglie è comunque degna di nota, come pure la tesi "alla Simon Reynolds" che ne consegue: per farla breve, le pastiglie e il loro risveglio dell'emotività sopita, facendo abbracciare tutti, hanno creato il movimento spegnendo il machismo del clubbing precedente e rendendo il centro dell'esperienza il voler bene a tutti quelli che avevi attorno anzichè beccare figa, mentre esattamente allo stesso modo, il trend della cocaina al posto delle pastiglie ha riportato l'aggressività e dato inizio, di fatto, all'esplosione della bolla.
Condivisibile o meno, è di certo una tesi interessante.
Dove il libro però fa il vero salto di qualità è negli ultimi due capitoli, che raccontano la morte dei superclubs e la scomparsa dalla scena di molti dei superdjs (o almeno, la scomparsa dalla scena inglese: per Phillips Sasha e Danny Rampling hanno fatto praticamente la stessa fine, tanto per capire quanta importanza riveste la fama oltremanica ai suoi occhi), a partire dall'evento che ha costituito l'inizio della fine, il buco nella bolla che ha iniziato a sgonfiarsi: i megaparties di capodanno del 2000, in cui il lato economico e business-oriented ha definitivamente prevalso su quello artistico-musical-festaiolo offrendo ai superstar guadagni dell'ordine delle centomila sterline in una notte e ai clubber megaeventi da 100 sterline, la maggior parte dei quali rimasti tragicamente semivuoti.
Anche qui, forse, Phillips semplifica un po', sostenendo che il crollo è arrivato solo per questioni di avidità economica piuttosto che per un naturale ricambio generazionale: dice "oh si, e poi sono arrivati gli Strokes e Beyoncè, ma era tutta colpa dei cachet troppo alti", e si dimentica di dire che a livello musicale la scena inglese, all'epoca pesantemente trance-oriented, puzzava di stantio che la metà bastava, per cui è arrivato il treno dell'electroclash che gli inglesi hanno clamorosamente perso e che hanno recuperato solo di recente, regalando al mondo quella piaga atroce che è il nu-rave che però, piaccia o no, li sta riportando in auge.
Il libro in questione è di Dom Phillips, che è stato editor di Mixmag per circa un decennio a cavallo del 2000 e racconta l'ascesa e la caduta dei superstar djs e dei superclub inglesi nello stesso periodo:
La prima parte del libro, che costituisce anche un buon 90% del contenuto, è una serie di aneddoti e racconti del periodo in stile "formidabili quegli anni", che prende ogni superdj o superclub singolarmente e ne narra l'ascesa lungo la parte finale del millennio scorso; pare evidente anche solo scorrendo i titoli dei capitoli che, dovendo per forza di cose limitare il campo di interesse che altrimenti sarebbe troppo esteso, Phillips compie l'unica scelta possibile per un inglese, ignorare del tutto il mondo fuori dall'isola, per cui il Warehouse Garage è "un club americano" e Jeremy Healy (chi?) uno dei più grandi dj di tutti i tempi.
Nazionalismi prevedibili e inevitabili a parte, comunque, il libro scorre benissimo tra un aneddoto e l'altro: notevoli quello in cui a Sasha viene regalata una macchina dal suo booking per consentirgli di fare fino a 5-6 date in un weekend e lui realizza il lunedì che non sa più che fine abbia fatto dopo aver girato tutta l'Inghilterra nei tre giorni precedenti, per cui la macchina è ancora missing in action, o quello che racconta come Fatboy Slim ha conosciuto sua moglie, Zoe Ball, durante il weekend ibizenco di BBC Radio 1, ma fin qui niente di originale.
Dove il libro si distingue dalla banale accozzaglia di racconti "oh minchia come cazzo ero messo quella sera al Gatecrasher" è nel suo essere scritto da un insider a stretto contatto col clubber medio e fortemente esposto alla stampa e alla tv mainstream: la natura così trasversale di Phillips, quindi, fa sì che gli aneddoti non coinvolgano solo i DJ, ovvi protagonisti della scena, ma anche i promoter, i gestori dei club (bellissimo il capitolo che racconta in parallelo la storia del Cream e quella del Ministry of sound attraverso il carattere dei proprietari) e, soprattutto, che il punto di vista "insider ma nemmeno troppo" risulti particolarmente disilluso e poco romanzato su un argomento troppo spesso trascurato da libri di questo tipo, l'argomento tabù della droga.
Phillips infatti non ha nessuna remora (e vorrei ben vedere) a identificare nel boom dell'ecstasy un fattore chiave nell'ascesa dei superstar djs, ma l'analisi sociologica dell'impatto "emotivizzante" delle pastiglie è comunque degna di nota, come pure la tesi "alla Simon Reynolds" che ne consegue: per farla breve, le pastiglie e il loro risveglio dell'emotività sopita, facendo abbracciare tutti, hanno creato il movimento spegnendo il machismo del clubbing precedente e rendendo il centro dell'esperienza il voler bene a tutti quelli che avevi attorno anzichè beccare figa, mentre esattamente allo stesso modo, il trend della cocaina al posto delle pastiglie ha riportato l'aggressività e dato inizio, di fatto, all'esplosione della bolla.
Condivisibile o meno, è di certo una tesi interessante.
Dove il libro però fa il vero salto di qualità è negli ultimi due capitoli, che raccontano la morte dei superclubs e la scomparsa dalla scena di molti dei superdjs (o almeno, la scomparsa dalla scena inglese: per Phillips Sasha e Danny Rampling hanno fatto praticamente la stessa fine, tanto per capire quanta importanza riveste la fama oltremanica ai suoi occhi), a partire dall'evento che ha costituito l'inizio della fine, il buco nella bolla che ha iniziato a sgonfiarsi: i megaparties di capodanno del 2000, in cui il lato economico e business-oriented ha definitivamente prevalso su quello artistico-musical-festaiolo offrendo ai superstar guadagni dell'ordine delle centomila sterline in una notte e ai clubber megaeventi da 100 sterline, la maggior parte dei quali rimasti tragicamente semivuoti.
