mercoledì 6 maggio 2009

Dom Phillips - Superstar djs, here we go!

Weekend lungo a Londra, leggo la versione locale dello Zero2, intitolata TimeOut London, che è grande poco meno di un numero di Wired e parla di un sacco di roba oltre che degli eventi della cittadina; rimango incuriosito dalla minirecensione di un libro e decido di fiondarmi al volo a comprarlo, tanto per appesantire ulteriormente la valigia per il ritorno, come se non bastasse il malloppone di dischi comprato da Phonica (e l'acquisto dell'edizione originale e rivista di "Last night a dj saved my life" di Bill Brewster e Frank Broughton di certo non ha aiutato).

Il libro in questione è di Dom Phillips, che è stato editor di Mixmag per circa un decennio a cavallo del 2000 e racconta l'ascesa e la caduta dei superstar djs e dei superclub inglesi nello stesso periodo:


La prima parte del libro, che costituisce anche un buon 90% del contenuto, è una serie di aneddoti e racconti del periodo in stile "formidabili quegli anni", che prende ogni superdj o superclub singolarmente e ne narra l'ascesa lungo la parte finale del millennio scorso; pare evidente anche solo scorrendo i titoli dei capitoli che, dovendo per forza di cose limitare il campo di interesse che altrimenti sarebbe troppo esteso, Phillips compie l'unica scelta possibile per un inglese, ignorare del tutto il mondo fuori dall'isola, per cui il Warehouse Garage è "un club americano" e Jeremy Healy (chi?) uno dei più grandi dj di tutti i tempi.

Nazionalismi prevedibili e inevitabili a parte, comunque, il libro scorre benissimo tra un aneddoto e l'altro: notevoli quello in cui a Sasha viene regalata una macchina dal suo booking per consentirgli di fare fino a 5-6 date in un weekend e lui realizza il lunedì che non sa più che fine abbia fatto dopo aver girato tutta l'Inghilterra nei tre giorni precedenti, per cui la macchina è ancora missing in action, o quello che racconta come Fatboy Slim ha conosciuto sua moglie, Zoe Ball, durante il weekend ibizenco di BBC Radio 1, ma fin qui niente di originale.

Dove il libro si distingue dalla banale accozzaglia di racconti "oh minchia come cazzo ero messo quella sera al Gatecrasher" è nel suo essere scritto da un insider a stretto contatto col clubber medio e fortemente esposto alla stampa e alla tv mainstream: la natura così trasversale di Phillips, quindi, fa sì che gli aneddoti non coinvolgano solo i DJ, ovvi protagonisti della scena, ma anche i promoter, i gestori dei club (bellissimo il capitolo che racconta in parallelo la storia del Cream e quella del Ministry of sound attraverso il carattere dei proprietari) e, soprattutto, che il punto di vista "insider ma nemmeno troppo" risulti particolarmente disilluso e poco romanzato su un argomento troppo spesso trascurato da libri di questo tipo, l'argomento tabù della droga.

Phillips infatti non ha nessuna remora (e vorrei ben vedere) a identificare nel boom dell'ecstasy un fattore chiave nell'ascesa dei superstar djs, ma l'analisi sociologica dell'impatto "emotivizzante" delle pastiglie è comunque degna di nota, come pure la tesi "alla Simon Reynolds" che ne consegue: per farla breve, le pastiglie e il loro risveglio dell'emotività sopita, facendo abbracciare tutti, hanno creato il movimento spegnendo il machismo del clubbing precedente e rendendo il centro dell'esperienza il voler bene a tutti quelli che avevi attorno anzichè beccare figa, mentre esattamente allo stesso modo, il trend della cocaina al posto delle pastiglie ha riportato l'aggressività e dato inizio, di fatto, all'esplosione della bolla.

Condivisibile o meno, è di certo una tesi interessante.

Dove il libro però fa il vero salto di qualità è negli ultimi due capitoli, che raccontano la morte dei superclubs e la scomparsa dalla scena di molti dei superdjs (o almeno, la scomparsa dalla scena inglese: per Phillips Sasha e Danny Rampling hanno fatto praticamente la stessa fine, tanto per capire quanta importanza riveste la fama oltremanica ai suoi occhi), a partire dall'evento che ha costituito l'inizio della fine, il buco nella bolla che ha iniziato a sgonfiarsi: i megaparties di capodanno del 2000, in cui il lato economico e business-oriented ha definitivamente prevalso su quello artistico-musical-festaiolo offrendo ai superstar guadagni dell'ordine delle centomila sterline in una notte e ai clubber megaeventi da 100 sterline, la maggior parte dei quali rimasti tragicamente semivuoti.

Anche qui, forse, Phillips semplifica un po', sostenendo che il crollo è arrivato solo per questioni di avidità economica piuttosto che per un naturale ricambio generazionale: dice "oh si, e poi sono arrivati gli Strokes e Beyoncè, ma era tutta colpa dei cachet troppo alti", e si dimentica di dire che a livello musicale la scena inglese, all'epoca pesantemente trance-oriented, puzzava di stantio che la metà bastava, per cui è arrivato il treno dell'electroclash che gli inglesi hanno clamorosamente perso e che hanno recuperato solo di recente, regalando al mondo quella piaga atroce che è il nu-rave che però, piaccia o no, li sta riportando in auge.