Anche qui, forse, Phillips semplifica un po', sostenendo che il crollo è arrivato solo per questioni di avidità economica piuttosto che per un naturale ricambio generazionale: dice "oh si, e poi sono arrivati gli Strokes e Beyoncè, ma era tutta colpa dei cachet troppo alti", e si dimentica di dire che a livello musicale la scena inglese, all'epoca pesantemente trance-oriented, puzzava di stantio che la metà bastava, per cui è arrivato il treno dell'electroclash che gli inglesi hanno clamorosamente perso e che hanno recuperato solo di recente, regalando al mondo quella piaga atroce che è il nu-rave che però, piaccia o no, li sta riportando in auge.
Il focus del discorso finale di Phillips è che durante il periodo in cui sono rimasti in vita i superclub hanno segnato in maniera indelebile la società che ora risulta essere figlia dei vari Cream, Gatecrasher, MOS e compagnia bella: anche se la recensione del Guardian non è d'accordo, Phillips sostiene che il grande fratello di oggi (la cui sigla, nella versione inglese, è guardacaso di Paul Oakenfold) sia uno specchio fedele di quello che succedeva negli uffici dei superclub senza la droga e che, addirittura, la grande ondata di commozione generale in seguito alla morte di lady D fosse dovuta alle tracce di ecstasy residue negli acquedotti.
Molto probabilmente è un'esagerazione, ma che negli anni 90 il clubbing e l'acid house abbiano investito in maniera globale la pop culture inglese per poi tornare a essere una goccia nel mare è abbastanza veritiero.
Mi sarebbe piaciuta un'analisi un po' più approfondita dei motivi per cui, dopo la caduta degli dei, la scena si è evoluta in quello che è ora, ma capisco la difficoltà di giudizio su qualcosa che è ancora fortemente in divenire: è stata già un'impresa non indifferente raccontare una storia di dieci anni fa, ora credo ce ne vorranno altri dieci perchè qualche altro scrittore, magari berlinese, ci racconti perchè oggi siamo nella situazione in cui siamo.
mercoledì 18 febbraio 2009
Neil Gaiman - I ragazzi di Anansi
Neil Gaiman mi piace un sacco.
Da quando ho scoperto che a uno dei miei intellettuali di riferimento (quelli della musica coi violini armeni suonati in 7/8 da un bassista che viene dal brutal metal) non piace perchè è troppo semplice, adoro ancora di più la sua prosa diretta, di un minimalismo al limite dello zen.
La verità è che nello stile e nei contenuti i libri di Neil Gaiman sembrano semplici, sembrano favole puerili, e possono essere letti con massima soddisfazione anche come tali, ma se li si guarda da vicino mostrano una cura stilistica davvero pregevole: in sostanza, Gaiman scrive semplice non perchè è scarso o non ha voglia, ma proprio perchè è uno scrittore eccellente, seguendo quello là che diceva che "Simplicity is the ultimate sophistication".
(Che poi, scrivere così immediato ha anche come side effect che anche il produttore hollywoodiano di turno è in grado di capire e apprezzare, con massima gioia del portafoglio di Gaiman che probabilmente ha preso qualche dollaro per i diritti di Stardust e Coraline)
St'ultimo romanzo, "I ragazzi di Anansi", non fa eccezione: lo stile è quello classico a cui Gaiman ha abituato i suoi lettori, mentre il contenuto è quello che ci si aspetterebbe da un romanzo che, di fatto, è il followup di "American gods", divinità arcaiche (Anansi il ragno, in questo caso) nell'America contemporanea.
I ragazzi del titolo sono i figli di Anansi, vecchio cazzaro a metà strada tra il padre di "Big fish" e Berlusconi con una passione per il Karaoke, dei quali uno ha preso tutto dal padre e l'altro, "Ciccio" Charlie Nancy, è l'esatto opposto: ciccio, appunto, sfigato e di una timidezza patologica che ovviamente, tanto per non spoilerare, dovrà superare il suo imbarazzo dovuto ai ricordi di quello che il padre gli faceva provare durante l'infanzia per diventare il figlio di un dio e salvare capra e cavoli alla fine della storia.
Morale: stile semplice, trama pure (non ci sono colpi di scena eclatanti, anzi, la vicenda è piuttosto telefonata)...perchè uno dovrebbe perdere del tempo a leggere sto "Anansi boys"? (che poi, sono solo io a vedere in "Nancy/Anansi boys" un evidente riferimento a una canzone dei Placebo?)
Perchè scorre veramente bene, rapido e leggero, fa fare un paio di ghignate di gusto leggendo di Anansi ridicolissimo che canta sempre e di Ciccio Charlie imbarazzato al suo cospetto, e alla fine ti tiene incollato fino alla fine: il vantaggio della prosa così semplice e diretta è che non ci sono mai tempi morti o periodi troppo farraginosi che ti fanno venir voglia di alzare la testa dal libro e riprendere fiato, le pagine volano una dopo l'altra senza che si riesca a staccarsene fino a quando il libro è finito, e per una volta il finale è chiuso e non lascia spazio a masturbazioni mentali successive.
Un passatempo eccellente, alla fine, basta non aspettarsi niente di più.
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martedì 13 gennaio 2009
DFW, o del sentirsi soverchiati
Ok, prima di tutto faccio coming out: prima che si suicidasse, non avevo la minima idea di chi fosse David Foster Wallace.
Poi è successo quel che è successo e, grazie alla serie di post in giro per la rete e su FriendFeed che annunciavano l'infausta notizia ho deciso di documentarmi e ho comprato "Considera l'aragosta":

Col senno di poi, forse era meglio prenderlo subito in inglese, ma devo dire che la traduzione, così a naso, mi pare molto ben fatta, anche perchè già leggendolo tradotto, vedendo cosa sa fare con le parole, si prova la stessa sensazione che si avverte vedendo Laurent Garnier accoppiare tra loro i dischi, o Jeff Mills che sembra avere la terza mano nascosta sotto la camicia, o Marco Carola fare cose col soundbite che noi umani non possiamo neanche immaginare, tanto per dirne tre.
E' quella fastidiosa sensazione per cui, una volta che hai rimesso gli occhi al loro posto dentro le orbite e hai raccolto la mascella da terra, pensi "se vabbè, se al mondo c'è gente che sa fare ste cose io cosa ci provo a fare, che non arriverò mai a questi livelli di magnificenza?"
E' quell'ammirazione così potente per qualcosa che hai provato a fare anche tu, ovviamente con risultati molto più scarsi, che si trasforma in un sentimento a metà tra l'invidia e lo sconforto.
Poi il giorno dopo succede che prendi in mano i piatti, o il soundbite, e provi a rifare le stesse cose che hai visto fare la sera precedente a Marco, o a Laurent, e magari in parte ti riescono anche, e lo sconforto è un po' mitigato, ma nemmeno troppo, oppure vedi che proprio non ce la si fa, e allora vabbè, non riuscirò a fare sto circo col soundbite ma almeno i dischi che suono io sono migliori di quelli che suona Carola ultimamente (con Garnier invece non c'è proprio un cazzo da fare, lui è troppo superiore).
Ecco io oggi dopo che ho letto tipo un quarto del libro di DFW sono rimasto un buon 20 minuti a fissare la pagina bianca di blogger, pensando "se vabbè ma quello come cazzo scriveva, io mai nella vita riuscirò a scrivere così bene"; poi ho realizzato che a me di scrivere come scriveva DFW non frega niente, io voglio scrivere come scrive Raibaz e al massimo usare l'esistenza di gemme come gli scritti di DFW come sprone per continuare a migliorare la (pessima) qualità dei miei scritti, magari prendendo ogni tanto un po' di ispirazione che ci può anche stare alla fine, dai.
Comunque, soverchiamento a parte, leggere DFW è veramente una goduria, non ci sono cazzi, è roba che ti vien voglia di chiudere il libro e applaudire.
Poi è successo quel che è successo e, grazie alla serie di post in giro per la rete e su FriendFeed che annunciavano l'infausta notizia ho deciso di documentarmi e ho comprato "Considera l'aragosta":

Col senno di poi, forse era meglio prenderlo subito in inglese, ma devo dire che la traduzione, così a naso, mi pare molto ben fatta, anche perchè già leggendolo tradotto, vedendo cosa sa fare con le parole, si prova la stessa sensazione che si avverte vedendo Laurent Garnier accoppiare tra loro i dischi, o Jeff Mills che sembra avere la terza mano nascosta sotto la camicia, o Marco Carola fare cose col soundbite che noi umani non possiamo neanche immaginare, tanto per dirne tre.
E' quella fastidiosa sensazione per cui, una volta che hai rimesso gli occhi al loro posto dentro le orbite e hai raccolto la mascella da terra, pensi "se vabbè, se al mondo c'è gente che sa fare ste cose io cosa ci provo a fare, che non arriverò mai a questi livelli di magnificenza?"
E' quell'ammirazione così potente per qualcosa che hai provato a fare anche tu, ovviamente con risultati molto più scarsi, che si trasforma in un sentimento a metà tra l'invidia e lo sconforto.
Poi il giorno dopo succede che prendi in mano i piatti, o il soundbite, e provi a rifare le stesse cose che hai visto fare la sera precedente a Marco, o a Laurent, e magari in parte ti riescono anche, e lo sconforto è un po' mitigato, ma nemmeno troppo, oppure vedi che proprio non ce la si fa, e allora vabbè, non riuscirò a fare sto circo col soundbite ma almeno i dischi che suono io sono migliori di quelli che suona Carola ultimamente (con Garnier invece non c'è proprio un cazzo da fare, lui è troppo superiore).
Ecco io oggi dopo che ho letto tipo un quarto del libro di DFW sono rimasto un buon 20 minuti a fissare la pagina bianca di blogger, pensando "se vabbè ma quello come cazzo scriveva, io mai nella vita riuscirò a scrivere così bene"; poi ho realizzato che a me di scrivere come scriveva DFW non frega niente, io voglio scrivere come scrive Raibaz e al massimo usare l'esistenza di gemme come gli scritti di DFW come sprone per continuare a migliorare la (pessima) qualità dei miei scritti, magari prendendo ogni tanto un po' di ispirazione che ci può anche stare alla fine, dai.
Comunque, soverchiamento a parte, leggere DFW è veramente una goduria, non ci sono cazzi, è roba che ti vien voglia di chiudere il libro e applaudire.
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martedì 28 ottobre 2008
Terry Pratchett - Il tristo mietitore
Tra che in estate ho dato una bella smaltita alla coda dei libri da leggere e la ripresa delle serie televisive che seguo, era un po' che non parlavo di libri, ma non significa che non stia leggendo proprio proprio niente.
L'ultimo che ho finito è di uno dei più grandi geni dell'umorismo letterario (e non solo, visto cos'ha fatto coi Monty Python) mai visti, Terry Pratchett appunto:

La trama del libro parte da una premessa abbastanza semplice anche se già di per sè particolarmente divertente: la morte ha acquisito personalità, per cui i poteri che sono decidono di pensionarla.
Nel periodo di transizione in attesa del sostituto, ovviamente, nessuno può morire, per cui succede un gran cagaio ad Ankh-Morpork, la capitale del mondo disco, che si ritrova invasa di non morti e, cosa più rischiosa ancora, di palle di vetro trasparenti di quelle che se le agiti ci nevica dentro, che come se non bastasse dopo un po' di tempo diventano carrelli del supermercato semoventi e, si scopre, altro non sono che mondi appena nati che rischiano di far sparire il mondo disco.
Morale, mentre Morte cerca di rifarsi una vita lavorando nei campi, un bislacco party di protagonisti non-morti composto da un mago zombie, un vampiro e consorte, un uomo nero che non vuole mai uscire dagli angoli bui e da un lupo che nelle notti di luna piena si trasforma in uomo cerca di capire cosa stia succedendo, grazie all'aiuto di una medium molto Monkey Islandeggiante...e poi direi che il resto della trama non lo spoilero più, anche perchè il post è già abbastanza pieno di nonsense già così (ma non è colpa mia, è tutta roba che succede veramente nel libro :))
Spesso e volentieri Pratchett viene paragonato a Douglas Adams, ma ho letto quello che viene unanimememente considerato il capolavoro del secondo (la guida galattica per gli autostoppisti) e non c'è veramente storia, Pratchett gli caga in testa anche bendato e con le mani legate: se nei libri di Pratchett succede veramente di tutto e ogni insensatezza alla fine acquista un significato, il libro di Adams mi è parso un'accozzaglia di battutine inglesi troppo troppo fiacche per strappare anche solo un sorrisino, mentre leggendo Pratchett più volte mi è capitato di dover trattenere le risate per non fare figure di merda in metropolitana.