Il focus del discorso finale di Phillips è che durante il periodo in cui sono rimasti in vita i superclub hanno segnato in maniera indelebile la società che ora risulta essere figlia dei vari Cream, Gatecrasher, MOS e compagnia bella: anche se la recensione del Guardian non è d'accordo, Phillips sostiene che il grande fratello di oggi (la cui sigla, nella versione inglese, è guardacaso di Paul Oakenfold) sia uno specchio fedele di quello che succedeva negli uffici dei superclub senza la droga e che, addirittura, la grande ondata di commozione generale in seguito alla morte di lady D fosse dovuta alle tracce di ecstasy residue negli acquedotti.

Molto probabilmente è un'esagerazione, ma che negli anni 90 il clubbing e l'acid house abbiano investito in maniera globale la pop culture inglese per poi tornare a essere una goccia nel mare è abbastanza veritiero.

Mi sarebbe piaciuta un'analisi un po' più approfondita dei motivi per cui, dopo la caduta degli dei, la scena si è evoluta in quello che è ora, ma capisco la difficoltà di giudizio su qualcosa che è ancora fortemente in divenire: è stata già un'impresa non indifferente raccontare una storia di dieci anni fa, ora credo ce ne vorranno altri dieci perchè qualche altro scrittore, magari berlinese, ci racconti perchè oggi siamo nella situazione in cui siamo.

8 commenti:

fede ha detto...

bello devo leggerlo!

Cmq più che per la nu rave quasi da subito ad appannaggio dei francesi l'Uk sta tornando a dominare grazie al dubstep (sorry man fattene una ragione :P) che sta tirando fuori una scuderia di giovani di altissimo livello e un suono che piano piano sta facendo il giro del mondo senza sputtanarsi...

Raibaz ha detto...

Mah, io nel dubstep, gusti personali a parte, non ci vedo potenzialità da fenomeno pop globale totale, anzi, l'articolo del Guardian su Scuba che hai linkato pure tu mostra che appena qualcuno si avvicina al successo di massa la scena dubstep lo schifa.

Di contro, il nurave ormai è un fenomeno mainstream e commerciale, anche perchè è nato come tale e ne mostra tutti i limiti.

Nessuno dei due, comunque, ha fatto il percorso dell'acid house nei 90s, che è partita come fenomeno di nicchia e si è esteso ed evoluto arrivando a coinvolgere la massa senza snaturarsi più di troppo (salvo poi esplodere); probabilmente oggi non ci sono neanche i presupposti culturali per un fenomeno del genere, per una serie di motivi che non mi basterebbe un post a descrivere (comunque a spanne è qualcosa che ha a che fare col concetto di coda lunga)

fede ha detto...

alt io non ho parlato di successo Pop ma di "dominio" inteso nella scena nostra dei clubs: oggi il primo suono che ti viene in mente nominado l'Inghilterra è il dubstep...

poi visto che vuoi andare al sonar li hai contati quanti sono gli artisti dubstep? una marea...

e cmq è significativo che proprio i suddetti suoni siano alla base del nuovo jingle di mtv...

PS: l'articolo era su Caspa (che cmq è un fenomeno) e non Scuba

Raibaz ha detto...

Si vero era su Caspa :)

Io cmq parlavo proprio di successo pop...ce lo vedi Skream a fare la sigla del big brother?

Per inciso, parlando di Guardian, hai letto l'articolo di Simon Reynolds secondo cui la moda del dubstep è legata al trend positivo della ketamina rispetto alla cocaina?

fede ha detto...

beh sì la droga ha sempre la sua bella importanza specie in Uk...
cmq oggi il trend più che per la special K è il ritorno all'md in una sorta di ritorno alle origini summer of love 89.
Sulla coca tra l'altro è interessante notare come questa fosse tipica della scena uk garage, 2 step da cui discende il dubstep.
Giovedì scorso l'ho chiesto giusto a Benga e lui mi ha risposto che mentre i dj sono gli stessi di allora il pubblico è totalmente diverso proveniendo dai raves e non dai quartieri alti...

Raibaz ha detto...

Cmq sei troppo noioso che scrivo un post su un libro e finiamo sempre a parlare del dubstep, eh :D

Dopo aver letto Phillips e come descrive il cambiamento della scena dall'md alla coca, cmq, il ritorno di moda dell'md non può che farmi piacere :)

(Per quello che ne fotte a me che non uso sostanze, almeno)

Gandalf ha detto...

sopno perfettamente d'accordo sull'analisi Ecstacy / Coca... a Torino sta capitando la stessa cosa... troppa coca, tutti incazzati o chiusi in casa a skrakkare... il clubbing in agonia...

Raibaz ha detto...

Abbè vieni a dirlo a me che abito nella città ufficiale della coca in Italia? :D

L'analisi mi piace proprio perchè ne ho un esempio sotto gli occhi tutti i giorni...