Morale, anche se Douglas Adams è di moda, soprattutto tra i nerd che trovano divertentissimo "42" (mah), il mio consiglio è di non stare a perderci tempo e leggere tutto Terry Pratchett, che è la versione riuscita dei libri di Adams :)
L'ultimo che ho finito è di uno dei più grandi geni dell'umorismo letterario (e non solo, visto cos'ha fatto coi Monty Python) mai visti, Terry Pratchett appunto:

La trama del libro parte da una premessa abbastanza semplice anche se già di per sè particolarmente divertente: la morte ha acquisito personalità, per cui i poteri che sono decidono di pensionarla.
Nel periodo di transizione in attesa del sostituto, ovviamente, nessuno può morire, per cui succede un gran cagaio ad Ankh-Morpork, la capitale del mondo disco, che si ritrova invasa di non morti e, cosa più rischiosa ancora, di palle di vetro trasparenti di quelle che se le agiti ci nevica dentro, che come se non bastasse dopo un po' di tempo diventano carrelli del supermercato semoventi e, si scopre, altro non sono che mondi appena nati che rischiano di far sparire il mondo disco.
Morale, mentre Morte cerca di rifarsi una vita lavorando nei campi, un bislacco party di protagonisti non-morti composto da un mago zombie, un vampiro e consorte, un uomo nero che non vuole mai uscire dagli angoli bui e da un lupo che nelle notti di luna piena si trasforma in uomo cerca di capire cosa stia succedendo, grazie all'aiuto di una medium molto Monkey Islandeggiante...e poi direi che il resto della trama non lo spoilero più, anche perchè il post è già abbastanza pieno di nonsense già così (ma non è colpa mia, è tutta roba che succede veramente nel libro :))
Spesso e volentieri Pratchett viene paragonato a Douglas Adams, ma ho letto quello che viene unanimememente considerato il capolavoro del secondo (la guida galattica per gli autostoppisti) e non c'è veramente storia, Pratchett gli caga in testa anche bendato e con le mani legate: se nei libri di Pratchett succede veramente di tutto e ogni insensatezza alla fine acquista un significato, il libro di Adams mi è parso un'accozzaglia di battutine inglesi troppo troppo fiacche per strappare anche solo un sorrisino, mentre leggendo Pratchett più volte mi è capitato di dover trattenere le risate per non fare figure di merda in metropolitana.
Morale, anche se Douglas Adams è di moda, soprattutto tra i nerd che trovano divertentissimo "42" (mah), il mio consiglio è di non stare a perderci tempo e leggere tutto Terry Pratchett, che è la versione riuscita dei libri di Adams :)
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venerdì 15 agosto 2008
Chuck Palahniuk - Diary
Figurarsi se non leggevo il nuovo Palahniuk :)
A sto giro, tanto per cambiare, il libro è veramente roba grossa: riassumendo moltissimo, Palahniuk fa Stephen King, e a me tanto basta per fomentarmi al massimo.
Il setting del libro è molto simile a quello dell'ultimo King, Duma Key, che guardacaso è l'ultimo libro che ho letto prima di questo (e ne ho parlato qui): isolotto turistico semideserto e protagonista pittore, o pittrice, in questo caso, mentre l'evoluzione della trama, senza voler spoilerare troppo, diventa praticamente "Misery non deve morire".
La mossa che rende speciale il libro, a sto giro, è che come suggerisce il titolo la vicenda è raccontata sotto forma di diario dalla protagonista, il che offre a Palahniuk terreno fertile per la sua arma migliore, lo stream of consciousness fatto di periodi brevi e sferzanti; stilisticamente, quindi, questo Diary è Palahniuk al suo meglio.
Come se non bastasse, poi, una volta arrivati alla fine (ma anche molto prima, a ben vedere) si scopre che il tema principale del libro è un tema ricorrente nei libri di Palahniuk, quello della reincarnazione e della memoria in comune con le proprie incarnazioni precedenti: in stile Matrix Revolutions, la protagonista è solo l'ennesima eletta e nell'arco del libro scopre che ce ne sono già state altre, che prima di lei hanno percorso lo stesso cammino.
Palahniuk, quindi, abbraccia esplicitamente la visione di Platone e Jung per cui esistono concetti che conosciamo in maniera innata sotto forma di archetipi e che dobbiamo solo ricordarceli; quando questi concetti sono legati ad abilità poi, come quella di dipingere, diventano quello che comunemente si chiama talento.
In più, nella filosofia di Palahniuk, "ogni cosa è un autoritratto": tutto ciò che facciamo, ogni azione, contribuisce a costruire l'opera d'arte della nostra vita, per cui siccome è ferragosto vado ad ubriacarmi in spiaggia anzichè continuare a scrivere di ste seghe mentali, tanto ho già detto che questo "Diary" sembra un libro di King scritto da Palahniuk e tanto dovrebbe bastare a ogni persona di buon senso per fiondarsi a comprarlo.
Buon ferragosto a tucc.
A sto giro, tanto per cambiare, il libro è veramente roba grossa: riassumendo moltissimo, Palahniuk fa Stephen King, e a me tanto basta per fomentarmi al massimo.
Il setting del libro è molto simile a quello dell'ultimo King, Duma Key, che guardacaso è l'ultimo libro che ho letto prima di questo (e ne ho parlato qui): isolotto turistico semideserto e protagonista pittore, o pittrice, in questo caso, mentre l'evoluzione della trama, senza voler spoilerare troppo, diventa praticamente "Misery non deve morire".
La mossa che rende speciale il libro, a sto giro, è che come suggerisce il titolo la vicenda è raccontata sotto forma di diario dalla protagonista, il che offre a Palahniuk terreno fertile per la sua arma migliore, lo stream of consciousness fatto di periodi brevi e sferzanti; stilisticamente, quindi, questo Diary è Palahniuk al suo meglio.
Come se non bastasse, poi, una volta arrivati alla fine (ma anche molto prima, a ben vedere) si scopre che il tema principale del libro è un tema ricorrente nei libri di Palahniuk, quello della reincarnazione e della memoria in comune con le proprie incarnazioni precedenti: in stile Matrix Revolutions, la protagonista è solo l'ennesima eletta e nell'arco del libro scopre che ce ne sono già state altre, che prima di lei hanno percorso lo stesso cammino.
Palahniuk, quindi, abbraccia esplicitamente la visione di Platone e Jung per cui esistono concetti che conosciamo in maniera innata sotto forma di archetipi e che dobbiamo solo ricordarceli; quando questi concetti sono legati ad abilità poi, come quella di dipingere, diventano quello che comunemente si chiama talento.
In più, nella filosofia di Palahniuk, "ogni cosa è un autoritratto": tutto ciò che facciamo, ogni azione, contribuisce a costruire l'opera d'arte della nostra vita, per cui siccome è ferragosto vado ad ubriacarmi in spiaggia anzichè continuare a scrivere di ste seghe mentali, tanto ho già detto che questo "Diary" sembra un libro di King scritto da Palahniuk e tanto dovrebbe bastare a ogni persona di buon senso per fiondarsi a comprarlo.
Buon ferragosto a tucc.
lunedì 28 luglio 2008
L'ultimo di Stephen King, Duma Key, ma non solo
E' tempo di letture estive, valide per passare il tempo senza tenere la testa troppo impegnata sotto l'ombrellone in metro andando in ufficio; uno degli autori di questo genere che preferisco è Stephen King, di cui Sperling & Kupfer ha pubblicato il nuovo libro con un tempismo perfetto.
In realtà, rispetto ai libri di King che ho letto in precedenza, c'è una differenza sostanziale: nell'arco di tempo tra il libro precedente e questo, ho letto i 7 libri della Torre Nera.
Lo Stephen King letto pre-torre nera e quello letto conoscendo la vicenda di Roland Deschain sono due scrittori profondamente diversi, tanto che appare evidente perché King stesso consideri La Torre Nera la sua opera più importante, alla quale ha lavorato, a puntate, per tutta la carriera da scrittore fino a pochi anni fa.
King letto dopo la torre nera cambia perché ci si accorge che in realtà quasi tutti i suoi personaggi non sono altro che Roland, Eddie, Susannah e Jake, e King stesso non si sforza più di tanto a nasconderlo, tra nomi simili (il protagonista di Duma Key si chiama Edgar, ma nella sua vita precedente era soprannominato Eddie e il più giovane dei 4 protagonisti si chiama Jack) e indizi evidenti a chi sa, tipo che il saggio dei 4 è quello che sa sparare e l'unica donna è su una sedia a rotelle, ma il recupero dei personaggi, che non è nulla più di un inside joke, non è l'unico valore aggiunto dato alle altre opere dalla lettura della torre nera.
Ce ne sono altri due, molto più rilevanti, e riguardano entrambi la poetica di King in senso lato: il primo è legato a un tema che King tratta spessissimo, se non quasi sempre, quello del potere creatore dell'immaginazione.
In maniera un po' peterpanesca, perché qualcosa esista serve che ci sia qualcuno che ci crede e quindi, per estensione, ciò che esiste è solo ciò che i personaggi vedono esistere: il mondo che li circonda è come loro credono che sia, per cui a far paura è solo ciò che si pensa faccia paura, che può essere sconfitto immaginando che non sia più così spaventoso.
In tutto questo, nei romanzi di King compare sovente un personaggio dall'immaginazione particolarmente potente, un grado di rendere reale ciò che pensa: ne l'acchiappasogni era il bambino ritardato, ma molto più spesso è l'artista, che con la propria creazione artistica vede un mondo diverso e riesce a realizzarlo.
Sia in Duma Key che nel finale de La Torre Nera è il pittore che rende reale ciò che disegna e fa sparire ciò che cancella, ma appare evidente che in tutti questi romanzi King stesso si identifica con l'artista, al punto da includersi personalmente nella vicenda della torre nera: il mondo 'reale' e quello raccontato dall'artista si intersecano fino a diventare una cosa sola, in cui Roland viaggiando tra mondi soccorre Stephen King che è appena stato investito da un camioncino, fatto realmente accaduto, almeno in parte.
Alla luce di questo, King appare non solo un ottimo scrittore di romanzi da ombrellone, ma anche uno scrittore in grado di indagare il misterioso processo che sta dietro ogni creazione artistica, frutto della mente dell'autore ma anche di qualcosa che trascende l'umano sentire, che lo si chiami musa, talento, ispirazione o che altro.
Oltre a questo, aver letto La Torre Nera fino in fondo consente anche di comprendere il motivo del più grande limite di quasi tutti i romanzi di King: ogni volta che si inizia uno dei suoi libri si viene scaraventati per qualche centinaio di pagine in un turbine impazzito di eventi reali, verosimili e completamente immaginari che tengono il lettore incollato alle pagine (anche grazie a un uso sapiente di qualche trucchetto, tipo che ogni volta che due personaggi si salutano non sapevano che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro...King è campione mondiale di uso dell'ellissi)...fino alle ultime 30.
Irrimediabilmente, dopo averti tenuto col fiato sospeso per un buon 300 pagine, King fa sempre finire le vicende con un miserrimo 'plof' che lascia l'amaro in bocca: il megacattivone finale di Duma Key viene rinchiuso in una torcia piena d'acqua nel giro di 10 righe, Roland viaggia tra N mondi per 7 libri e risolve lo scontro finale con un colpo di gomma da cancellare, per poi arrivare alla destinazione che agognava da più di 1000 pagine...e ripartire dal via.
Prima di leggere la torre nera ero convinto che fosse un grosso limite, un'incapacità di dare alle vicende un finale degno, con fuochi d'artificio e triccheballacche - d'altronde, gli horror o pseudotali con un buon finale si contano sulle dita di una mano, per cui non ci avevo mai dato troppo peso: in realtà, nella postfazione alla torre nera, King dice esplicitamente che lui dei finali se ne frega intenzionalmente, perchè ciò che conta veramente è il viaggio e non la destinazione.
Sarà paraculaggine per nascondere un proprio limite, sarà una scelta reale e ponderata, fatto sta che King è il mio scrittore da ombrellone preferito, che dopo aver letto la torre nera guadagna un sacco e che sto Duma key non è affatto male, ovviamente fino alle ultime 30 pagine che fanno cagare come al solito ma che rispetto alle altre 400 sono poca cosa.
In realtà, rispetto ai libri di King che ho letto in precedenza, c'è una differenza sostanziale: nell'arco di tempo tra il libro precedente e questo, ho letto i 7 libri della Torre Nera.
Lo Stephen King letto pre-torre nera e quello letto conoscendo la vicenda di Roland Deschain sono due scrittori profondamente diversi, tanto che appare evidente perché King stesso consideri La Torre Nera la sua opera più importante, alla quale ha lavorato, a puntate, per tutta la carriera da scrittore fino a pochi anni fa.
King letto dopo la torre nera cambia perché ci si accorge che in realtà quasi tutti i suoi personaggi non sono altro che Roland, Eddie, Susannah e Jake, e King stesso non si sforza più di tanto a nasconderlo, tra nomi simili (il protagonista di Duma Key si chiama Edgar, ma nella sua vita precedente era soprannominato Eddie e il più giovane dei 4 protagonisti si chiama Jack) e indizi evidenti a chi sa, tipo che il saggio dei 4 è quello che sa sparare e l'unica donna è su una sedia a rotelle, ma il recupero dei personaggi, che non è nulla più di un inside joke, non è l'unico valore aggiunto dato alle altre opere dalla lettura della torre nera.
Ce ne sono altri due, molto più rilevanti, e riguardano entrambi la poetica di King in senso lato: il primo è legato a un tema che King tratta spessissimo, se non quasi sempre, quello del potere creatore dell'immaginazione.
In maniera un po' peterpanesca, perché qualcosa esista serve che ci sia qualcuno che ci crede e quindi, per estensione, ciò che esiste è solo ciò che i personaggi vedono esistere: il mondo che li circonda è come loro credono che sia, per cui a far paura è solo ciò che si pensa faccia paura, che può essere sconfitto immaginando che non sia più così spaventoso.
In tutto questo, nei romanzi di King compare sovente un personaggio dall'immaginazione particolarmente potente, un grado di rendere reale ciò che pensa: ne l'acchiappasogni era il bambino ritardato, ma molto più spesso è l'artista, che con la propria creazione artistica vede un mondo diverso e riesce a realizzarlo.
Sia in Duma Key che nel finale de La Torre Nera è il pittore che rende reale ciò che disegna e fa sparire ciò che cancella, ma appare evidente che in tutti questi romanzi King stesso si identifica con l'artista, al punto da includersi personalmente nella vicenda della torre nera: il mondo 'reale' e quello raccontato dall'artista si intersecano fino a diventare una cosa sola, in cui Roland viaggiando tra mondi soccorre Stephen King che è appena stato investito da un camioncino, fatto realmente accaduto, almeno in parte.
Alla luce di questo, King appare non solo un ottimo scrittore di romanzi da ombrellone, ma anche uno scrittore in grado di indagare il misterioso processo che sta dietro ogni creazione artistica, frutto della mente dell'autore ma anche di qualcosa che trascende l'umano sentire, che lo si chiami musa, talento, ispirazione o che altro.
Oltre a questo, aver letto La Torre Nera fino in fondo consente anche di comprendere il motivo del più grande limite di quasi tutti i romanzi di King: ogni volta che si inizia uno dei suoi libri si viene scaraventati per qualche centinaio di pagine in un turbine impazzito di eventi reali, verosimili e completamente immaginari che tengono il lettore incollato alle pagine (anche grazie a un uso sapiente di qualche trucchetto, tipo che ogni volta che due personaggi si salutano non sapevano che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro...King è campione mondiale di uso dell'ellissi)...fino alle ultime 30.
Irrimediabilmente, dopo averti tenuto col fiato sospeso per un buon 300 pagine, King fa sempre finire le vicende con un miserrimo 'plof' che lascia l'amaro in bocca: il megacattivone finale di Duma Key viene rinchiuso in una torcia piena d'acqua nel giro di 10 righe, Roland viaggia tra N mondi per 7 libri e risolve lo scontro finale con un colpo di gomma da cancellare, per poi arrivare alla destinazione che agognava da più di 1000 pagine...e ripartire dal via.
Prima di leggere la torre nera ero convinto che fosse un grosso limite, un'incapacità di dare alle vicende un finale degno, con fuochi d'artificio e triccheballacche - d'altronde, gli horror o pseudotali con un buon finale si contano sulle dita di una mano, per cui non ci avevo mai dato troppo peso: in realtà, nella postfazione alla torre nera, King dice esplicitamente che lui dei finali se ne frega intenzionalmente, perchè ciò che conta veramente è il viaggio e non la destinazione.
Sarà paraculaggine per nascondere un proprio limite, sarà una scelta reale e ponderata, fatto sta che King è il mio scrittore da ombrellone preferito, che dopo aver letto la torre nera guadagna un sacco e che sto Duma key non è affatto male, ovviamente fino alle ultime 30 pagine che fanno cagare come al solito ma che rispetto alle altre 400 sono poca cosa.
A sto giro s'è parlato di:
duma key,
libri,
stephen king,
torre nera
mercoledì 9 luglio 2008
Giovanni Allevi - La musica in testa
Dopo il post-scandalo che ha rivelato al mondo che quando ci si appassiona a qualcosa in adolescenza, la passione non muore neanche davanti all'evidenza (per dire, io adoro i Daft punk nonostante Human after all perché quando è uscito Homework avevo tipo 13 anni), ecco che torno sul luogo del delitto: l'argomento libri.
Il libro del giorno, nonché l'ultimo che ho letto, è l'autobiografia di Allevi:

(Che tra l'altro, sarà stato qualche anno che non leggevo due libri di autori italiani di fila)
Partiamo dalla conclusione: Allevi è un geek nel senso originale del termine, ossia è uno che ha una passione cosi forte e totalizzante che non riesce a pensare ad altro e che quindi influenza pesantemente il suo carattere e la sua vita di relazione...lui poi è uno di quei fortunati che con la propria passione non solo ci campano, ma ci diventano pure famosi, per cui merita stima.
Come tutti i geek famosi e di successo, però, attira gli insulti degli altri geek: lui più volte nel libro parla della pessima accoglienza che gli riserva(va)no i parrucconi accademici a cui dà fastidio il suo modo di ibridare musica classica, jazz e pop, ma io stesso ho sentito gente disprezzarlo perché fa musica troppo facile, con l'atteggiamento schifato di chi ascolta tipo folk kazako suonato in 7/8 contaminato coi violini del sudan e schifa qualunque cosa che si riesca ad ascoltare per più di un minuto senza desiderare di guardare marzullo pur di scappare.
Morale, Allevi ha la grave colpa di aver portato all'attenzione delle masse entità dimenticate o relegate dall'immaginario collettivo nel mondo dei vecchi, tipo il pianoforte o il compositore diplomato al conservatorio, o il concerto in un teatro con la gente seduta, per di più usando come veicolo della musica leggera nel senso etimologico del termine...gravissimo, eh?
Oltretutto, per via di questa sua geekiness esagerata e conseguente timidezza ai limiti del patologico, mi è istintivamente simpatico: mi dà l'idea di quel tipo che magari incontri spesso e con cui non vai mai oltre la conversazione di circostanza, ma che poi appena gli parli di musica si illumina d'immenso e ti attacca una pezza infinita...ok, ammetto che in questo provo dell'empatia nei suoi confronti.
Con un carattere così e una carriera così, era naturale che la sua autobiografia fosse anche la biografia del suo rapporto con la musica: essendo un personaggio pop, però, molti tecnicismi vengono tralasciati e il fulcro del libro, oltre a una serie di aneddoti divertenti su 'come Giovanni Allevi è diventato Giovanni Allevi', è il modo in cui la musica, che Allevi considera un'entità dotata di vita propria, entra quotidianamente nella sua vita e nella sua testa senza che lui faccia alcunché.
Così, nel libro, racconta di come, se gli appaiono in mente due o tre note mentre fa la spesa al supermercato, queste assorbono completamente tutti i suoi pensieri rendendolo una sorta di zombie che, automaticamente, paga la spesa e torna a casa di corsa per scavare come un archeologo attorno a quelle due o tre note e portare allo scoperto il resto della composizione, che esiste già e ha solo bisogno di essere trascritto.
Molto del libro, particolarmente gli aneddoti, è bello romanzato e vorrebbe far apparire Allevi come il miglior musicista italiano in circolazione, o almeno il miglior pianista, oltre che l'unico vero cultore della musica in un mondo di ignoranti, ma da un'autobiografia alla fine ci può anche stare: comunque, la mia idea di come sia veramente Allevi, più che dal libro, è stata forgiata dalla parodia di mai dire martedì, che mi sa di più vero del vero:
Se Allevi dal vero fa ridere anche solo un decimo di questo, non si può non volergli bene :)
Il libro del giorno, nonché l'ultimo che ho letto, è l'autobiografia di Allevi:

(Che tra l'altro, sarà stato qualche anno che non leggevo due libri di autori italiani di fila)
Partiamo dalla conclusione: Allevi è un geek nel senso originale del termine, ossia è uno che ha una passione cosi forte e totalizzante che non riesce a pensare ad altro e che quindi influenza pesantemente il suo carattere e la sua vita di relazione...lui poi è uno di quei fortunati che con la propria passione non solo ci campano, ma ci diventano pure famosi, per cui merita stima.
Come tutti i geek famosi e di successo, però, attira gli insulti degli altri geek: lui più volte nel libro parla della pessima accoglienza che gli riserva(va)no i parrucconi accademici a cui dà fastidio il suo modo di ibridare musica classica, jazz e pop, ma io stesso ho sentito gente disprezzarlo perché fa musica troppo facile, con l'atteggiamento schifato di chi ascolta tipo folk kazako suonato in 7/8 contaminato coi violini del sudan e schifa qualunque cosa che si riesca ad ascoltare per più di un minuto senza desiderare di guardare marzullo pur di scappare.
Morale, Allevi ha la grave colpa di aver portato all'attenzione delle masse entità dimenticate o relegate dall'immaginario collettivo nel mondo dei vecchi, tipo il pianoforte o il compositore diplomato al conservatorio, o il concerto in un teatro con la gente seduta, per di più usando come veicolo della musica leggera nel senso etimologico del termine...gravissimo, eh?
Oltretutto, per via di questa sua geekiness esagerata e conseguente timidezza ai limiti del patologico, mi è istintivamente simpatico: mi dà l'idea di quel tipo che magari incontri spesso e con cui non vai mai oltre la conversazione di circostanza, ma che poi appena gli parli di musica si illumina d'immenso e ti attacca una pezza infinita...ok, ammetto che in questo provo dell'empatia nei suoi confronti.
Con un carattere così e una carriera così, era naturale che la sua autobiografia fosse anche la biografia del suo rapporto con la musica: essendo un personaggio pop, però, molti tecnicismi vengono tralasciati e il fulcro del libro, oltre a una serie di aneddoti divertenti su 'come Giovanni Allevi è diventato Giovanni Allevi', è il modo in cui la musica, che Allevi considera un'entità dotata di vita propria, entra quotidianamente nella sua vita e nella sua testa senza che lui faccia alcunché.
Così, nel libro, racconta di come, se gli appaiono in mente due o tre note mentre fa la spesa al supermercato, queste assorbono completamente tutti i suoi pensieri rendendolo una sorta di zombie che, automaticamente, paga la spesa e torna a casa di corsa per scavare come un archeologo attorno a quelle due o tre note e portare allo scoperto il resto della composizione, che esiste già e ha solo bisogno di essere trascritto.
Molto del libro, particolarmente gli aneddoti, è bello romanzato e vorrebbe far apparire Allevi come il miglior musicista italiano in circolazione, o almeno il miglior pianista, oltre che l'unico vero cultore della musica in un mondo di ignoranti, ma da un'autobiografia alla fine ci può anche stare: comunque, la mia idea di come sia veramente Allevi, più che dal libro, è stata forgiata dalla parodia di mai dire martedì, che mi sa di più vero del vero:
Se Allevi dal vero fa ridere anche solo un decimo di questo, non si può non volergli bene :)
mercoledì 2 luglio 2008
Francesco Gungui - Nel catalogo c'è tutto. Per chi va o torna a vivere da solo
In ogni liceo che si rispetti, non può mancare l'impegnato.
L'impegnato è una delle figure più popolari della scuola.
Perché quando c'è assemblea d'istituto, è lui che parla.
Perché quando c'è manifestazione è fuori da scuola che arringa le folle e quando c'è occupazione è uno di quelli che l'hanno organizzata.
Perché è candidato rappresentante d'istituto e ovviamente vince le elezioni grazie a discorsi noiosissimi e sinistrorsissimi sulla globalizzazione, la sinistra storica, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e la carta igienica nei bagni.
Nei licei normali, questi figuri si trovano un lavoro esattamente come gli altri, magari con un po' più di fatica perché, spinti dall'impegno politico, si sono iscritti a sociologia.
Io - momento spocchia - non ho fatto un liceo normale, ho fatto il liceo della zanzara e dell'allagamento, quello dove vanno gli pseudogiornalisti di studio aperto a intervistare gli studenti l'ultimo giorno di scuola e dopo le prove della maturita.
Ai tempi dei miei genitori, l'opportunità di carriera più probabile per un impegnato uscito dal Parini erano le brigate rosse, mentre al giorno d'oggi pare che l'indirizzo migliore sia il caso editoriale.
Qualche anno fa, mio padre mi mostra un articolo di panorama, con foto in cui riconosco uno studente impegnato di un paio d'anni più vecchio di me, che parla appunto di un brillante esordio da scrittore, con un manuale di cucina per single: all'epoca non avevo ancora in mente di andare a vivere da solo, per cui archivio la notizia come 'orgoglio pariniano' e passo oltre.
Se non che, il ragazzo pare avere davvero del talento, per cui dopo l'esordio scrive un altro libro (che poi scoprirò essere altri tre), il cui titolo colpisce Silvia per via della mia imminente situazione di solovivente e che quindi mi viene prontamente regalato:

Finito di leggere stamattina in metro, devo dire che in effetti merita molto.
Sarà perchè siamo quasi coetanei e la situazione lavorativa descritta è abbastanza simile alla mia, fatto sta che mi riconosco in molte delle situazioni e degli aneddoti del libro, vuoi per averle sperimentate in prima persona o perchè sono capitate a qualche amico, per cui posso far tesoro degli insegnamenti relativi a tutto quello che non mi è ancora capitato, tipo quelli di balconaggio (il giardinaggio da balcone) o quelli sulla spesa al supermercato.
Al di là del contenuto, particolarmente interessante per me visto che mi tocca da vicino, lo stile è quello che ti aspetteresti da uno uscito dal miglior liceo classico di Milano (e vai di modestia): scorrevolissimo, dinamico, ggiovane senza essere sciatto, articolato ma senza essere troppo ampolloso.
Tra l'altro, girellando sul suo blog, ho scoperto che gli altri libri che ha scritto non sono più manuali ma romanzi, per cui magari me li compro per vedere come se la cava...intanto, questo è un acquisto consigliato non solo a chi come me sta per andare a vivere da solo, ma un po' a tutti, grandi e piccini, perchè è comunque molto divertente :)
L'impegnato è una delle figure più popolari della scuola.
Perché quando c'è assemblea d'istituto, è lui che parla.
Perché quando c'è manifestazione è fuori da scuola che arringa le folle e quando c'è occupazione è uno di quelli che l'hanno organizzata.
Perché è candidato rappresentante d'istituto e ovviamente vince le elezioni grazie a discorsi noiosissimi e sinistrorsissimi sulla globalizzazione, la sinistra storica, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e la carta igienica nei bagni.
Nei licei normali, questi figuri si trovano un lavoro esattamente come gli altri, magari con un po' più di fatica perché, spinti dall'impegno politico, si sono iscritti a sociologia.
Io - momento spocchia - non ho fatto un liceo normale, ho fatto il liceo della zanzara e dell'allagamento, quello dove vanno gli pseudogiornalisti di studio aperto a intervistare gli studenti l'ultimo giorno di scuola e dopo le prove della maturita.
Ai tempi dei miei genitori, l'opportunità di carriera più probabile per un impegnato uscito dal Parini erano le brigate rosse, mentre al giorno d'oggi pare che l'indirizzo migliore sia il caso editoriale.
Qualche anno fa, mio padre mi mostra un articolo di panorama, con foto in cui riconosco uno studente impegnato di un paio d'anni più vecchio di me, che parla appunto di un brillante esordio da scrittore, con un manuale di cucina per single: all'epoca non avevo ancora in mente di andare a vivere da solo, per cui archivio la notizia come 'orgoglio pariniano' e passo oltre.
Se non che, il ragazzo pare avere davvero del talento, per cui dopo l'esordio scrive un altro libro (che poi scoprirò essere altri tre), il cui titolo colpisce Silvia per via della mia imminente situazione di solovivente e che quindi mi viene prontamente regalato:

Finito di leggere stamattina in metro, devo dire che in effetti merita molto.
Sarà perchè siamo quasi coetanei e la situazione lavorativa descritta è abbastanza simile alla mia, fatto sta che mi riconosco in molte delle situazioni e degli aneddoti del libro, vuoi per averle sperimentate in prima persona o perchè sono capitate a qualche amico, per cui posso far tesoro degli insegnamenti relativi a tutto quello che non mi è ancora capitato, tipo quelli di balconaggio (il giardinaggio da balcone) o quelli sulla spesa al supermercato.
Al di là del contenuto, particolarmente interessante per me visto che mi tocca da vicino, lo stile è quello che ti aspetteresti da uno uscito dal miglior liceo classico di Milano (e vai di modestia): scorrevolissimo, dinamico, ggiovane senza essere sciatto, articolato ma senza essere troppo ampolloso.
Tra l'altro, girellando sul suo blog, ho scoperto che gli altri libri che ha scritto non sono più manuali ma romanzi, per cui magari me li compro per vedere come se la cava...intanto, questo è un acquisto consigliato non solo a chi come me sta per andare a vivere da solo, ma un po' a tutti, grandi e piccini, perchè è comunque molto divertente :)
A sto giro s'è parlato di:
libri,
vita da soli
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